DA CITTÀ E RELAZIONE
(1959 – 1960)

VERSO MONGHIDORO

In terra d’altri, evaso, sto con uomini
che hanno stivali alti fino alla coscia
e giacconi predati ai tedeschi, morti
in questo settore di ex~linea gotica; le castagne
scoppiano sulle pietre del focolare
il 20 agosto, carte oscure battono
su tavole squadrate col pennato;
attizzo un fuoco basso di ramelli
fra gli alari di pietra, un vecchio narra
lupi scesi alle case nella notte
e raffiche di neve alle persiane.

Gelo lo sguardo, umili ragazze
si gridano « vèn zo’ », fresche di pioggia
e quasi dolci s’agitano in cuore,
per paline terrose lasciano orme.

Ma l’aria punge, sale da morenti
stagni di canne e fondachi perduti
nel buio, reca acque
abbandona raffiche negli alberi,
fra i piloni ed i cavi; oltre le mura
fumanti e gli orti esplodono le cacce
in orizzonti sempre più fittizi.

Ma un sole acqueo filtra da cortine
di nuvole, illumina i recinti
di filo spinato, gli odi
in sguardi obliqui che schiusi s’inquinano
e le gole alberate dove transitano
nebbie, verso i cieli di Firenze.

E cheld e tornarà – ma nelle voci
pullula il letargo con la donna,
conclude in morte queste sperse nascite

Sogni di fughe, dentro, si rimarginano.

INVERNO A PELAGO

1
Siedo con gli altri, ripetuto esplode
un clacson sulla curva, anche gli amici
simulati dileguano, da qui
bisogna iniziare a vivere, dove
un muro insormontabile è il silenzio.

Da fuochi e nebbie muove a chiari eventi
qualcuno e sogna, varia il giorno, niente
che giunga in questi boschi o giù nel gelido
sole che ingorga la pianura, ardono
radici sotto questa cappa a vento, il fumo
dilaga nella stanza, ascolto voci
dai vivi: il prete arraffa, hanno spogliata
la Madonna, il sindaco è a sottane.
E già scende la notte, gira vino
fra profili offuscati intorno ai tavoli.

2
Ma una fede matura sotto i portici
fra le pannocchie e i pomodori a grappoli
appesi a travi su fascine ritte.
Le galline risalgono ai pollai
ferendo calce rotta, s’è serrato
di nembi il cielo ed una vecchia torna
nella cucina a suscitare fuochi.

Osservo i treni lenti sopra l’argine
della Sieve, i campanili muti
sulle colline, gli stradoni pullulano
di ragazzi, che, per piste, vociferano.

Qua mi spinge Speranza di scoprirmi
nelle memorie, sciolto da ogni colpa,
avverto altre presenze, l’orizzonte
di case e boschi è riconsacrato
e vige un sole pallido, a momenti
spazzato da ritrose d’acqua e neve.

Gelano erbe lungo lo sterrato
chiuso ai sentieri, passa qualche carro
a fendere la neve e mette al sole
una traccia di sassi e ricci rotti;
chi scende non ha mete o se ne illude.
è poca vita che bisogna vivere.

COSTA SAN GIORGIO

Smottando questa breve terra, frastagliata
su albori d’asfalto da mura nubilose di fabbriche
e bianche d’abitazioni, sotto un cielo torrido
risalgo strade battute nelle rampe
dove libere, ai lati le araucarie
svettano cineree, muovo passi
fra il buio desolato delle porte
illuminate nelle corse dei ragazzi
scattati dalle macchie contro il sole.
(è un’estate che prossima si tenta
i sogni intatti, liberamente esulta
di sé intuendosi nei gesti
nuova e futura)

ma nelle strade l’ombra si assottiglia
al filo dello zenit, le cicale
stridono sulla testa persistenti;
chiudendo il vento l’erba nelle mura
curvi, gli sterratori nelle fosse.
E si diserta il cuore spopolato
dove sei, fra le maschere ostili
deforme.

Il verde trema, si scompiglia
nero nell’ombra gelata delle vasche
dove giunto resisto in anse strette
di scale, fra muretti rosi e cani
in corsa rovesciano barattoli
un vento verticale spezza, turbina
i globi delle ortensie.

E un caldo fumido
che ha nuvole, a tratti, un sole maculato
s’apre fra i rami obliqui, imbianca mura
(torno ai giorni di Pasqua, con i preti
a benedire case, qui cresceva
un amore fra l’erbe e un filo esile
di sangue, scivolato sull’asfalto
dal cassone dell’auto~frigorifero
che scendeva frenando alla città)
e privo di rimorsi tendo a mete,
tento un segno che t’indichi, foglie approdano
nei denti delle scale, aspri di polvere
gli alberi salvano il verde nelle cime
ma i frutti sono incerti, alla stagione.

Così ti raffiguro, oscuro simbolo,
in questo inferno assiduo, dove mi evoca
un’esistenza troppo diversa
per essere vissuta e tradita,
e in un buio improvviso, dietro il muro
qualcuno canta, forse vive, stridono
le ruote di un auto sulla curva,
sale il tonfo di un frutto ancora acerbo
e una folla perenne. che non s’de
invade, batte i vetri, urta in silenzio
le mura, continuamente
ha una voce ferita e s’apre varchi
come può, verso mete, nella notte;

testimonio una stagione durevole.

PERIFERIA A ROVEZZANO

1
Per assalti di luce il sole abbaglia
l’oriente e alle finestre sconficcate
accende folate di gerani,
lungo sentieri fradici e asfalti
un giorno dubitoso s’avventura;

la speranza si altema, prende volto
in chi ci affida mani, sguardi oscuri
in questa falce d’Arno luminosa
e fiotta fresco dalle erbose cirne
a sfare petti duri, scompigliando
il nero dei ragazzi dileguati.

Cresce la festa umana, si prolungano
lampi, da questa fede, un dio impassibile
fulmina ombre chiuse nello specchio.
2
L’Arno fIotta compatto dentro gli argini,
qualche segno di vento è nel pioppeto,
sotto il profilo di Consuma, e sciama
una turba di nuvole, si gridano
di rimando sul greto i renaioli.

Questo che scatta è l’urlo della trappola
senza preda, la città scintilla
a filo d’orizzonte, dove interseca
l’acqua mulini e case, azzurre fila
di pullman si perseguono nel verde.

Altrove, in sere nubilose, qualche
barbaglio sveglia cuori sconsolanti.
3
Su questa calda cantilena annotta
e sperpera la luna adolescente
per poggi oscuri viscere e bagliori,

e perita è la sera inabissando
cascinali e vigneti, fuochi sorgono
nel verde ottenebrato, ai davanzali
per borghi periferici le donne
fendono d’urla i giochi dei ragazzi
negli sterrati dove cresce sterile
erba in sterpi fra strepiti di camions.

Una memoria si svena, raggela
e dalla notte svetta qualche nascita.

OLTRARNO E OLTRE

Dove sfilano pini, pioppi fluviali
e scavatrici svellono memorie
ieri dolci e ignorate, oggi moleste
riconquisto una terra favolosa,
case ferme da secoli, con l’acque
inquinate nei pozzi, mura prossime
sulle demolizioni e fra le colture
qua e là tentate, attecchite nella polvere
fra sacchi vuoti di calcina e pietre;

muovo negli atti ambigui dei ragazzi
che maturano amori e notti all’ombra
dei dancings periferici.
Da qui, sul succhio nero d’una scala
a chiocciola del fiume rapinoso
tentai piazze solari, un cielo d’archi
il volto impaurito nei cristalli
delle vetrine, seppi altri tormenti
e fughe dove l’acqua scioglie i ciottoli
e risalgo le strade alte d’oltrarno
odorose di forni e di stallaggi,
immemore, ché tutto si disperde
nel presente per turbini di cenere
Masaccio, Borgo della Stella, gola
di panni che sgorano le mura
e ragazzi nel chiostro a S. Spirito
in un guazzo di risse simulate.

Il sole sopra colli inariditi
s’inabissa, per picchi, aspri presagi,
e sfollate s’illuminano le strade
fra una doppia clausura di persiane
nell’afrore di luglio, ai muretti
smottati, sotto boschi, giungono
imperversanti gli scooters, riconosco
i simboli di una vita che in me si sfa
e in sé è per folle furia imposseduta.

Così un’arida angoscia mi riduce
dove oscure figure femminili
torcono panni nei trogoli, vecchie
intrecciano cappelli di paglia
nell’arco di portoni secolari
e uomini percuotono con lunghe
pertiche i rami dei noccioli
per macchie in file e nuclei che si diramano
in altre terre risalendo oblique;
calo fra ombre immote, rotte immagini
ferite nelle schegge dello specchio,
sento gelo di volti e di stagioni
contro un autunno di perduti tavoli
e nuvole, un cielo che marcisce
ali mozze di mura sopra i traffici
dove l’atto per vivere non dura
ed è fuori di noi per abbandoni
fughe furenti; mi tormento al dubbio
di questa vacua fedeltà di nomi
e presenze sconsolanti, fra gli uomini
l’avventura di me non è finita.

DA L’ETÀ FORTE
(1960 – 1962)

DI UN PAESE SALVATO NEL RICORDO

S’accampano pastori sulla china
dove una vecchia tende panni, scaccia
polli dai rami, si china a raccogliere
le pezzòle che il vento soffia a terra.
Ragazzi scalzi e neri giocherellano,
si picchiano nel bianco del torrente
di fronte alla bottega che scompigliano,
per un pugno di sale, per un pacco
di trinciato, massaie parlottando.

Qui la vita e la morte si confondono
in una flesta che non ha stagioni,
in un’unica pena, a questa pena
mi lega il cielo di un’età perduta

SERA D’AGOSTO

Sera d’agosto inquieta, senza vento,
appena oscilla il mandorlo
i suoi ramelli dentro la calura
che scema, ma rimane
forte sopra le case
di un quartiere che scioglie la sua voce
sonora sulle rampe di Trespiano.

Per un ragazzo che batte la palla
festoso, contro un muro
sbalzato dai balconi
dove svettano vasi di gerani,
s’alza un’ala di vento,
si stacca dai giardini che sterrazzano
verso il Mugnone asciutto; ma per me
che trattengo un’irosa
stagione in mezzo al cuore
altro non porta che
l’eco sorda di un canto
disciolto in coro in tutta la penisola:
troppe voci vi tremano,
troppe, e per me non una che sia cara.
Tento, mi dico: spera
di sfociare fra tutti,
ma non trovo che volti
sbarrati, che silenzi,
e le canzoni se le porta il vento,
se le trattiene l’afa,
le volge dentro al cuore della notte.

Ed anche tu ragazza sei lontana:
hai maturato i giorni
sotto ben altri cieli
di questi, dove l’eco dei motori
dei manovali mi scandisce il tempo,
dove l’uomo dai campi con la sua
donna torna ed ha fasci
d’erba alle spalle, addita,
scruta stupito,
la fuoriseria che scivola zitta;
tu non conosci i grani
che svettano d’estate alla calura,
ne l’odore dei fieni
secchi lungo le prode,
tu non mi sei sorella,
ma l’amore mi porta fino a te,
mi salva il fuoco fresco dei ricordi.
Rimane ancora l’eco di una festa.

A MIO PADRE, CONTADINO

Le tue vesti d’accatto troppo larghe
o troppo strette ti cingono, vecchio
padre che hai le mani segate dal lavoro.
Se vai con grandi secchi

da conserva, nell’orto arido, a spargere
acqua, ti fermi, porgi orecchio
alle feste dei bimbi che s’allargano
nella strada, t’appoggi sugli specchi

delle conche. Chi t’ha segnato il viso,
abbuiata la mente e spento il cuore,
– e non lo sai – t’ha maturato santo

contadino. Chi t’ha messo allo stanco
tumulto dei trattori, chi t’ha intriso
di terra calpestandoti coi fiori

dell’orto. Col cappello sullo sguardo
dici ancora padrone e signorsì,
invecchi con i tronchi arsi dei mandorli
e degli ulivi e sei vivo lì:

soltanto nella terra. Non ardisco
raccontarti e non so altra stagione
che non la tua dove ancora ritardi
dal nascere. E la voce ti declina:

– Sono ignorante – Dici, se alla sera
che la tua vita non è giusta affermo,
se mi viene da piangere per te.

Ed è amaro restare in quest’inferno
dove tu invecchi sopra un canapè
ed una madre cava una preghiera.

BALLATA PER IL RAGAZZO CHE FUI NEL 1944

Era polvere il cielo, sulle vie
le verghe deragliate, e case chine
protendevano, fra le batterie,
bronchi di mura, nubi di caligine.
Anni che in me, un ragazzo, si stamparono
franandomi dintorno e mi franò
nel petto il cuore. Giorni, ore, minuti
di raffiche, di morti, d’arsi grani
abbattuti, un tempo che violò
i sogni, che mi spinse fra le mute
torme d’inermi cacciati da mute
fameliche ai rifugi. Chi non dà
pace all’infanzia è già morto, è già
all’inferno. E l’inferno è sulle vie.

LA CARESTIA

1
Sempre più stanco, sempre più remoto
mio padre raspa curvo nel giardino
la sabbia, alza lo sguardo di sfuggita
verso un nodo di rondini. Il silenzio
infuria, poi si placa alle persiane
accostate. Una linea arsa di luce
si sguinzaglia nel centro della stanza;
sui vecchi panni, sulle sedie spoglie.
Della vita l’assalto m’abbandona,
raspa mio padre ancora in fondo all’ombra.

2
Nell’ombra brulla sciamano lucori
di pulviscolo: questo è tutto il cielo.
Dopo la festa torna, come sempre,
la carestia a frullare nelle vene,
latra un cane, schiamazzano gli uccelli
mi risveglia un concerto – nel giardino,
e il dente del leone scioglie i suoi
paracadute al soffio della brezza.
Ascoltare la vita, penso, è ancora
vivere un poco. È un orizzonte azzurro
il tuo sguardo, resisto in quella luce.

3
Il cielo è questo, dalla cucinina
candente una portatile sussurra,
sbraita, si tace, m’appiglio a quel suono
con malavoglia, cupo m’abbandono.
– Il tempo s’è fermato – dico – guarda
è solamente quel brillìo sommosso
di luce sui mattoni logorati -.

4
Son questi i giorni allegri dell’agnello
che ferito sussulta, della fuga
nel verde, delle stragi sulle strade,
la vita cerca cielo e dentro il cielo
batte, ma il cielo ne rimane immoto.
Cristo non muore più, né più risorge.
Io che sono modesto – nel giardino
mio padre scalza erba dalla ghiaia
– mi limito a sfiorare di una cicca,
che sfuma in fumo, la capigliatura.

LETTERA

Cara, l’Arno sconfina oltre l’Indiano
e attinge un po’ di cielo, un po’ di pena,
l’azzurro scioglie il torbo delle piene
invernali e alle sponde si sparpagliano

lavandaie con ceste, sul lontano
orizzonte, alzando inquiete cantilene,
mentre s’appressa l’ora delle cene
e il sole curva al verde della piana.
A quest’ora, sull’aie dei poderi
allargano l’attesa alle campane
le contadine con la benda nera,

nelle terrine dispongono il pane
a grandi fette col cavolo nero:
io mi rifugio in te che sei lontana.

UN’ALBA

In quest’alba che ha perso
il fresco ventilare dclle stelle
un sole maculato apre le case,
il giorno sveglia
un amore violento. L’operaio
scende la strada azzurra di Trespiano,
tace, s’aggrappa ad un motore,
e incupisce lo sguardo
a un duro tempo di fatiche, scendono
per marciapiedi in ombra
la serva, con la borsa della spesa,
sciupata dalla vita, le ragazze
nelle vesti che svolano
bianche alla grazia semplice del passo;
giù dalla Montagnola
sterrazzano giardini luminosi.

Resto a guardare il sorgere del giorno
sempre più azzurro
sopra questo quartiere che si spopola;
mi chiedo cosa vale
tentare una sortita
se la mia vita è solo nel suo tendersi,
se v’è d’approdo il male.

Dura oggi si genera speranza:
bisogna che abbandoni la mia pena,
che scenda con il vento
a battere le strade
spoglie di una città senza frastuoni;
tornerò dove un giorno
ho allenato il mio fiato alle canzoni,
dove imparai a patire come tutti,
ritroverò oltre il pianto
uguale la mia voce
a quella del meccanico
che muove le tanaglie
dietro i raggi lucenti di una ruota,
a quella afosa dello sterratore
che piccona gli asfalti scava fosse
ed a fatica segna la sua terra.

E cresca lungo l’alba anche il tuo fiato
ragazzo che conosci
il trepido inclinarsi delle spighe,
l ‘adagiarsi dei fieni
al curvo scintillare della falce,
altro dovrai imparare
in un’età battuta dal tuo sangue,
dalle passioni che rampano in seno,
ma il canto della terra è già il tuo canto.

RONDlNI

Improvvise ritornano le rondini
a battere l’ali nel cielo
s’erano allontanati i loro voli
nell’eco del mio cuore dileguato
al suo brullo torpore
– ora levo lo sguardo
contro i rami del mandorlo che s’ergono
di là dalla finestra,
sento suonare i canti della sera,
penso, mi dico: – Sii
buono, guida
i tuoi passi a porti quieti, impara
che nulla salva se non nasce da
la tua pace perduta.
Si colorano
le case per un sole senza fiato
che cala oltre Rifredi, un vento rompe
l’afa che stagna,
ma nulla muta, solo
una rada di rondini risponde.

Dl ME

Ho creduto di vivere tanti anni
fra queste mura dove la miseria
sventolò alle finestre con i panni

lisi, e non ero che vento, le vie
arse della città tagliando andavo
vivo di quella vita, ma non mio

era quel volto, quello sguardo grave
d’infanzie macerate, avevo tanti
sogni feriti che nel cuore pavido

fiottavano, emigravo nell’incanto
d’un altro mondo: ero un uomo da fare.
Lungo questi anni m’ha cresciuto il pianto

della casa, la fuga sui binari
verso città straniere, una divisa
dove ho patito i giorni, era nell’aria

il mio tempo, diviso e indiviso
da me. Ma nessun’ora mi fu vana,
nessun amore…

IL PASSAGGIO DELLA SERA

La sera è qui, tumultua alle imposte
e rauca un’auto-propagauda stride
sulla strada in subbuglio, alla bottega
s’affaccia il legnaiolo e martella
chiacchiere fra un bicchiere e l’altro, mentre
il bottegaio con la scopa in pugno
abbatte la saracinesca. è un’ora
di notte che matura, in questo sabato
sguinzagliato e va, morde gli asfalti
un male antico, un vecchio sgrana a un tavolo:
-E sabato si chiama allegra cuori -.

S’acqueta all’aria, a una parvenza oscura
di vento un cielo di manifestini,
un breve lampo di celeste, un cionco
mendicante ne coglie una manciata,
mucchi alle ruote delle auto sfrigolano.
Si conosce la notte da questi esuli
che girano suonando campanelli,
alzando gli occhi come due ferite
mentre tendono il buio di una mano,
e dalle luci dove si accapigliano
bevitori a corona intorno a un fiasco:
uno per uno uomini arrossati
tengono banco con storie di guerra
e di donne, aspettano la festa
e nell’ombra si accucciano, la fame
brilla, e sarà torpore, in occhi arsi.

CREPUSCOLO AL PELLEGRINO

Cade la sera e con la sera il vento
che stormiva sui rossi
cumuli di mattoni; la città
balugina le scritte luminose
dove compare un cielo
stellato che risveglia
questa corolla trepida dei colli,
dove emerge la notte coi suoi fuochi.

Un rombo di motori
stremati chiude il giorno:
il muratore adolescente batte
questi asfalti affollati,
porta a bagaglio
la ragazza di fabbrica, la sarta,
l’amico con la borsa sottobraccio,
che canta una canzone tumultuosa;
torna il mezzadro,
strascicando al cavallo con la sua
voce di sonno incitamento a correre
alla cascina sui poggi
e intanto sbircia sotto l’ala scura
del_cappello di paglia
un mondo che non fu
per la sua malinconica speranza.

Questo dal chiuso di una casa seguo,
dalla mia solitudine,
mentre sento che notte
ci trascina ben oltre
il buio che raccoglie la città,
ma in essa mi accompagna estremo il canto
del giardiniere che innaffia le zinnie:
con la sua voce lucida di vino
stornella al fischio del primo usignolo.

SETTEMBRE

L’estate segue la sua china, pende
rossa sopra le vigne; è già settembre
per le strade che s’aprono ai paesi
fra gli ulivi spruzzati
di verderame, io
conosco questi asfalti che conducono
dove si sterra un prato e cede in balze
fra contadini neri, so il colore
dei tufi che si sgretolano
all’argentoaccecante della vanga
perché porto nel sangue,
che langue alle stagioni e si risveglia,
memorie lontanissime di giorni
appoggiati all’odore arso dei fieni
sotto portici dove
pendeva a mazzi il granoturco. Autunno
nascerà in questo aspro
ritornare memoria,
in questo avvento di terre spogliate.

E dopo m’avrò il passo della sera.

PER UN’ALBA

Rinascerà con l’alba
di qualche giorno tenero di aprile,
quando un sole fumoso emerge in cielo
dai poggi di Consuma, la tua voce,
il tuo caro profilo trasognato
trepidante per lunghi
viottoli che s’insiepano
negli orti freschi di periferia;
sarai quella che un giorno discopriva
con pudore fanciullo
un tumulto di cuore innamorato.

Ora i giorni d’estate
si susseguono afosi
di fronte alla mia stanza dove vivo
una cronaca oscura:
mi faccio alla finestra,
segue l’oche che beccano
il pastone di crusca rimestato
nel secchio, da mia madre,
getto un’occhiata sui libri di un tempo
così avari ad aprirsi ora che un’altra
età mi ha preso, coi suoi certi approdi,
con le sue lune povere, le notti
lunghe, il poco tepore
che nasce intorno tavola, in famiglia.

Questo dura da sempre, io dormo, dormo
nell’ore dei miei giorni
e dico, scrivo,
mi volgo ad altri con speranza, ma
abbandono al passato
i tuoi capelli a onda
che scioglievi alle spalle
e stringevi nell’incerata azzurra
lungo i giorni di pioggia.

La mia pena è durare fino a quando
non brillerà la festa del tuo riso.

PASQUA 1958

Alla casa sugli orti ove vaniva
le lingue limacciose un fiume
spento ed il cielo al balcone si sfiniva

azzurro, al tuo quartiere sonnolento
fra caserme di latta, case mozze
in costruzione, venni quando il sole

di primavera, tenero, sussulta
e ragazzi lucenti biciclette
spingono ai cimiteri di carrozze

sventrate, alle viuzze grame, strette,
che sboccano nei campi. Coi tuoi grandi
occhi, ma incerti, sopra le scalette

ancora calcinose, in mezzo a lande
che la draga scavava, m’attendevi.
Il cielo aveva trepide ghirlande

di nuvole per noi. Come ridevi
quando imboccavo lo sterro, le mura
che portavano a te, con passi brevi

t’avviavi fra i gorghi delle gore
verso di me. Degli altri anni rimane
solo il vuoto e, del vuoto, la paura.

DA LA MACCHINA DA ORO
(1962 – 1964)

ALTRA PRESENZA

Inquiete stanze, sono ancora qui,
ancora tocco i muri le persiane
sfoglio libri sul tavolo apro usci
entro ed esco nell’orto scarruffato:
erano anni che non rispuntavano
speranze quotidiane sulle labbra,
giorni eterni straziati da una cupa
rivolta mi divisero da me.

Ora mi volgo intorno, posso dirlo
“amore” come nelle canzonette,
un’ansia limpidissima mi spinge
lungo un filo di luce in tanto buio.
Voi che mi amate con pugnali tesi
colpi bassi sorrisi-dinamite:
ancora tocco i muri sono ancora
vivo fra libri spenti solitudine,
ho vent’anni passati e posso dirlo:
malgrado tutto sono ancora qui.

TE INSIDIANO

Cammini, discosti le torme
con scatti di amaro dissidio
(tocchi di nocche di tacchi
tonfi di tosse nel buio
degli anditi afosi), cammini
sorretto dai tuoi anni
virili, sprezzati
da infrante colonne
di fumidi spettri che
te insidiano
mentre ferito aspramente cammini.

INVECE

Ti manitesti passano a distesa
parole esatte sul filo delle labbra
e io che non ascolto obliquo sopra
il pugno arido come assente
da una sorte troncata a una sorte
deliberatamente sciolta in altri anni
che non ascolto più ormai è certo
se tutto frulla e una stoccata buia
recide puoi gridare non ti sento

perché allora non entri nell’inferno
dei tuoi cieli cresciuti sulla terra?

Invece con mani deserte
mi sfiori i capelli e malgrado dici
malgrado il vuoto le deprecazioni
voglio volerti amare anzi diretta
mente (il pavido miracolo
delle finestre accese e tu che stampi
un profilo amarissimo sul mio
eclisse dove si riaffiora vivi).

Così forse dovrà l’imprevisto fuoco
i lunghi ghiacci o sbarre verticali

sì, vivere come è
la forza che ci porta ora inceppata
ora distorta o fortemente tesa:

per due la vita ha un senso e come vorrei
anch’io sciogliere rapidi cavalli
non so quando i colori alti sull’ombra
riprendere la sorte per le briglie
e tu che corri canti
felice fra le siepi dei selciati
corsie ventose di una persa infanzia.

OGNI GIORNO

Ogni giorno è un grano
del tuo rosario d’osso
levigato da mani secolari,
donna curvata dal lavoro, madre,

ogni giorno
hai lo sguardo più buio ed incrinato.

Certo tu sai di me
che non sono gentile
che vivo sempre col cuore in subbuglio
e anche questo ti pesa,
certo sai
del fiore umiliato mio, ultimo lume
che difendo dal mondo a pugni chiusi
e una mestizia orgogliosa ti colora l’anima.

Ogni giorno preghi il tuo Dio
deluso, davanti alle foto gialle
dei morti contadini
e accendi i ceri con le dita consunte:
Prego anche per te. – Dici.

Io che posso farci?
Mi sono voluto così: dalle croci
ricavo legna da ardere
perché in questa vita, a tuo figlio,
è toccato l’inverno,
gentilissima donna contadina.

PAESE

Quassù fa buio subito
quando li sole va sotto
(hai voglia di accendere lampade
su tavole fatte con l’ascia):
i secoli sono qui
che te li senti addosso
ombre d’ombre nel sangue
terrore a capofitto.

Dai muri insonnoliti
crepitano canzoni
luttuose in sordina
un filo di speranza
(ma chi batte col tacco
silenzioso gli sterri?).

Ho giocato l’infanzia su quest’aie
Sandokan perseguito dagli allarmi
mozzafiato da restare
una statua che trema
su quest’aie di sterpi
dove fischia la serpe
contro le imposte cieche.

Ho l’età giusta per dire la morte
via di qui dove tutto duro addita.

FIORISCE IL CARDO

Non sprecate parole sui poeti
in versi magri ci siamo spremuti
col sangue totalmente abbiamo pagato
il silenzio dichiarato
ritagliando dal nulla i confini
di un mondo appena diverso

fatene armi atomiche se volete
isotopi feroci sulle piste
di arcadie renitenti se volete
parole-pistole disintegratrici
ma non sprecate il rombo
anfibio delle trombe a doppio taglio
fiotto duro elettronico rabbia
per l’amara passione ferita
della semplicemente poesia:

in ogni caso lasciate fare
che ci divide è un secco di fiumare
al vento forte delle nostre dita
fiorisce il cardo sulla carestia.

COSTI LA MORTE

Quando tutto sarà quieto
come i pezzi di un orologio
scoppierà la tempesta
perché così è.

Avete voglia di squadrare e inquadrare
l’azzurro dilaga sprofonda il nero
un altro ordine ci aspetta:
dovrà una sorte fedele germinare
costi la morte.

Macchina e uomo non basta
più macchina meno uomo nemmeno,
diversa è la fioritura
dopo il guasto dei secoli.

Allora cadranno le maschere,
costi la morte.

SONO POPOLO

Perché uno da solo non può nulla
sono popolo
scrivo con mille mani:

leggetemi
nella protesta murale
nel gesto schivo ribelle
nelle parole rullo amaro fuoco.

Questa vita in versi resisterà:
sono un popolo che detta
nel vento dei figli la sua storia.

HAI MESSO UN VESTITO…

Hai messo un vestito che pari
la bambina di ieri
portata da un vento riottoso
a conoscere le cose.
I ricci nel collo la riga
celeste del profilo:
siamo tornati indietro
due ragazzi felici.

Potesse un’altra sera
come questa durare
mentre fuori le luci bevono acqua
e la gente passa
a folate, fra scatti
di motori che ansimano accodati.

Che la morte mi pigli
dopo! Non m’importa.
Nemmeno ti so carezzare:
hai messo un vestito
che pari la bambina di ieri.

PER MERA STATISTICA

Cammini così diritta sfiorandoti i capelli
con le dita lunghissime affilate
onduli tanto delicatamente sui tacchi altissimi
che quasi sembra un inganno
vederti uscire dal supermarket
con la veste azzurrina.

Firenze nera e afosa a quest’ora
ti porta in braccio lungo le strade
sotto un cielo di catrame grondante
fra i cartelloni della pubblicità
che hanno profili acuminati come il tuo.

Verrebbe voglia di allungare il passo
avanzare insieme facendosi largo
a furia di bellezza
fra i lampioni che deflagrano
servisse almeno a qualcosa.

Ma domani piena di grazia
sterilizzata sarai li
robot con la lingua di Mike
e il sorriso da presentatrice.

A volte mi domando
se ti hanno fatta a macchina
come le scatolette dei tuoi banchi
aerea sacerdotessa di un a rido tempio – meccano.

SOLDATO

Si viene da tante parti,
ognuno ha la sua Storia:
il pastore racconta la Sardegna
che parla con le bocche dei fucili,
i contadini sono radici,
a guardarli, negli occhi nelle mani,
gli operai sono fatti
di tubi ruote e catene,
sanno scegliere di fino
le prostitute della Stazione
il tabacco comprato sottobanco.

Siamo tutt’uno: una cicatrice
nel cuore di chi abbiamo lasciato.

Qui sto male, di schivo, conosco la luna
le sue trame che a dirle destano riso
in questi alberi in queste belve afose
in questi motori da premere.

Si viene da tante parti,
ognuno ha la sua storia
ma io non sono un numero da branda:
qui un attimo, un secolo da solo.

IL VENTO

Il vento. Assicuro che tira.
I pastori stanno nei mantelli
sono tronchi secchi sul suolo,
le macchine a colpi di frusta
traversano asfalti lontani.

Sto qui con i tetti del borgo:
gira il gallo di latta
nelle spire di fumo;
crepito con i fuochi sulle pietre
e i monti tentano gli occhi.

Mettersi al contatto col vento
è l’unica mossa da fare.
I greggi sono foglie
che vogano sul mare:
questo fischio celeste è la mia voglia.

ARLIANO

Ulivi miei, che sangue arruffato,
è un’ala azzurra il soffio dei paesi:
un’ombra dentro hanno gli uomini qui.
Passa e saluta
il vento con le nuvole contadine
rovesciate nei campi,
prorompe dalle case
una bandiera di gridi
e cantano i carretti sulle piazze.

L’amore non è poca cosa
fra me venduto al cemento
e questa natura stranita
dal furore del vento.

ALLA MIA OMBRA

Non ho parentele
vivo alla mia ombra
scrivo versi nell’aria
con la penna estrosa delle rondini.

Ci sono tanti che mi dicono:
– così non puoi andare, ragazzo –
e scuotono grosse teste
di cani mansueti.

Non do retta a nessuno
sono come l’erba dei campi
che cresce e basta
diritta verso il cielo.

Ci sono tanti modi per essere poeta,
ho scelto quello che non dà requie:
una rosa a sinistra del costato.

UN MONDO

Quella panchina un mondo
sulla sterrato a gorghi
folto di cardi e ulivi
di Fiesole le mura:
pesavo le pietre con la mano,
le tiravo lontano
prima di darti un bacio
che giravi la testa riottosa.
Con i capelli nel pugno
eri la città,
un bengala nel buio.

Mi sono giocato gli anni veri
a guardare i poderi
come una arlecchinata
e Firenze con le bocche accese:

ora che mi hanno legato
le mani, che mi hanno squadrato
so che quel vano sogno fu la vita
più vita di quest’arida contesa
d’ombre fulve incarnate.

UNA RAGAZZA DI VENT’ANNI

Sa di mare e canzoni
la voce della ragazza
che porta in tavola pesci d’oro
con i neri capelli la benda
i denti che mordono l’aria.

è dritta e fiera come un’asta
questa ragazza di vent’anni
fiorita fra le pietre.

AI FALÒ

Ai falò d’agosto
vino forte
la luna sulle zampe dei cavalli
e davanzali in piena
per una vita sui trampoli.

Dove sei stata fino a ora – dissi.

L’erba andava diritta verso il cielo
ai falò d’agosto
quando sopra le cupole del sonno
angeli e arbusti chiusero le ciglia
e l’uomo crebbe di passione
contando gli anni.

UN FILO TIRATO…

Un filo tirato ed il bianco
dei bucati tende l’aria,
marca la tristezza
del paese asciutto.

Qui ha un senso la vite
con i nerbi di ruggine,
il nero logorato dei vecchi
che sanno le piste dei campi
i varchi nel filo spinato
il ghiozzo nel greto
ed ora negli schermi della calce
trafugano verde.
Se non si può cantare
basta con la voce:
il fiato delle cose empirà l’aria.

QUELLO CHE SI PUO’ DIRE

Tutto quello che si può dire
oggi come oggi è stare zitti
(spostati di un millimetro
se puoi in avanti
avrai percorso un cammino infinito)
mettersi al sicuro dal compromesso
magari pagando di persona
apprendendo quanto costa
non scendere a patti.

Si, tutto quello che si può dire
oggi come oggi è stare zitti
chi in questi anni sposta un grammo d’ombra
avrà posto nel cuore dei figli.

DA IL PAESE REALE
(1964 – 1970)

EROS/IONI

1
due parole soltanto
e la storia è finita
dopo il pianto
ti passi sue ciglia la matita

“addio addio”
c’è aria di lutto nell’aria
dentro al cerchio mi specchio come un dio
cinerario

2
non so più se respiri oppure imprechi
se guardi cielo o fango
non so niente rimango
a battere la mazza come i ciechi

ed il cuore somiglia
a un bugno di termiti
– chiuso fra queste griglie
penso alla vita
“scotch brandy prego tutta la bottiglia”

3
è come ricomporre tante tessere
lentamente il tuo viso la figura
un labbro sopra l’altro
un seno accanto all’altro
compatta la bellezza

ma sulla scala è penetrata l’aria
gonfia delle colline
e alla prima ventata ti scompagini
un ricciolo di ciglia
una pupilla accesa
titoli a grandi lettere dal vietnam
annunci compravendite e rimane
la delusione di un “come”
ricomporre che non
ora che siamo usciti dal domani

NEL VETRO DEL QUADRO

per aprire spiragli in questo caos
in questo caso chiuso
basta aprire la stanza una fin/extra
nel vetro obliquo vibra un panorama
descrivibile dentro
la squadratura azzurra si ramifica
della gialla mimosa la persiana
con il taglio in-cubista
ruggine della gronda
una parte di spazio
profondamente viva respirata
che annulla il muro muro

tu dici caro con lo strappo in gola
non è affatto la stessa sensazione
non fosse il male in noi che come talpa
potremmo entrare nel riquadro azzurro
inscenarci paesaggio palpitare
profondamente vivi vegetali
sul muro cancellato questo caos
questo caso insolubile
la cornice delimita decide
l’infinito matura nel finito
sondabile natura a portata di mano
portatile dentro dintorno
non vie lamiere alberi contorti
sul versante del nulla

dal quadro-natura puoi facilmente trascorrere
al quadro-quadro i suoi colori anch’io
in giorni orizzontali componendo
la figura emergeva “ il nudo rosa”
maudit modì fattomi quadro-oggetto
telaio tela-io luce colore
solo senza parentesi felice

ti consiglio van gogh la tenda mossa
dal vento l’ombra-luce
milioni di corpuscoli nel fascio
rosabruno al tramon to-davanzale
e le spatole foglie questo nulla
ventoso che saremo

incoscienza felice solitaria che duole
venata da tristezza come l’aria autunnale
brulicante di morti la coscienza infelice
oltre la noia splendida – spleen porta
sogni da non sognare verità
adulte una storia
piena di buche
fin/extre chiuse porte
pareti bianche vuoto
allora forse tu sarai guarita

IL FUMO LA RABBIA LA GIOVINEZZA

1
qui a firenze dicevo
perchè la città c’è con i binari
che ingolfano le strade in magre feste
con tutte le cose che devono essere viste
a firenze dicevo in questa città
non è possibile affermarlo credimi

ci sono tanti modi di negare
ho scelto il tuono così
il significato sfugge o sembra menefreghismo
il fatto che abbia detto in termini recisi

allora riprendi da capo con meno sicurezza apparente
con più profonda efficienza dal momento che tu
stai a sentire / che tu
stai a sentire almeno pare / qui a firenze dicevo
no
perché la città è un’elica
spezzata nello spazio che continua a fischiare
appunto senza spoletta
appunto un precipitato

2
tutto preciso secco
un buio panorama
con rami sillabanti mura scritte
da scatti di vento / a pugni chiusi
con questo verde pacchetto d’angoscia
di fumo di cancro fra gente
che erompe dal nulla
il tempo si popola di figure
e annuvola la stanza con questa bocca assiderata
fila buio e dolore da questa bocca assiderata

perché laggiù murate nella nebbia
vibrano insegne gole rauche dove
col bavero alto qualcuno attendeva qualcuno
col bavero alto a un incrocio degli anni
soffiandosi sulle dita
il fumo la rabbia la giovinezza

tutto preciso secco
arsa sul fuoco l’ultima speranza
abbiamo fatto inverno a cercare di noi
a domandare a bussare alle porte
abbiamo fatto inverno
ecco che cosa

3
Eppure sono qui carica elettrica
pronto allo scatto del pulsante pronto
tante volte infilata 1a giacca di tela
i quadri tIelle fodere nel vento dei colli
fermamente deciso
a non tornare indietro
contro vetri snudati a romper egli involucri
di certezze senza spina dorsale
senza canto

ma non ho messo insieme neppure un pugno di male
questo è certo sono ancora pronto
niente bagagli basta che nessuno
scuota la testa che io scuota la testa
creatura da corsa e panorami
uomo con le dita bruciate in punta
dal fuoco dei tasti e dal tabacco
non ho esaurita la forza dell’attesa

per questo sono pronto alla partenza
dalla sponda degli anni accatastati
uno sull’altro morti
per approdi ove a scavare a cercare segni
non affiorino totem maschere atroci
o macchine / macchine di guerra

4
firenze è una bella città un seme un brivido
che sul capo matura prode gialle e foreste
il tarlo non la rode / ma la rodesse il tarlo / sta sicura
divaricata sull’arno assopito in un nodo
con i capelli dei colli riversi nel sonno
starci dentro significa non essere nati
in una madre antico prendere nutrimento

firenze è un groppo alla gola deserta
prendersi sul serio no non vorrebbe
quest’uomo sempre più erto depredato a man salva
pure bisogna scuotere la morsa ma
non è un grammo d’aria che s’annera
il ciclone sta / qui / nel mezzo
radicato e padrone

nascere certo via da queste mura da queste
pareti materne stanche di portarci ancora
ma la rodesse il tarlo la rodesse città
fosse possibile una buona morte in contanti

uno non ci penserebbe davvero due volte

IO / STASERA

1
troveranno i miei scritti nei cassetti del tavolo
diranno “ era un nemico ”

troveranno mie scritte sulle mura del carcere
diranno “ era un nemico ”

troveranno miei versi in mani femminili
diranno “ era un nemico ”

questo di me diranno
i nemici dell’uomo
dopo avermi spezzato nella morsa
questo di me faranno
i nemici dell’uomo

stabilito che l’uomo morto è morto
apprenderanno a vedermi a conoscermi
nel volto sicuro degli uomini
compagni ed ancora diranno
“ è un nemico ”

2
“io / stasera ”
che vuoi dire lo stesso e me ne dolgo
(questo grande manifesto sbiadito
che arde sul petto che arde
come
questa sporca bandiera a stellestrisce
di sangue io stasera
non sto qui a protestare
ma vivo in prima fila
con i polsi legati
ed ingiallisco
come foglia parola dilavata
io stasera
sto qui con i can/r/i compagni
a ululare al futuro
gridandomi per nome innominandomi/uomo
e sono questa cenere che vola
alta alle bocche delle ciminiere

3
uomini ovvero calce
terra parole vento
sere trascorse ai tavoli di un bar deserto
sfogliando note transiti minuti
per calcolare la rivoluzione
e la rossa pupilla del tramonto
del furore che irrompe

presto il sole sarà dietro le case
e prenderemo il largo
ognuno riscrivendosi parole indicibili
sfigurate dai fatti
fino a quando
in un sordo rullare di stoviglie
gettate là con rabbia scopriremo il fondo
della bottiglia l’ombra negli sguardi
ombramosia finita
e la bocca piena di buio
delle finestre chiuse come un morso

queste cose dovranno scomparire?
intanto ci stiamo dentro
ad occhi chiusi
ad occhi chiusi ci diremo addio

poi il cielo la terra propriamente una pelle
un telone di circo
da s/montare

4
questo è un pugno levato
e questo un volto duro
si potrebbe sorridere
sicuro
fermarsi al rosso
o parlare di calcio dal barbiere

tu domandi perché
tutte queste bandiere
e questi cori alzati a più non posso

si potrebbe sorridere
non costa niente dici

costa ragazzo e come
costa
non dare una risposta
d’amore a chi d’amore
muore alla lettera
sulle strade del mondo
senza ridere

5
anche le nubi vedi non “ resistono ”
alla foga del vento
che arruffa questa antica primavera
e i tuoi capelli
gonfi di colore

e nemmeno resiste
il sorriso incrinato
come un vetro

niente/oggi/resiste
passano jeeps
lucide di elmetti
e rondini troppo alte
sui tetti

i nostri anni
non ancora nostri
vanno sull’ala del vento
con le nubi/ lontano
dal giovane sangue dell’alba
che non resiste

LE INTERROGAZIONI

1
non accadrà che aprendo il pugno chiuso
come un masso nello stress quotidiano
possa giungere al frutto del tuo volto
oltre le fredde ruvide ringhiere
a cui mi appiglio a cui mi sporgo per?

come posso dirti che un pugno di terra
– perché io questo veramente sono-
è quanto di meglio ti possa accadere
qui dove nego il mondo dove taccio e lavoro
coinvolto fino al fumo della città allo spasimo
con cose che furono nubi ed ora ci sono di[ostacolo?
come posso non so eppure a te che stai nel guscio
di un’antica murata delusione
– punti i gomiti affermi “ basta ” metti
distanze – a te dico
nelle fabbriche del fumo urge un cielo nuovissimo
che ti riguarda scopre a nudo a fuoco

2
tu questo sai comprendi pure giudichi
il mio stato attuale
amaro come il sale delle nubi
di questo tramonto solitario in cui brucio
la riserva d’amore alla finestra

ma in te miele assenzio amore e storia
brillano chiaramente
ed io ripeto che questo fuoco divenuto azione
acido che fermenta e lievita è
la nostra rabbia credo anche la tua/ che sei
dolce o dura sfuggente ed inquisita
e la rabbia di fondo è il nostro amore

per questo spezzo parole sui margini
di un quartiere operaio
col torto imperdonabile
di avere anticipato la speranza

3
qui ogni giorno che passa è una pietra caduta
fra uomo ed uomo un lager

tu che credevi possibile
collegare il benessere borghese
alla felicità eccoti
condannato al colore dei tramonti
alle sensazioni
credevi
che stare dalla parte dell’uomo politico bastasse
per entrare nel giro della vita
il problema è più oscuro
di quanto appaia in superficie
la ragione conferma che oggi
ventimila per fame oggi per chi
non lo sapesse per
fame/morti
la ragione conferma
che anche le parole sono una colpa
come il colore dei fiumi / tu cosa
credevi

4
fosse a prova di verde il nostro amore
il cielo un fiume tenero che brivida
sulla fronte levata
il nostro amore
scorrerebbe sul palmo delle foglie
ventose di un week end
ma siamo a prova di ponti metallici
di scavatrici con la bocca alta
dove il tempo ha più solide suture
e non cede di un millimetro

qui il cemento modelli panorami
calcolati nei verde dello sguardo
non rimane che scegliere
o la giungla o le chiare pupille dell’uomo
per miracolo aperte

per questo vivo l’amore rumore
in un angolo di mondo offeso
con l’amarezza di chi si ritrovi
la carta perdente nel mazzo dei fatti

5
non c’è posto per gli alberi oggi nel mio discorso
questa luce tagliata dalle stecche delle persiane
non è una cosa lirica
arriva appena a illuminare il foglio
su cui scrivo
“ non c’è posto per gli alberi oggi nel mio discorso “

tutto questo perché la storia è un albero
di ruvido metallo e la città in cui bisogna vivere
la città che dici
incide netta nelle mie radici
d’uomo potato ed amputato a fondo

eppure credo all’amore che inchioda
i piedi al pavimento
se ti vedo
ecco il punto
e perché provo a dire
donna mio mandorlo
che è lo sguardo fiorito
in cui mi vidi

LA ROSA DI CALCE

1
un sole verde filtri fra le foglie
rinate sulla giostra arsa dei rami
“è una bomba H destinati
a dare vita per millenni ” dici

a proposito di bombe sul tavolo aperto
svola un giornale con titoli a grandi caratteri
di guerre nel medio estremo oriente
e “ bombe naturalmente al napalm al fosforo
ed altro destinate
a dare morte per millenni ” dico

così l’uomo imita la natura
nelle sue forme vitali esplosive
e noi di fronte al bruno panorama di firenze
mettiamo a confronto
scienza e coscienza il muro alzato e l’albero

2
il panorama aperto è una rosa di calce
geometrica dai mille petali ad angolo
contro verdi orizzonti di cupole accese
dal vento che squilli a fasci di lamiera
illuminando la vampata dei colli

da questo attico grigio di cemento
alto sulla città
ha inizio e fine un mondo provvisorio
intrecciato di fili/paesi
di migrazioni d’auto sulle balze abbagliate
ha inizio una convergenza di storie possibili
fra pianeti diversi fra sistemi stellari

nell’anello che tocca alba e tramonto
s’intrecciano voci smussate dai muri “ da questa
parte l’arno è una ruga verde ” a modelli industriali
di milano e torino si farnetica

intanto il vento della primavera
solleva in alto baveri e capelli
spingendoci a gorgo di foglia
in una abbandonata felicità
appena invasa dalla voglia di vivere

non bastano più le parole
scendiamo la scala dell’attico
ognuno portando nell’anima
la festa di un tramonto favoloso
per strade diverse divise
dal muro alto dell’indifferenza
oltre il quale il panorama
è una rosa di calce

3
noi dobbiamo / al contrario / stabilire
che l’unica emozione
degna di nota
consiste nella rabbia bruna della coscienza
che invade le fiorite indi estive
dell’inerzia borghese (che non vede)
contro cui tramonto con tutti i miei fuochi ammaestrati
fra pareti coperte
da scaffali di alcoolici
e quadri freschi di giovani idee decorative

altro non si canta né incanta
noi che abbiamo gli anni di cristo
alla soglia degli anni settanta

POSTSCRIPTUM PER UN ESILIO POSSIBILE

quando domanderanno di me
non abbassare la testa
rispondi che amavo la vita
come l’unico bene che resta
all’uomo offeso
nel girone borghese

quando domanderanno di me
e vorranno sapere
tu mostra la foto sul tavolo
negli occhi fermi si può sempre leggere
“no al potere”e sul recto
poche parole d’augurio
al nostro amore imperfetto

mostra le pagine scritte
la penna morta
e il manifesto di lotta
appeso dietro la porta
accanto al tuo ritratto di ragazza
con lo sguardo sereno

mostra il cassetto pieno
di versi come si conviene
a un poeta che non si vergogna
e non nasconde niente
neppure alle iene

ma se inoltre vorranno strapparti
dato che sono neri
questo forte amore nostro
tu chiudi/o nel cerchio dei pensieri
perché è l’unica pietra
su cui potrai domani costruire

dato che sono neri
come la seppia
spandi intorno il tuo inchiostro

UN DISCORSO / CHE / NON IMPORTA

progettare il futuro
abbattere questo muro
sbarrato a croce
il discorso dovrebbe essere questo
lo abbiamo fatto
(un discorso)
che (non importa)
perché tu hai una voce potente
vuoi che si canti il sale
io un cuore che nemmeno si sente
minato dal male
in questa città che non c’è
anche se dici ripeti “si vede”

allora se siamo qui
nella città di firenze
a scambiare gesti parole
di disordine “ no/si”
in mezzo a questa gente
se diversamente si vuole
s/vivere la propria assenza
certo esiste un equivoco
se diversamente si vuole
non basta la stessa bandiere
detta firenze che duole
più morta che viva
nella sera
non basta per progettare
un futuro futuro
per abbattere il cemento armato il muro
dentro cui dentro qui dentro
la città colorata
grigio perla
che ci facciamo alle imposte
per meglio vederla
– grandi fabbriche duomi
di cemento un uomo
solcato dal vento –
non esiste e la guida
promette comfort sicurezza amore

ma il paese decisivo l’amore sul filo
nudo nodo nada
spinato dei lager
c’è
verranno altri giorni altri uomini
sci-voleremo sotto le città

LA FUGA DEI COLORI

1
quello che dico o scrivo oggi discende
da un paesaggio sfibrato autunnale
che segna intorno alla città una tenera
fascia di nebbia (sui lungarni sempreverdi
gonfiano il fiume sul fiume verso un cielo straniero
per biancori di oscura innocenza ancestrale)
quello che dico o scrivo nasce dal nostro male

della città del fuoco delle rondini
che abbandonano a grumi il cielo urbano
dell’azzurro che grigio riposa
sulle case sui poveri confini
dell’uomo risulta da ventose
pagine di giornali quotidiani

2
tu non vedi la rosa nel bicchiere
come gonfia si scioglie sulle mensole
di una povera casa proletaria
come magra si stinge nelle sere
autunnali quando le ultime vampe di sole
scolorano in un cielo alto senz’aria
incrinato da un brivido tu vedi
i castelli di carta del presente
– avere e non avere in conttraddizione –
io che non sono niente
che vado in perdizione
come le foglie macerate ai piedi
riconosco la rosa nel bicchiere
sulla ruvida mensola
di una povera casa proletaria
e in essa lo sfogliarsi di un mistero
che mi corrode sola
vittima di una lunga tortura immaginaria

3
così cerco nel cielo settembrino
i colori conclusi di un’età
troppo breve che un arido destino
ha disfatto e nel grumo dei colori
un passato che sa
di futuro (un futuro clandestino
che sia brivido e fuoco come l’aria
resa sangue nei polsi di una sorte
vuota fra umili paria
a cui somiglio troppo

L’INTERNO PAESE STRANIERO

1
un uomo vedi corso da troppe nervature
fughe di sangue navigano dentro
questo snodo di monti questo anello
che dall’alto precipita
cosa credi ti possa dire dare
ad esempio ecco un albero una nube
e a questo punto la lettura del giornale
assume una funzione fondamentale
(spari spore spire
questo no
abbi pazienza lasciami passare)

infatti non si può partire insieme
da una stazione invar(i)abile che
essendo – esempio e limite – firenze
città ridente per definizione
un modo sbrigativo per mentire
l’ombra che stampo abbiamo stabilito
un uomo vedi corso da troppe nervature

2
a un certo punto ti trovi solo
con i tuoi nodi
e devi scioglierli tutti
il nodo alla gola il nodo degli anni
l’abbraccio a braccio
cappio cravatta scarpe fibbie lacci
questo vorresti se fosse possibile dico snodarti
smodarti forse o che altro
ma non c’è modo o nodo ingrossato
dall’acque
delle ciglia che possa
essere sciolto con
le proprie mani

3
eppure una possibilità ci sarebbe
al cinema allo stadio urlarlo l’odio / a braccia tese
ammansirlo a contatto d’illusione ma
hai troppo mondo che ti circola
e devi trattenerlo uomo vivo
finché umana dal buio all’improvviso
tu compari frontale allo sguardo contratto
lo scarto del capo dolcemente indeciso
e sembri un concerto a tutto volume
dal sottosuolo con i rami l’albero
frutto di fantasia io l’ombra tutto
immagini di fame su carta patinata
il fatto è che non siamo nel paesaggio assessivo
– come dire “ buongiorno ” da ombra ad ombra
lunghi sguardi frontali senza viso

andarcene così soli in silenzio
deciso cina africa brasile
qui respiriamo poco male

disumani che l’uomo è un delitto perfetto

4
non comprendo perché tu voglia tanto insistentemente
riportarmi sul dente che strapiomba nel fango di questa
primavera falciata dalla grandine
nella notte
posso semplicemente
una stagione quasi nuova quasi
un’ombra a prima vista ma scintilla
e tu dài
a piazzarmi fra timpani e tamburo
nell’occhio del toro decapitato
“guarda come trema ”
sangue e nient’altro molto nero vittime

non insistere stanco come sono
mi resta un semplice filo di fuoco
e salteremo in aria se

oppure: presto la stagione irrompe
con tu lucidi di vento
che abbatterà le parole dello speaker

5
la nostra storia è questo
mettersi in fila in riga un consuntivo
grami grumi di stella
a livello di crack
nel rumine borghese
bancarotta passivo
due coscienze slabbrate

masochistamore
in tram in treno in barca agli spettacoli
vivo una condizione
incerta fra depressa e proletaria
nonostante una vena di poesia
anche questo inciampare alle soglie degli altri
ti delude
per un discorso che abbia come oggetto l’amore
questo spaccato duole
ed i giorni si accodano si annodano
uno sull’altro a modo di groviglio
– non si può la speranza ritrovare
sul filo delle labbra

IL FUTURO INTERIORE

1
non basta il tuo profilo luminoso o il fatto che
sei la forma perfetta della terra e l’occhio obliquo
– la pupilla nera calda – salda
inquieto fermissimo due mondi

la terra è appena grande quanto la terra che pesto
e non è nulla cara
se non leggiamo a fondo nell’amore

se tu guardi l’amore come un filo
di fango il mondo intero non esiste
e tu nemmeno sei
anche se l’alto bavero levato
ti carezza il profilo/non esisti
se tu irridi nell’uomo l’uomo che
è

2
usammo i trucchi le difese utili
anche il guscio del riccio contro gli urti ma in noi
sono abrasioni
di secoli

allora come può l’animale assopito
impresso nella grazia di una linea
essere tanto umano dico questa
mite figura chiara contro il vetro
dell ‘autobus stasera?

come può con il nero sguardo obliquo
stabilire che l’uomo non è un mostro
in modo tanto netto
col tono il timbro il brivido della voce salvare
il dolce fuoco umano sulla palus?

il cielo aperto illeso del tuo ciglio
la voce fusa all’enorme calore
della stella che in noi deve pur esserci
hanno vinto la morte per un attimo
– ed io batto la testa come un’ape
sui denti d’alluminio che ci bloccano –

3
ma poi come decidersi a smentire
a mentirsi a livello di cronaca

ho nervi tesi come cavi che
saltano che non tengono
al crollo di una foglia di una pagina
di quotidiano se il fanale brilla
intermittente e l’autobus risale
verso trespiano

ma poi come decidersi a smentire
l’incallito mentire quotidiano/non un margine salva
la vita che presumo in te felice/sarebbe
un miracolo esposto a troppa febbre
se tu fossi / sei solo
il nostro esaurimento
stare nel cemento
bruciare al vento
per quest’uomo tirato che si spezza
e l’inferno subìto paga subito
se nel tuo sguardo brucia assenzio e miele

DI UN DILUVIO URBANO

prigioniero di un’algebra di mura
– di parentesi tonde quadre graffe
del tunnel cubo/incubo di stanze –
io frazione apparente in un problema
insolubile quale sorte avrò
per il cielo richiesto come d’obbligo
in protocolli di carta legale?

fuori dentro e dovunque cola obliquo
un diluvio metropolitano
che fustiga giardini coltivati
su spalle di cemento ed in quest’arca
si moltiplicano accoppiamenti immaginari
per una fauna futura che riprenda
da una chiara innocenza collettiva
il cammino del mondo (o già s’incrociano
la giraffa e la talpa?)
di concreto
potremmo colorare le pareti
con carta di sparati
– che guevara lumumba malcom x –
che ha strisce orizzontali rosse blu
bianche sbavate ai margini
come piste lucenti di lumaca
e cantare in quest’arca barca – presa
a riscatto/ricatto per vent’anni –
col tam tam della lingua un nuovo coro
di pulsanti impulsivi che non pulsano
se non di umane scariche
lungo le rotte aperte della terra

potremmo chi? se nella barca l’acqua –
che traversa gli infissi malsicuri
stringe strisce di tempo disunisce
accoppiamenti di pietre e radici
di volatili esotici sul trespolo –
di dita in convulsione e tasti estatici
non possiamo
rimango
fra parentesi tonde quadre graffe
con un diluvio metropolitano
che sferza olmo e magnolia (relitti
di un inferno terrestre vegetale)
serrande vetri mani anima e mura
interne finché il rombo del ciclone
non si dirige – per clemenza o ciclico
sadismo – altrove: ad altre celle
e noi famiglia vicinato mondo
con pazienza stupiti restauriamo
un algebra di muri in cui n(c)onvivere

LE CITTÀ

1
di questa frutta soda colorata
sopra al tavolo ocra
di quelle grandi foglie di magnolia
nel cielo levigato di novembre
di queste piante grasse
che spatolano l’aria
bloccata delle stanze
non occorre parlare
sono parte di noi come lo sguardo
d ‘amore che ci lega

sono parte di noi come il lenzuolo
arreso al mondo
che sventola alle griglia delle case
come i colori nudi e le stagioni
nel volto arrossato
del vento celeste d’autunno
oggi che siamo usciti sul balcone
della città lontana

2
questa rabbia che in parte condividi
d’uomo che cerca una misura d’uomo
questa interna vergogna
del soprabito buono
delle scarpe di lusso carenate
e ancora questa voglia
di semplice umiltà
di essere pane
buono
da spezzare
sono fatti che contano
come il tuo cuore
qui
a firenze
sud
fra viali alberati ed oltrefiume

3
“il grigio cielo di verona aggruma
un sole polveroso fra le tende
dei bar aperti sull’arena qui
i frutteti profumano le strade
ed un dialetto troppo dolce intorbida
i continenti dello sguardo l’agro
desiderio di fuga
il garda fumiga
sotto di noi (siamo già tanto stanchi
programmando una gita in val di ledro)
e si colora delle nostre mani
ferme sulla ringhiera della nostra
faccia che prende a tremolare noi
singoli pezzi
di un meccano saltato
nonostante i colori del tramonto

e di padova – dici – screpolata
e percorsa da fiumi sotterranei
di piazze come altane

una voglia di rompere il cerchio dell’arsura
interiore e poi la corsa in treno
lungo il palmo disteso dell’emilia
mentre qualcosa accade
alla pirelli alla fiat si legge
sui fogli dell’edicole ai binari”

il racconto si snoda come l’arno
nell’anse verdi del tuo sguardo a sera

IN UN PUGNO CHE SI APRE

accaduto così entra e dice
i titoli di testa dei giornali
in questa nebbia che invade la casa
ma i fatti veri sfuggono alla cronaca
li indovini nell’angolo degli occhi
nella fredda pupilla millenaria
spentaccesa
sono chiusi negli occhi che si aprono
sopra al paese interno
colori inammissibili fogliame
che si apre negli occhi che si chiudono

poi dirotta l’attesa all’occhio falso
di dalie gerani tv
cinema frigorifero
– o del gatto che arruffa la speranza –
offre una gioia lustra artificiale
la moda gli spettacoli la coda
i consumi previsti nel programma
ricompila le cose una per una
equilibrio domestico incoscienza
elettrica pulsanti prese multiple
insomma un fatto semplice
che stabiliamo plastica oggettiva
la nostra proletaria masticazione a vuoto
un’impressione liquida autunnale

non è la prima volta che mi perdo
lungo codesti dedali
ma ora nego i rami
le campane serali
occhi tondi di buio
alzàti al cielo
che deraglino l’auto e il cavallo
se questo può servire
a spezzare l’incanto
nella città che gira

in un pugno che si apre come un pezzo di ferro
lacerato dall’uso
voglio sentirla vivere
entra e tace
i fatti veri vogliono accadere

LETTERA

ancora di noi del buio del nero
gonfiarsi della tempesta del fuoco negli occhi
e hai voglia di scegliere
fra oppressi ed oppressori (in superficie)
il fatto è un altro rimani nel magma
proprio come il mendico negli sterri
di questi rioni residenziali
in questo lager in cui si vive
con una fame di storia clic è storia di fame
ed altre lacerazioni
nella notte inicipiente
come una spiga
sotterranea

di questo non si parla nei giornali
per questo ha un senso ancora la poesia
e il tuo nome segreto che non scrivo

eppure ricordo un’estate
con i capelli degli alberi pettinati nel vento
sul corso asciutto del torrente mensola
se è possibile ricordare
il corso dei fiumi le rosse stagioni
il brivido degli olivi
che crebbero febbre di vita
nel sangue
ora che ho/hai gli anni di cristo
e la croce

dico così per te che mi comprendi
con un linguaggio biblico
io marxista

DA TEMPO IMMEMORABILE

1
mi lascio indietro giorni mesi anni
(con un brivido inquieto nelle ciglia
che avevi alte
ne parlavamo
del futuro che è passato
remoto immoto fango duro ormai)

vedi cos’è m’intrisi per le vie
catramate di notte occidentale
– rosso odio rappreso- e non ingrano
nel gorgo megalitico:
la ruota stride e tu
ridente gioventù rimasta al mito
della nuda efficienza proletaria
mi confondi la luce negli specchi

con due dita di barba radiazioni
animali pupille mi propongo
di aprire porte e fuochi di cacciare
queste parole a picco sulle labbra
fra codice idioletto polis magma

vedi cos’e m intrisi per le vie
di un emisfero freddo/ relegato
al silenzio dei fatti che non contano

2
la risposta è nel margine bianco
in cui non entra il discorso
e la parola muore inaridita
sappiamo del napalm
della fame nel mondo della reprcssione
e bisogna difendersi diciamo
ma il cuore batte con ritmi diversi
solitamente bassi
ed alla conclusione
contano
soltanto i personaggi dello spettacolo personale
i fuochi d’artificio
della carne
e tutto l’uomo è scritto
nel rigo bianco

3
un punto interrogativo
un punt e mes
un punto di proiettile nel capo
un dirupo d-io
sono qui mentre il sole dilata
queste gremite solitudini
evase nebulose migrazioni
in fretta e furia
per i cunicoli della giungla urbana
la giostra domenicale le bandiere i canti
non è problema che possa risolversi in bagno
trucco lacca rimmel
il possesso il peccato la ragione
la prova del sorriso nello specchio
esistenziale precoscienza sub
acquea stacco dipinti alle pareti
ed i vasi alle mensole
mia casa in cui mi muovo senza
pavimenti

proprio un bello spettacolo davvero
in questo scarno scenario città

4
uno che lavora
ed a sera spalanca le finestre:
folate di vita contratta al cartello dell’autobus
l’imprevisto è lì
nei fili che dondolano tesi
e sguscia via finché una stratta più forte
e siamo nelle maglie della rete

allora
cercala in te la libertà ma dolorosamente ma
dolorosamente davvero
in me dico…
comunque il fiume ha ottimi effetti
mi sono dimenticato
di battere mani di mettermi in coda
di aprire il palmo ferito
questo bisogna dirlo: mi sono dimenticato

5
a completa disposizione
campione senza valore
proletario in omaggio cavia per saggio
fra spioncino e inferriata
l’anima decisamente condannata

poi per questa solitudine dentata dall’ansia andrò
da qualche parte dove non ci sia nessuno
tagliando con passo moderato uno scorcio di case e colline
per il gusto

D’ALTRI MONDI

1
ci sono strade che portano qui
per paesi perduti su pendici
d’appennino/strade come nastri
arruffati dal vento/di velluto
nero fra calde bande colore

qui dove il nodo calante degli anni
si fa più netto e sodo/ dove l’anima
diviene foglia vorticata ciottolo
lingua d’acqua lucente scorza ed altro

e tu guardi il futuro mansueta
per antico dolore raggrumato
sul filo delle ciglia clie si levano
su panorami bianchi di caligine
paesi nella gola di valdarno
e a bassa voce nomini le tappe
di adolescenze nomadi
s. giovanni figline montevarchi
ora cubi di lego alle tue mani
e scacchiera per me troppo intricata

l’anima qui s’impiglia nella rete
che recinge il cortile sulle spine
d’un filo divisorio e la matassa
delle strade che portano a quest’ombra
(a queste ombre d’uomini allungate
dentro l’arco del sole) è un labirinto
in cui danza farfalla alta l’attesa

2
come tutto è conforme ai vuoti codici
del vivere in-civile (alle parole
dette o taciute/ all’ombra degli sguardi
ai pensieri sperduti come cani)
per cui sediamo insieme sotto ombrelli
di abeti e stabiliamo questo mondo
a nostra immagine e somiglianza un lacero
armistizio ed invece come tutto
è diverso dai codici che imperano
bifidi a fior di lingua a fior di pelle

come tutto concorda con il brivido
delle foglie precarie nel ricamo
luminoso dei boschi in cui approdiamo
inariditi
il grumo originario
– stella o magma big bang o sinusoide –
risale nei canali della linfa
(negli sguardi che vagano indecisi
fra interlocutori ed infinito)
modellandosi in fibra in creatura
alta nel cielo illimite
e compone
la nostra razionale solitudine
come il flusso perfetto della foglia
povero sangue vinto fatto sole
3
d’altri mondi: notizie che trascorrono
sull’onda di una radio grandi pagine
di quotidiani aperti vecchi rossi
di vino e di passato sulle mensole
del paese ragazze che si mischiano
con voci roche o labili al marasma
e dileguano al brivido dei bivi

tutto questo si fonde in una rissa
di immagini confuse nel tramonto
che arrotola paesaggi nell’ascella
afosa d’occidente e noi scegliamo
– come automi a cui è dato qualche arbitrio –
un menu leggerissimo un programma
musicale in tv uno spettacolo
che contrasti la fine – arsi e catarsi –
di un giorno troppo vivo
e tu cancelli
con un colpo di mano sui capelli
che t’inondano il viso senza nubi
la corrosa scacchiera dei paesi
in cui vibra il passato e adocchi in cielo
un vento d’altri mondi: forse all’alba
il ciclone urterà contro quest’aria
ferma e la terra avrà nuovi colori
dopo lo scroscio dei cinque elementi
sulla statale cartelli incrociati
prospettano città
città che non

DOMANDE

“tu cosa fai se scrivi e vivi come
un fossile piumato dall’orrore
e non ritrovi l’ordine del mondo
nella tua nebbia interna sfilacciata?”

senza scienza o coscienza come il fiume
che disegna i suoi argini nel rude
panorama toscano (valli colli
ocra verdi viola bianco polvere)
rovesciato dal taglio della ruspa
nelle sue ferme geometrie tonali
il mio fiume interiore s’avventura
fra immagini sconvolte che rabbrividano
in un pallido affresco metafisico

e non ti so rispondere / sento I ‘onda
forte della mia vita rotolare
fra le doline povere del sangue
fra colori autunnali che dipingono
come un caleidoscopio la finestra
aperta sulle case popolari
e sul breve triangolo di terra
coltivato dal vento non so dirti
di ciò che accade: è un occhio di diamante
troppo acceso per me che m’innamoro
del riflesso di un’alga
(tu domandi perché la storia il mondo
si sfaldano al momento di coincidere
nella nostra passione proletaria)

“ dove vai chiedi ancora con la borsa
di pelle con la coppola anglosassone
e la testa reclina ” – alla fermata
dell’autobus conversano sul tono
delle vetture arancio o verde bosco –

io che mi volgo intorno come un profugo
con lo sguardo di passero ferito
che non vola oltre i muri ti rispondo
con un abbigliamento arlecchinesco
– siamo ancora divisi
fra la divisa l’abito borghese
e la rude camicia proletaria –
oppure ti confesso che a momenti
io non ho più nessuno il buio gonfia
nelle mie tempie come un temporale
e gli anni si scolorano nel vento
autunnale che solca anche la voce
indecisa fra l’urlo ed il silenzio
perché in cuore un obliquo meteorite
impattò (non so quando)
frantumandosi in stelle senza tempo

SUL FRONTE DI FIRENZE

sul fronte di firenze la battaglia degli anni
non più certi / le case all’improvviso
che arrossano nell’arco del tramonto
e nominiamo queste strade nuove
via kyoto via edimburgo (un universo
planetario di nomi in un chilometro
quadrato) come profughi
da questo stesso sottosuolo urbano
che si apriva fra un greto e le colline

e già inizia la piega che gualcisce
il foglio bianco della giovinezza
fra sguardi di amore offeso
dalla piena violenta della cronaca
che cancella il disegno dei paesi
– e scadono con le cambiali
i nostri anni migliori catturati
da recinti di calce
come può chiamarsi
vita questo rovello dietro un numero civico
fra gente che ti odora come un quieto animale
e non sa la ferita che ti rode
di quali inni di che tempo inutile
si compone l’attesa?

sul fronte di firenze la battaglia degli anni
non più certi è perduta / Siamo soli nel rustico
paesaggio periferico come soldati in fuga
disertori dispersi antichi apolidi
alla frusta di un vento / che qui chiamano vita

e la mattina col loden autentico
la camicia di marca le scarpe di prezzo
con netto autodisprezzo
di tutto quanto viene detto vivere
rientri nelle file dei fantasmi
senza sgarrare di un istante all’appello

intanto sempre più duro è sorridere
l’aria invernale brivida alle mani
ed i treni esplodono nell’odore di pioggia
come bossoli
il dolce panorama
schiuma sui caseggiati disadorni
bave metalliche di malinconia
che ti scuoti dal bavero
prendendo posto alla fermata dell’autobus

il tempo si raggruma
in un pugno di mosche
che lasciamo volare
contro il morso del gelo
contro il giorno

DA LA NOSTRA PARTE
(1970 – 1977)

IN SONNO INGENUO

e così siamo giunti vedi al vertice
del cono capovolto al buio al foro
in cui sprofonda la storia (allo scheggiarsi
del progetto in cui vivono le forme
dell’universo umano)
segnato col nero
dove i nomi infittiscono sull’agenda
il giorno ventotto maggio un giorno apparente-
mente come gli altri (anzi a firenze
la mite primavera sporge ai terrazzi
col capo dei gerani e circola all’altezza
degli attici il vento dei colli striato di polline)
conferma improvviso il capovolgersi
del cono l’esplosione in pieno viso

molti hanno alzato la mano dicendo “ per là”
uomini di radica rossa
di labile sud
di cupa terra serena:
uomini chiari esperti del buio

l’erba di questi giorni è molto rasa
nei prati all’inglese recintati con sbarre
alte reti ringhiere / nelle aiole
al primo spolvero d’afa / è un’erba rasa
da giovani che irrompono cupi
nel quartiere residenziale dove svettano ancora
le ultime betulle degli avi
quando già agiva l’astuta dura mano
contro di loro colti in sonno ingenuo
nel cono capovolto

NEL DELTA

i festoni che pendono dai muri
sulla strada che porta alle valli del chianti
sono un documento un dettaglio friabile
su cui ti attardi appena prima di addentrarti
in prode vuote alle cui spalle cade
una cronaca ostile di termos
di migrazioni stagionali corsie
e cancelli di fabbriche
i tuoi dati
sono questi e con questi ti confermi
uomo sprecato ed imprecante al limite
dell’urlo-urto / pure oltre lo strappo
dove la strada dirada in un grumo
di terre alte e cascinali sparsi: nel delta
che non ha più segnali o rotte certe
– il paesaggio è casuale: l’uomo conta –
scegli un vino leggero al breve sole
di novembre che riverbera al vetro ed apri
“conversazione in sicilia” dove
“l’aringa fu pulita messa in un piatto”

ma che ne so io di questa domenica
fra cani sciolti e cacciatori io cane
sciolto dietro gli odori di una pista
diversa io che mi mordo
la coda per una sorta di gioia dolente
e che ne so dello scrittore morto
di cancro come un cane abbandonato
a ferite insanabili?
e invece provo passione
per altro “la vita esce a delta dalla vita ” dico
fra festoni di vigne
o festini autunnali di colori gratuiti
a cui ci abbeveriamo trascurando il problema:
e il problema è lo spreco della cronaca
mentre domandi “ con chi stiamo ” e il volto
s’apre smarrito “ con gli antichi ormai calati
nella ghiaccia del tempo (quali inferni
ci attendono alla fine) o – lo scafandro
allacciato alle tempie – entriamo in spazi
che il giornale di bordo non precisa?”

e il senso delle cose apparenti (che ami)
annebbia le colline come un brivido
o un codice minore che regola la nostra tristezza
d’essere al mondo vivi per non essere

UN CURVO UNIVERSO

traversando le zebre sulla curva
in cui straliciano meteore
di un futuro ridotto ad allucinazioni
non mi prendi per mano come una lepre
che fugge nel verde dipinto a un ventaglio di fanali
ma oltre il dorso di mulo dove gualciscono
laceri manifesti del presente
ritrovi un curvo universo (lo shopping lo stop
ai banchi dai colori minerali
ed il carrello s’incastra in una serie di trappole)

ma non splende neppure uno sguardo
né un ordine del giorno
(infine: manchi tu: rivoluzione)
per una spinta verso il mondo dove
nenie di sonno secolare refolano
dagli infissi come gas bellico

avocados mugugno e nel gusto di mandorla
mi viene da bestemmiare come un ragazzo
per tutto questo con molta passione

perché chi non ha è
il più forte nel mondo contro il mondo
traverso ancora la strada
con un curvo universo
lto sul capo (il bombardamento
nucleare è già cominciato…
quante tristi molecole nel vuoto) interrogandomi:
noi siamo qui lo vedi? siamo qui?

AUTUNNO 1969

gira la manovella e il contafogli
numera scarti di parole suoni
dalla strada / la febbre di sentirsi
vivi per questo gesto clandestino
dentro al garage con la serranda
alta moltiplica un pulviscolo di immagini
e di risme di fogli nel marasma
dei “tre metri per tre” ridotti a un bunker
fra manifesti inchiostri ed altro che
si fa furia cieca come un albero
morso nelle radici e – in più – l’azione
mentre la rosa antica
dei venti si muove a precipizio
sopra questa galassia di parole

autunno la bella stagione
simile a una serigrafia
itera toni di grigio nel crudo paesaggio toscano
che a scampoli appare nei vetri ispessiti di smog
e opaco splende nello sguardo
di chi stanco si piega sorridendo
per fare la speranza a ciclostile
se “marx” dietro cespugli
ancora freschi di stampa
sgrana occhi improbabile
da un grande foglio gualcito
col dubbio di essere soltanto un equivoco
come gli affreschi d’umido alle pareti
impresse di programmi e vuoti d’aria

LETTURA DEL QUOTIDIANO

se su un quotidiano si legge di pace
condividi con brecht:
pensa alla morte che questo intende – lo stesso –
alla fine della lotta e del tuo vino leggero
che corre la storia in un brivido
fai come il vietcong
che impaglia il mitra mentre Scruta il cielo
– non per l’arrivo di anitre o monsoni

e che pace puoi avere da un foglio su cui impera
la voce del padrone finché il padrone vive
tu non avrai mai pace e dunque non posare
il bicchiere sul tavolo ma bevilo spegni il video
nel caso tu assapori questo cibo
soporifero e senza voltarti
indietro per dare un motivo alla porta
che ti serri alle spalle
prova a fare qualcosa nonostante la nebbia
folta dentro la mente ed il mito animale
di sole e sesso in cui sempre t’impigli
(anche la lunga stagione americana
di brecht e grosz ha un suo significato)

chi per nomi per atti ed attese
la sera controlla se
la radice tiene o se l’innesto – a freddo –
ha generato centauri o minotauri ( i secondi purtroppo
basta guardarsi intorno come cani infedeli)
sa che dobbiamo ripartire da qui:
dalle vocali rotolate in gola al tempo
nel guizzo di un foulard prima che annottino
il coniglio bianco la colomba
e questa orribile contraddizione fra acidi camere oscure
fruste nubi di sale:
il grido a bassa voce il grido dentro

sullo specchio scorrono torme di insetti e scintille
deve essere lì
il punto di minore resistenza
dovranno proprio prenderci per fame

LA VELINA SUL PETTINE LA BOCCA

coi gomiti al ponte – la ferma
spalletta la gialla golena –
confondo la curva del fiume
la piena del cuore la rabbia
la sabbia che stnde ai setacci
il fermo profilo inclinato

sull’ansa dell’arno un pensiero
si sfrangia in cascata di stelle
scoccate dal cielo e ripeto
con voce indecisa una storia

la velina sul pettine la bocca
premuta in una musica lontana
dalla guancia annerita dalla barba
e i capelli nel bavero alla sera
che l’autobus traversa la città

anni magri rivivono negli occhi
chiari della ragazza che non sa
(ti chiamavo con rabbia anna malanna
perché non stavi ai patti
e ridevi sonora
bianchi denti compatti
con nello sguardo azzurro un’onibra d’oro

non stavi al rigo amaro di leopardi
preferivi un mugugno di canzone
e correre sull’aia a piedi nudi

che tu avessi ragione
anna malanna l’ho compreso tardi
in un’età più cruda)
ora
un presagio di morte mi accompagna
in queste strade gonfie di colore
che approdano alle coste
sulle selci
l ‘ultime noci rompono dal mallo:
dilaga alle pupille un manto giallo

grida per noi l’infanzia la sua neve

*

la lampada a cartoccio
appesa al muro sboccia
da un reticolo oscuro
di cose senza peso

e colme sul capo galassie
un nugolo errante di pecchie
così come allora
senza fissa dimora…

UNA CASA DISTRUTTA

stanzia con noi l’amica: è di passaggio
viene da terre dove confinano i boss
mafiosi “frank coppola – dice – è un’attrazione
turistica da includere nei depliants”

ha nello sguardo una forte inquietudine
un brivido di buio e mentre narra
smeriglia le parole come schegge
strappate alla montagna (“siamo capre
selvatiche fra valli da cui esplodono
i fuochi d’artificio delle grandi manovre”)

sul tavolo le cose di ogni giorno
i cibi i quotidiani il programma d’azione
una storia in frammenti /
mentre parla
a noi ricorda la vita anteriore
quella che non abbiamo mai vissuta
interamente quasi che un’ubbia
ne scardinasse i margini: la campagna sbriciolata
in sabbia fine in polvere
di lei
l’abito nero è antico di millenni
e annulla i colori in un tessuto d’angoscia:
l’abito l’abitudine al silenzio
vigilato dai quattro cavalieri

rende conto l’amica come un uomo
con gesti con parole delle pietre
delle voci cadute
in un vuoto incolmabile e d’altro che si sfaglia

chiusura millenovecentosettandue
v.p. con altri scarcerato (fanno tre anni
che lo sguardo si oscura ai cancelli
anche per noi pesanti)
alcune battaglie vinte alle spalle
altre perdute senza remissione:
la poesia ad esempio: la sua ipotesi
si riparte sempre da zero

Ci ha lasciato stnngendo in braccio i libri
i versi infine uno sull’altro amari
i versi infine
una casa distrutta dal fuoco

IRA ED IRONIA

una vita in subordine alle mosche cocchiere
è questa tua poeta già in età
di contare le ruvide sere
che ti dividono dall’eternità
dell’atomo dissolto – quando sia…
dunque allegria poeta dunque allé
*
amico mio che mondo è questo i cani
in soprabito buono e sorriso smagliante
parlano lietamente del domani
ma mordono alle caviglie appena dopo un istante
si sapeva che sarebbe finita così
la propria parte di cibo ed i canini lucenti
dicevamo con rabbia: ha da venì
è venuto un presente tutto denti
*
Costretto
fra rispetto e dispetto
di uomini che tagliano netto
per la propria strada
“ ma dove vuoi che vada? ”
*
sfrattato dagli affetti
per quattro lustri oggetti
sfruttato dal padrone
e a “ disintegrazione”
lascio per testamento
un grano di speranza
e un Cuore di sgomento
coltivati a distanza

LO STRAPPO NEL PROGETTO

adesso vedi la città futura
e i pilotis sopra al cemento rustico
il progetto felice non esiste
ma la cupola ha fori di proiettili
e il sottosuolo frana sotto il peso
delle crepe improvvise / c’è sempre qualcuno
dico dentro di me e penso a domani
quando con nuovi strumenti
opererò nel reale
con qualcuno io qualcuno a bocca chiusa: allora il disegno
vèrgalo sulla carta certo come
l’imperfetta stagione da cui uscire
con vane varie suppellettili
e gli strumenti di misurazione
le radio ricetrasmittenti i tasti
della comunicazione quotidiana

ciò che non torna infine
finisce col tornare
un conto esatto un’ansia approssimata
un vivere sul filo delle mani
proprio per quelle crepe quelle immagini
raschiate via dal fango in più punti straziate

“ma non ci sono – obbietti – dimensioni
il relitto approdato il tratto non estinto
sulla mappa sono la minima parte di noi”

eppure questa condizione è la nostra
condizione e la tua storia stessa
esposta in un grido di morte
nella morte di un grido
in tante schede che non servono più
– planimetrie spaccati pieni vuoti
percorsi in / transitabili terrazzi
esornativi un lavoro di équipe –
perché non avevi calcolato l’intervento del caso

ma servono ancora come dati di fatto
(abbiamo ad esempio scoperto un retrofabbrica con stampi
cubisti picassiani e lì si potrebbe
montare uno spettacolo folk:
gli spots ai cancelli e le carraie dure
dove si sbreccia erba ai muri ossuti
e mettersi accucciati come indiani lunari)

e le secche imprecazioni
contro la feria domenicale in cui sprofonda
una parte di noi una parte la nostra
che ancora resiste spavalda con nel fianco
la ferita del colpo della sorte oppure
a ferita e basta sono strappo e progetto

IL GESTO IL TRATTO IL SEGNO IL MURO L’OSSO

non so andare da me per questo mondo
ma insieme a chi lavora a ciglia basse
la polvere nera del tempo stabilisco rapporti
(e il tempo siamo noi che a sera usciamo
fra ascissa ed ordinata dal calcolo
dei potenti con le mani che dolgono)

vanno così i germani in volo obliquo
per fazzoletti di vento rompendo le cocche
delle colline così ancora vanno
i cani a sera sulle stoppie estive
e i ragazzi sbandati sulle balze
che slittano il futuro come una scala mobile

perché amo l’inquietudine del sogno
il gesto il tratto il segno il muro l’osso
la pietra il corso (della storia) il filo rosso –
che moltiplica gesti collettivi
dal magma profondo del pànico
perché amo /
non so andare da me per questo mondo
dove si conta per uno come fanciulli egoisti

ma se sto male ma se il mondo scivola
(gas e galassia cella e cellula) obliquo
sotto i piedi ma se oggi…
che rimane da fare
fra dati tanto sconfortanti? (un fuoco
brilla ancora laggiù sempre più al largo
dove il suburbio turba la polis razionale
e allora non rimane che un sentiero segnato
fra sabbie mobilissime al nostro ceduo sperare)

“e tu compila la tabella di marcia
che porti in qualche luogo: studia almeno
la migrazione degli uccelli il senso
di difesa animale della classe e
se questo è chiaro come
appendere la giacca alla spalliera
allora la tras-crizione
è avvenuta e possiamo anche
bere qualcosa di ghiaccio inventando il passato”
rispondono gli ultimi esemplari di una razza in estinzione

INTERNO

di questo mondo di questo bonheur
king edward stock brandy ricavato
da un supermarket lucido di beni
con questo vassoio vermiglio
che ha mele cotogne melagrane cachi
grossi come un pugno
non è possibile fare una storia tanto meno d’amore
ma di polpe di succhi
secrezioni escrezioni concrezioni
una bio/storia veramente il-logica
come è dato vedere
dalle limature di ferro
all’angolo degli occhi
dagli incidenti interni dalle stragi

eppure questa mela invernale
gialla verde venata di grigio
con ammaccature ocra
questa melagrana bruna e vermiglia col calice infranto
come una corona reale
e questo diospero
giallo arancio toccato dal sole
e ancora le etichette dei liquori
color vecchio col timbro ceralacca
e i caratteri gotici
le costole dei libri dietro i vetri cangianti
le altre cose (banali)
di un salotto qui in parte riassunto
sono il segno di un agio che è dis / agio
di cambiali scadute di rancori
proletari che sembrano coscienza
e una serie di fatti di passioni
legati al disamore al gusto al tatto
alla voglia di vivere al non vivere

voi premete il pulsante della luce
amate le ragazze per la curva ancestrale
seguite ogni momento sul quadrante
e questo basta e quanto basta è questo

una tela così
neppure il ragno

quello che è stato detto
bene o male
è un’ipotesi di lotta
contro il capitale

LA VECCHIA TALPA

non sempre la vecchia talpa scava ponti
capovolti nell’acque sotterranee
perché migri in silenzio il nostro popolo
sull’altro versante della storia dove il cielo
non è un fondo di sacco non sempre ha le unghie
di friabile terra e di radici a volte
esce in aspetto d’uomo dalle nicchie di tufo
e canta in un non-luogo e conta il tempo
misurandosi con la morte interminabile
amando l’onda lunga della vita
il seno il fianco la curva di buio

quando le nostre bandiere sono fiori straniti
nei cretti del bitume o sono innesti
nell ‘acquario dei rettili (funghisce
il fango e brulica d’uova ostili) allora
il nostro fianco è più scoperto al colpo
e più chiaro il futuro alle pupille
dove ferve il paese: è certo per questo
che più spesso la vecchia talpa scava ponti…

LE CARTE

“la cartolina illustra un fondovalle
un imbuto un girone color sale
dalle rare radici fra le valve
di secoli remoti nel dettaglio”

dopo sei giunta tu presa fra i denti
di un percorso turistico segnando
un eldorado di pupille chiare
ed i segni del tempo: un tempo scritto
per sempre in una ferma verità
sopra mappe segrete quotidiani
o volumi di versi imperituri

“non è che carta ” dico questo rotolo
di stampa che ti passo in fretta come
un testimone di staffetta (tu
pòrtalo col passo leggero
di chi stacca i talloni dalla creta
di una provincia nera)
non amore
mi spinge ad osservare il vuoto ondoso
rimasto dove il nitido profilo
illuminava di paura i libri
non per amore per tristezzA a noi
a volte ci pensiamo come bimbi
senza sesso né senso / alzati in volo
a una lusinga di passato – né per indifferenza
riordino le carte sopra al tavolo
del tarlo quotidiano e straccio guernica
ciclostilata sopra un bollettino
(questo nostro infortunio in sedicesimo)

ma i nostri morti i nostri monti brividano
come una bocca che è meglio tacere:
altre sillabe ci attendono e il silenzio

IL PRIMO MONDO

non a caso sul mare tormentato
degli oliveti approda un forte flusso
di notizie in/esatte dal pianeta
(qui su una balza di periferia
in cui tornano infanzie frantumate)
e il vietnam la persia la sicilia
s’impaginano in fogli intensi d’oro
e di miseria (in gesti forti
di collera ed in fumo alto che schiuma)

forse è il giro di volti che s’incuneano
a fresco (o meglio: a encausto) in questa ruota
fumigante del vano e dare un senso
al mondo: “ un prima e un dopo un fallimento
ed uno sbocco lucido oltre il buio ”

ma come questo inizi ed a che punto
si alterni pieno a vuoto giorno a notte
ed il farsi al disfarsi degli eventi
non è scritto nei dati che ci esaltano

non a caso sul mare tormentato
degli oliveti approda un forte flusso
di notizie in / esatte dal pianeta
da un mondo che noi diciamo terzo
ma che è primo perché sanguina ancora
ed allora che senso ha la speranza
l’erba alta del sonno universale?

la domanda è a mezz’aria con la bocca
di scavatrici / con tralicci: oggi
la risposta è domani ma già nasce
nel gesto che dissolve le parole
perché crescono alberi nel sole
ed il sole negli alberi e ripeto
che tutto questo non è più possibile
(la primavera – intendi – le stagioni
la finestra dipinta non esiste
non esistono i fiumi dentro il fiume
arno che non esiste sotto i ponti
come ciglia levate sotto un nastro
multicolore)
“è fatto d’altro il mondo
e tu che lo riassumi nel tuo numero
civico nella tua vetrata aperta
come un quadro cinetico sei solo
un alibi privato / non esisti”

questo dato di fatto mi divide
con perdita di sangue ed abbandono
i versi sopra al foglio / come morti

ALCUNI DI NOI

non siamo andati in guerra eppure
alcuni di noi sono morti
altri feriti
altri ancora hanno disertato
al primo scontro frontale
(sfiancato sfibrato ridotto
a una scaglia di cotto
è il nostro presente
stato)

dicono – alcuni di noi –
che la guerra di resistenza
potrebbe non essere finita
alla prova
del fuoco

(bologna un giorno con la febbre in cuore
il gelo complicava le Parole
sotto i portici oscuri parlando di roversi
trovai soltanto secoli fino allora dispersi
e – oltre il filo degli arrchi – una spera di sole)

con la giacca a strisce
sulla pelle a strisce
sotto un cielo a strisce
disuguali ci gettiamo in qualche futuro
a gruppi sparsi
su ispidi versanti
con alle spalle il vuoto:
generazione
segnata sui registri
di tutti questi campi di concentrazione
che valichiamo
come indios
con un libro di versi cancellati sotto l’ascella
modulando una poesia sull’ultimo autobus possibile
prima dell’alba

NEL GARAGE

sfogliando manifesti in un angolo del garage
dove hanno ammassato (i vecchi) stoviglie di alluminio
arnora quasi a un vento la battaglia di valle giulia
con gli studenti sulle gradinate
e un inchiostro verdastro molto sgranato
dovrebbero essere le undici si direbbe dalle ombre –

quanti secoli or sono abbiamo
sostato per sfogliare riviste alternative
all’edicola di piazza cavour
fra biliardi e ragazze domandi
mio muto fantasma (anche questo è possibile
disse il compagno ruotando gli spots verso il muro
per la conferenza notturna: che i morti ritornino)

sarà dal tempo delle coscrizioni
“ partire partirò ” che ammassano stoviglie
in cui neppure – è risaputo – mangiano
e queste carte non servono loro
neppure per il fuoco / dev’essere da quando
la volpe non era ancora stata scuoiata
la fulva davanti alla muta dei cani

può darsi sia tanto lontano
il millenovecentosessantotto (quattro anni: a contarli)
e che la casa straripi
di suppellettili rituali
nonostante la miseria: l’america oh l’america
chiede ancora la muta comparsa

ma non è forse il medesimo
l’uomo bersaglio con l’occhio concentrico
e molte sconnessioni (optical figurale)
di quando urtava contro gli scribi del tempio
ed i riti di venere – la storia e la cronaca
hanno gli stessi recapiti i tempi i bar rancidi
le arene i bagni pubblici

dovevano essere le undici a valle giulia: le ombre inclinano
in avanti sicuro come adesso / ma allora non di notte

E…

e la domanda rimane insoluta: solo insetti
macroscopici urtano alle ciglia di noi che scrutiamo
in una lente screziata
la quotidiana lezione di scienza
lo sfaldarsi del mondo (stipiti infiorescenze)
in molecole labili
domani la nostra
storia avrebbe potuto essere utile
riferimento a panorami e dati (oggi
arrotolano gli scenari i più astuti scenografi
e brilla la faccia impudente di grandi monete
non la nostra / reclina)
dove vanno i compagni
sbandati in branchi d’ombre suscettibili?
oltre il paese a un passo dalle case
ove sdrucciola un’erba invernale
e qualche spruzzo di neve indurisce
fra striature di scarichi (poliesteri
profilati di plastica bitume)

e che stagione – inoltre – ci acciglia e capovolge
il pugno in palme aperte svigorite
lo sguardo fuori dalla sua prospettiva
dalla sua orba orbita?
non è inverno l’inverno e l’uomo uomo
ma il secolo ha colori bruciati ed il bracciante
si distingue dal capitano d’industria per l’odore…

sarebbe bello oggi che una rivolta di vènti
incolla pagine azzurre sopra grandi pareti
negare tutto questo andare alla deriva
su un mite supporto paesistico

ma certamente il dubbio è un errore di calcolo
e la guerra mondiale / il tallone sul capo
é soltanto un documento trascurabile
di addetti alla catena col molare in frantumi

si consideri inoltre I ‘orrida coincidenza
della luna sui vetri
come una mano adolescente
e un fiore di magnolia
col rifugio di canne
on le dita che il gelo impietrisce e la lingua anche
e in questa contraddizione respingiamo gli insetti oltre le imposte

rimane solo la mosca fedele
attestata fra cuore e padiglione
ostile e innamorata
della storia

LA RAGAZZA ERA AZZURRA
di Hugo Arévalo

La ragazza era azzurra
sognava l’allegria
si chiamava alhelì
si dileguò nel mare.

La ragazza era bianca
sognava l’avvenire,
si chiamava jazmìn
scomparve nella nebbia.

La ragazza era rossa
sognava con bandiere,
si chiamava amapola
si dissolse nell’aria.

La ragazza era stella
sognava la speranza,
si chiamava azucena
fu inghiottita dal buio.

Ritornerà compiuta,
giungerà di sorpresa.

(Traduzione, in «Collettivo r», n. 34-35)

DA CORSIVI / IN CALCE
(1963-80)

VOLTA RI-VOLTA

C’era una volta
c’era due volte
dunque:
c’era una ri-volta…

La bimba ascolta
la stolta
favola
col suo tempo nuovo
fra le dita.

*
Di fuori
un liberale
che sorride
e promette
e sotto
un gabellano
con svastiche
e manette:

lo sa,
ma non lo ammette.

*
I passeri che volano
sul davanzale della polizia
non fanno più cip cip
ma: cia cia.

*
C’era una svolta a Praga
Ed ora non c’è più.
Dice: chi rompe paga
I cocci al Pcus.

*
“Icse”
dixit
nessuno
capì,
ma tutti a dire
sì sì sì sì.

*
Un uomo trovato in possesso
del proprio sesso
è stato denunciato
perché armato.

*
p.p.p.
Il vate perde il metro e non il vizio.

*
Il nuovo poeta non è diverso dal vecchio
ama sempre arrampicarsi sullo specchio.

*
L’avanguardia è quella cosa
veramente eccezionale
che sul labbro tiene Marx
ed in cuore il Capitale.

*
Il commosso viaggiatore
si ferma lungo una striscia
di verde che gli allarga il cuore,
poi compiaciuto piscia,
getta la cicca, il vuoto della bottiglia,
indi il suo cammin ripiglia.
*
Si sta
come a Natale
sugli alberi
le palle.

*
Tu scrittore laccato
che tieni in casa la moglie l’amante
i “servi” gallonati come piante ornamentali
il cesso d’oro ed uno sporco successo
(oh quel bustino frigido di gesso)
neppure mi hai seccato.

*
Il poeta è quella cosa
veramente eccezionale
che si maschera la coda
con ritagli di giornale.

*
Poeta vecchio
ha la coda di maglia.

*
Parlava così fiorito
che le sue parole
odoravano di mentula.

*
Non hai nulla da temere
mi dico — e metto in fila
gli anni faticosi
ma temo invece per tutto
perché so che niente più mi somigli
come ieri mi fuggii.

*
La gru

sul tetto
cova
la luna nova
come
un nero
ovetto.

*
Letture di poesia

Le carte
ardenti
ardevano
con arte
fra il gelo
dei presenti

*.
C/Ottimisti

Protési al futuro?
Terribile
certa
si aderge
una pròtesi

*
La neve di maggio
fa presto a svanire
rimane il coraggio
del nostro tra-dire.

DA IL DELTA DEGLI ANNI
(1976 – 1981)

NELLO STUDIO

ueste pareti bianche ripetono il silenzio
di voci che non so più – dico – ascoltare
eppure mi è rimasto come un dono
il silenzio quel senso di sconfitta infinita

qui vivo le domande come sensi che inquieti
rompono ancora la terra rompono ancora
qualcosa / se una sera ritorna
il vostro secco esistere compagni
dalle lenti ossidate oh permettete allora
che in questo baluginare di incastri
di tempi scompaginati io vi ricordi
le campagne del mondo le nostre compagne che
sanguinano
l’essere contro un muro
finalmente senza speranza
con le armi della ragione
l’inutile cultura il tratto imperioso
dopo il quale chi sa…

o se compagni sottili portate
la corona di spine del dubbio come un segno
di riconoscimento dei troppi deserti
traversati e amore vi colora la pupilla
amore quello che sta alto sulle case non sole
è: non è il sole con voi sono

o se compagni con la giacca posta
a volo sulla spalla uscite all’aria
di un silenzio che avvolge a voi confido
che la terra è il mio sangue
che il mio sangue è una linea di luce
e penso a mobili fili metallici
di una bufera (se la vita è moto)
oppure a un incipit di mozart
scomparso coi suoi anni chi sa dove

ma più se a una legge fedeli
ed infedeli subito a una legge
dall’umiliante abbandono
queste carte leggere e disobbedienti
lascio a testimonianza
di questi silenzi esplosi nella fossa del tempo
perché questo ci aspetta: l’avventura di là
dai giorni dove i fatti cadono
al loro autunno ormai

FUTURO E PASSATO

un tempo col viso acceso
si sognava milano
mentre i treni scorrevano
lungo balze istoriate d’erbe antiche

oppure il soldato con la mano grossa
cacciava le mosche nel fumo greve
di giovane legna e diceva del nord
con i suoi tetti di nebbia di neve
ed il vino alle labbra

ora le città sprofondano in una nera voragine
e l’invito
spinge la mente in ceneri di lan
fra sentieri-pensieri
un carro d’ombre

SENZA RITORNO

la stagione è del tutto imprevedibile
a giorni miti si alternano albe
nella morsa del ghiaccio oppure un vento
che striscia sulla neve taglia il viso

l’anno inizia così
nel segno del gelo
o di uno sconcertato essere qui
fra uomini che stanno alla sorte
con cinica determinazione
ed altre chele
e tuttavia
oltre le reti di cinta si snoda
una campagna stupenda
come un sangue remoto (sangue nostro)
bianco pezzato d’ocra

una storia di futili passioni
come foglie scerpate
questi fogli –
ci sostiene
e l’acqua sotto viva
pronta a sciogliersi

l’animo umano l’animo animale
falcia con ira questi giorni
che si sta chiusi in fac-simili di sale

borghesi (se ritorni in questi
isolati lavati dalla pioggia
non più bianchi né grigi ma mesti

di larve orgogliose oh in una roggia
vivere allora – pensi – e non convivere
nel livido crogiuolo ed un dito di scotch

medica male non medica fra livree
di sciacalli fedeli per un domani
senza poeti con padroni e…

LA SECONDA ONDATA

nome cognome indirizzo
cancellàti il telefono
non risponde non
ci sei più (è possibile
in tenda o baracca
albergo o chi sa
come dove perché)

ci siamo parlati ai due capi di un filo
profugo io
sai (per destino
in questo ghetto di memoria)
e tu con la frana dentro
“tanto che non dormo I in un letto”
bisogno di niente
libri sì
come un vizio una
liberazione
la faccia stessa della verità
con le sue cifre orrende
al momento opportuno
“ne escono pazzi / a decine”

ora neppure così

la seconda ondata
ha strappato anche il filo
del telefono-voce-nostra-viva
seppure
servisse
a qualcosa

REBUS E LUCE

cara x che metti giù la testa
non so se per orgoglio o per amore negato
(anche questo incredibile ci attesta
sentimento bastardo di peccato)
non essere triste se il mio cuore trema
visibilmente ai polsi
i quattro quarti di morte contadina
quando verrà l’alba
ti troverai sola
creatura
per cui siamo stati il soldo di pedaggio
a calpestare ricami di brina
con qualche scialba memoria
che il vento delle colline
ti strapperà come una ragnatela

tu sarai viva vera
presente
sullo specchio confuso degli orti abbandonati
oltre questa
notte
(mio cuore
erba solenne
radicata
sullo sradicamento
che ci compete
come una
infinita
maledizione)

e sullo sterminato silenzio suonerà
un’armonica a bocca
una bocca armoniosa
eterno rebus

e sullo sterminato silenzio suonerà
un’armonica a bocca
una bocca armoniosa
eterno rebus

NOTTE È GIORNO

penso sia giusto tornare da capo
alle mute sorgenti (questa pioggia –
che scroscia sulla follia
dura che dirama da tutto
come l’assenza d’amore-
è una cara sorella) alle partiture bianche
della tua armonia
non dico
che ciò sia veramente possibile
lo negano le estreme
gocce di pioggia notturna al trinato
delle ringhiere – ma intanto
riconoscersi giusti con queste mani
non sufficientemente sporche con questo sguardo
maturo di un amore svanito senza volto
è il meno che si possa

e se un seme granisce o un tumore maligno
certo noi per il primo abbiamo lottato
seppure le nostre forze non giungano a tanto
ed il cupo letargo lo stagno da cui
esalano i negri veleni del tempo
ne sono una conferma quotidiana

oltre un velluto mézzo (abito/habitus)
la tua voce ora muta mi rende giustizia
ed io amo il tuo ramo che m’illumina
il tuo pianto amoroso

così se ride
il nero magma
nègalo

PERIFERIA

non posso amare la fiat
i grandi capannoni
alzati sulla casa
sul podere
sul vino versato
sul bene pagato col male
qui
dove i maggianti cantano
a un sentore di pioggia
come fossero
nei boschi (intensamente abitano
nella selva del mio passato
io sono l’albero più grande
con radici ingrommate
mi cantano il canto
del fuoco)
qui
a questa terra
prostituita
porto il mio orecchio reciso
l’occhio che duole la mano
aperta e stupita
mentre i maggianti insistono sul tasto
dell’eterno ritorno

uscendo quando è buio le muraglie
sono fresche di vento
il fiume scivola come un bambino sui pattini
ed io sono leggero
per questo radicamento
di pensiero giovane
che finalmente mi riguarda

ULTIMO RIFERIMENTO

che maggio s’avventura oltre di noi
incrodati all’età di mezzo al crollo
di miti millenari se rimane
solo il verde stranito degli aceri
e di ragazzi urlanti lungo portici
di lager?
gli anni gonfi di sgomento
e speranza con muri penzolanti
e bandiere levate sulle piazze
fino all’autunno caldo freddi scivolano
in fiumane di sterco in schiume infette
in perfette equazioni elettorali

ma il fuoco durazzurro dei quartieri
l’essere parte avversa il muro a secco
dove aprire una falla oltre le case
ed altro da non dirsi tanto sanguina
“la radice tradita per un seme artificiale”
anche questi dovremo abbandonare?

è triste cercare lontano
in un dato di cronaca
la risposta efficiente l’anticorpo
leggere su un giornale aperto “i resti
dei b 52 ora sono esposti
nello zoo di hanoi
al posto delle bestie feroci” fosse così
facile la riposta allegoria
così attiva nel sangue ma non è
così/ che maggio – chiedo – s’avventura
oltre di noi di mezza età di mezza
fede di mezza lotta ora che gli anni
nostri sembrano niente sono niente
e nemmeno si scioglie
l’ombra del cuore all’urlo delle stelle

MURA-SOLE

alla luna alle lunghe
parentesi del sogno
s’inselva la tua forma
dalle ciglia lunghissime
e s’impiglia una nube
tenera d’ombra: un pube

un muro bianco rigato di nero
un fraseggio improvviso di gerani
contro alzate di altane
con il pensiero in croce sulle antenne

(particolari nel quadro
della finestra mai aperta veramente)

è possibile allora che tu
riesca ad aprire la porta leggera?


un abbaglio di calce alla ringhiera:
oltre il quadro di sole
l’ultimo flutto (un colle)
ella nostra lontana – dove/quando –
primavera


mura sempre più bianche quasi schermi
questa calce ossessiva che mani unghiate ed impietose
ghiacciano quando un frego di bambino
verde risveglia sepolte radici

mura sempre più spesse dove tu
col bavero prussia insorgi da altre stagioni

per questo
cerco un muro di latta e dì cartone
e dietro un vento fresco di parole:
essere vivo dove urge la terra

amarsi senza futuro
anteriore
senza presente
storico
senza un prossimo
passato
amarsi sul gioco dell’acqua
di uno sguardo
scavato
dalla coscienza del dolore
e sentire lo schianto
delle catene di ostaggio
che si rompono
seppure sei qui
senza

A QUESTA ETÀ

sulle soglie d’autunno
con i lari affondati nella melma
mi sono trovato per un attimo
(se il tempo ha un senso) nel tratto
delle tue mani perché come una foglia
naturalmente trovi
così: – non volendo –
la linea del sole

ma la sorte non cambia per questo:
mi sto avviando ad un’età diversa
dove tutto somiglia al suo rovescio
e l’amore alla morte (a pelo d’acqua
stanno le antiche favole che dal fondo
dell’annegato risultano esche crudeli)

vivo in un tempo dove tutto si spegne
e solo scorie di parole ormeggiano
alghe di significati
in questo porto oscuro
dove mancano attracchi

dire dite: una capsula di vuoto
magra ed agra sul filo dello slancio
eppure aperta / esperta
al sorriso che reca (seca) onde di vita
della vita sottile: tu mia x
mia ultima questione
significa solo approdare nel fantastico

oggi tutto si spegne qui in concreto
anche l’alba
è un avvertimento
di debole sangue versato

questo dico per te
amore che non rompi il guscio
delle cose / brutto uccello di morte
triste nacchera / lama
incisa dal fuoco
delle leggi / non canterà per te
né danzerà l’anima
nuda sul suo bianco bilico
o…

DI UN QUARTIERE DORMITORIO

vado per queste terre sterminate dalle ruspe
fra dedali di silos dove uomini
rompono l’attesa del giorno
e questa notte vibra ad un’unghia di luna
(odora il cavolo dagli orti delle case popolari
ed il diospero splende nel lampione
con i suoi frutti mezzi fra gli spruzzi
di luce degli olivi)
che mi chiama
sotto i portici di cemento rustico
lungo viottoli appena decifrabili
fra le aiuole e le siepi dei borghesi?
solo un’unghia di luna innamorata: questa falce-
machete in una giungla sempre più buia
e stretta: nodo a nodo

me ne vado così lungo una traccia
appena percettibile alle sponde d’arno
ove il tempo limpido si sfrangia
in trine multiformi alla pescaia
e il traghetto attraccato è la mia antica
culla / ma se domandi “perché torni a queste
sporche rive che sbandierano plastiche
intorno alla città di dite” non so cosa
rispondere: ho silenzi e sono ancora
il giovane dal bavero alto
ed il profilo fisso a un punto oscuro

dopo volgo le spalle alla speranza
fra carcerati – carcerieri – case…

(non amo – vedi – la città di dite)

una sterpaglia livida che fischia e poi
– quasi vuoto nel vuoto – un verde
giovane arrembato dal vento: in alto spicca
lo sguardo fitto-fisso dei lampioni:

il nostro giuda tace con livore

imbrigliati
dietro grigliati di acciaio
sotto finestre lucide di bene –
essere (decorazioni
di un indecoroso
decò) scuotono il capo
disperatamente saggi
gli olivi di altre stagioni
in una ardente
rivoluzione
notturna

l’uomo vinto ritorna alle solite strade
come in sogno ed insegue un fantasma leggero
librato sulla morte delle cose
lungo il centro in amore e per le larghe
periferie malate di silenzio

(nel corso cupo del tempo che avanza
incrocia – o crede – volti mani ossute
del suo sparuto archivio) l’uomo vinto
ritorna al buio della propria sorte
allo specchio appannato
di dolore alle case alte senz ‘anima
e non attende niente / solo (forse)
una mano gentile che lo sciolga
dalla tela del ragno

SENZA LARI

non è questa più la mia stagione
ha voglia l’alto cielo di specchiare
cubi di case dedali di mura
ed una processione di formiche sparse
un po’ dovunque così come viene
(d’altronde l’aggrondatura conferma
la minima consistenza del fenomeno)
di stagioni ne sono trascorse
ognuna col suo nome coi suoi numi
e coi lari alle ciglia…

questa rimane là
col viso a piombo
e le mani che stringono niente
– cubi radi fra erbe decisive
quando la vita aveva un senso e
un estenuarsi di perché
privi di risposta –
“anche il Suicidio sai riguarda i vivi
eppure vili epifonemi d’altro”

non è rimasto niente di certo
anche il carro stellare
urta nel vuoto
ed il cane urla muto

notti così che tutto
digrada alla sua estrema negazione
testimoniano il fine la fine
e lo specchio scheggiato in cui perdiamo
l’ultima identità
non è rimasto niente
di certo in questa notte

(forse siamo soltanto
l’oscura gallatura
la polluzione di angeli nefasti
fra niente ed ente)

LA BARBARIE

l’uomo che accetta il suo falò coltiva
latitante una terra
umbratile
inclusa nei confini della notte occidentale

quest’uomo sente freddo caldo ha febbre
è fragile e deciso potrebbe ritrovarsi
sotto la bianca camicia di picaro
inamidata dalla notte all’improvviso le ali
ma proprio di questo ha paura (per sé: dico)
e allora stralicia verso la casa aperta
in un quartiere senza più sigilli etnici
terra di tutti e di nessuno – casbah
e cabala di dadi su un velluto prussia

l’uomo leva lo sguardo: il suo profilo accosta
vita e morte nel tratto di un interno
mare che nutre e rode (è vivo: “vivo
di questo” pensa) e dà principio all’opera di sempre
nella luce allucinata
di una storia impossibile agli spots
ritrova la giusta dimensione dell’immagine:
le mozze frasi dialettali
raccolte fra i binari alla stazione
sono spole di un tessuto e spolette detonanti

se tutto questo è vero allora gli amici
allo scarno convivio (olive e vino) in laica
comunione di speranze
dividono il presente in uno spazio provvisorio
ed eterno (dove l’uomo si eterna o esterna: forse):
le mura di firenze
leggere defluiscono verso l’alto
come quinte di carta prese in un vortice
si potrebbero – pensa – traversare
spostandole col palmo della mano febbrile:
e la speranza – lo comprendi – è in questo
se anche lo comprende il vecchio del quartiere
che ricorda in un lampo “le rovine”
del dopoguerra il cinema e le donne vocianti
alle finestre del borgo
prima di questa immite babilonia
che pure lascia vivere
il progetto
sociale è li nel gruppo intorno a un tavolo
che non c’è (si sceneggiano le parti
liberamente e ognuno si drappeggia per
un’ uscita vera: sul proscenio)

la parte principale è nell’azione
si conclude la ronda la coazione
eventi che si ripetono nel clic del disco rotto
ma tutto il male non è stato inutile
se chi naviga il trapezio degli universi
apre infine le finestre
ad una luce vera

VIAGGIO IN SICILIA

“l’iracheno” è di parma
scende al sud
emigrante a priolo
“oltre firenze non sono mai stato”
fra fiumi di acido che esalano ad un mare
di fredde trasparenze

dice “come in iraq – dopo la laurea-
a controllare la qualità dei materiali da costruzione
trascorreranno questi anni al sud”
ed indurisce il profilo
sulla fuga degli agrumeti

nel suo silenzio transitano immagini familiari
(un elenco di dati quotidiani
ora sangue che manca che non circola)
prima di riprendere il discorso interrotto
ed a pezzi comunque
nelle cale
navi catramate alla fonda
sembrano faraglioni
scapitozzati
“triste come a gaeta e anche più lugubre”

il suo discorso termina su questo
approdo e già sfioriscono le nevi
padane di questi giorni già sfioriscono
le geometrie emiliane come sogni
ad un brusco risveglio
nelle spire di fumo di priòlo

dove i dirupi lacerano il cielo tende amaro
la mano e scende nell’atra palude
mentre i ragazzi in velluto gualcito
col profilo di lupo contro il primo
scintillare dell’alba si risvegliano torbidi

ossa dolenti del mediterraneo
queste montagne dure levigate
che oscillano dal mare
nude d’erba
come la prima volta
queste pietre
per sempre sparse ad una sorte muta

ed è certo la terra del ciclope
selvatica e segreta
col suo occhio di fumo sulla neve

DUE TRADIMENTI

a voi
che tradii per orgoglio
e poi amai
senza pietà
so di non poter chiedere perdono
ma amore
con pietà
dalla vostra erma inermità
come si deve e può
a chi ignorò
le inflessibili leggi d’amore
credendo a nuovi
de-testamenti

per questi vecchi che hanno patito
più di quanto un uomo può
per questi vecchi che hanno amato
più di quanto io so

per questi vecchi che hanno obbedito
ai padroni che sempre odierò
la lotta: compagno: ho tradito

oppure non…

UN ALTRO UOMO

non abbiamo mai diviso niente
unito invece qualcosa
quando si accendeva la rosa
d’amore nella tua mente

indubbiamente fu prosa
quella fuga in mezzo alla gente
nel cercare senza posa
un fuoco astratto ardente

ma io ricorderò sempre il tuo pianto
di quando ti sentisti perduta
nei tuoi stessi labirinti

orfeo era caduto
nel disincanto
dei nessi sociali

sapessi gli amici di allora
tornano oggi con tempie di neve
con facce scavate oppure indolori
con voce più mesta più lieve
sconfitti ed insieme attori
ed io ho sempre quel maledetto
complesso di colpa che mi attanaglia…

IL DUBBIO

dopo un inverno mite
l’immite primavera
spruzza di rada neve le colline
intorno alla città
“carnevale al sole pasqua al fòco”
dice la donna che osserva le gemme
fuori dai vetri nel morso del gelo
e le si stringe il cuore
tu devii
hai nello sguardo fretta e freddo ed io
senza più rotta mi domando
se l’ombra all’orizzonte è un vento o un’isola
se le brughiere del passato siano
un mare vinto o la cresta di un gorgo
a una sciarpa di neve
ha importanza soltanto questo dubbio
che indaga fin che può: presto il suo abbraccio
esalerà
a una rapida ansia – come ieri
su un mare di bonaccia artificiale

“guardati da chi ti leva la cappa in casa tua”
(il dubbio attivo l’essere presente)
chiude la donna a cui si stringe il cuore
che vede il figlio
in privazione d’amore e un altro dubbio morde
più crudo della neve i nostri anni

ANTILEGIA

è giunta la stagione dei limoni
che splendono alle mura screpolate
l’agra solarità
di campagne
riassunte in costellazioni

fermo seguo la rondine che torna
al nido e il pipistrello
del tramonto (la situazione
abbonda di dettagli naturalistici
in estinzione
le lucciole ad esempio dinosauri
di altra civiltà
tentano il muro della prima notte
cinque per l’esattezza
come i sensi)
cancella dunque
la perversa elegia
con gli occhi sulla nuca
ma i limoni
no
dolcemente si assopiscono
come un grappolo oscuro
di futuro

SUL PASSO

fratello alla stella librata fra gli aceri
allineati sul vuoto
appena bianchi al tocco dei lampioni sento
la notte viva come un seme
e scosto con la mano
il clamore che emerge dalla strada (il transito
delle auto l’impatto di umori adolescenti
ed altro che non fa neppure cronaca)
nel fermo
sorriso delle chiome appena in luce
si rinnova – dal fondo – la speranza

“una stella che incide luminosa la volta
della notte sulla cresta dei lanci
un’incerta apparizione lungo il flutto
dei secoli – qualcosa o un nulla”

avrei dovuto dirtelo che la vita sul passo
fra voci di una grama babilonia notturna
romagnolo/francese/fiorentin~ – ha
di queste cadute nell’abisso
della poesia nella scacchiera
geometrica degli astri

e tu che ti schermisci e mi schernisci per questo
rendiconto abbrividito dal transito di camion
con rimorchio di materie infiammabili cavalli
o cataste di legna non sai che io
devo all’odore di sarmenti bruciati
al va e vieni di giovani in fuga
e non lo sanno questo mio
canto che non ha voce/ non sai come
quella stella sia tersa a un’impennata di vento
fra l’argento alto dei larici allineati sul vuoto

ALTRA DOMANDA

com’è che siamo finiti
in questa terra di nessuno
dove si aggirano ombre autorevoli
di forte timbro baritonale?
avevo intravisto (ricordo)
oltre la curva dell’adolescenza
la bella rossa
furente meteora
ad un balcone di gerani
e la matura stagione dei canti aperti

ma era stata solo un’illusione ottica
un’allusione di me
la bella rossa stagione
con i capelli sciolti
sul bianco della figura

queste ombre parlano bene
fanno la loro politica
con la diligenza proterva di studenti senza fantasia
sono lì che le vedi ostili
in questa terra di nessuno
dove impera una notte automatica
con stelle che escono tutte uguali
dalle mascherine della catena di montaggio
com’è possibile avvilire
anche questa amarezza
che brucia in gola più forte dell’alcool
con lo sporco bla-bla
dei caffè goldoniani
e dei robot?

INCONTRO D’AUTUNNO

gentile autunno dai colori rari
e dai nembi corsari
nostro giovane sangue abbandonato
agli inchiostri dei colli
questo tuo pigro vento
fuorimura
è un pettine che arremba
magri rami agri frutti
la città la sua immagine di smalto
gentile autunno nostro inquieto andare
verso un futuro già murato ormai

credo ancora in qualcosa
la ragazza in jeans con la faccia camusa
le labbra fini le larghe narici
come gli altri ragazzi scamiciati
a passi lunghi entra nel bar nel fumo
ma la esclude dal branco la radice
che la affonda nel suolo contadino
e la testa reclina di scatto
indica sensi antichi
il tarlo fisso
del male qui mi avvita ad un tavolo girevole in questa
torretta
orba a questa letizia leggera
al primo vento che gonfia la valle
e penso quanto per me significhi questa campagna
che si abbranca al crinale d’appennino
dove formiche minime i miei avi
hanno reciso terre al bosco al buio
e se un’immagine libra felice
nel suo dolore deluso ed eluso
credo ancora in qualcosa / questo è il punto

C’È DA PAGARE

non vive così la pietra
– accespavano ieri le speranze
insieme ad una vegetazione
di fiumi molto antichi ed anche fumi
vaganti sulle ciglia del sonno

ma lì iniziava la città
e avrei potuto stringerti alla vita sottile
dove le mura ingrossavano di secoli
lì giocavo la carta piu alta
ai sensi ed allo sguardo
la città dentro un abbraccio di mura
oltre le quali erano i miei orti
ed i miei morti: la mia voce vera

ora
non vive così la pietra
ho sempre un coltello alla gola
e le speranze sono rotolate alle mani
quando il sangue ha perduto colore
sbarrato da stelle da strisce
non sapevo di essere
pianta e sezione
angolo morto dove alluna il modulo
amerikano coi piedi piombati

potessi ancora
stringerti alla vita
tu che sottile vai – sottile vai
verso la giungla del duemila e credimi
c’è una vita sola solo una vita
da opporre al nulla e ad altri codici mortuari

non muore così la pietra
se non ritento le carte
della città dalle ciglia sottili e so
che c’è da pagare per questo

ALLE RADICI

nella casa sugli orti
dove marca il suo dorso un ponte
che valica le sponde d’arno
fioriscono le pietre e i polli raspano
nel trapezio di terra

a quest’ora mi perdo
negli sterri selvosi
in cerca di radici e penso a te
che in una città di mare
bevi i rabbuffi dei marosi
come una fuga dal tempo e tenti
la partita vincente
per questo
mi viene concretamente da piangere / un ragazzo
segna una striscia sul bastione
con la bici da cross / un pescatore
getta l’amo in un golfo di liquami
dai riflessi che oscurano / la sera
è fatta anche di questo e della donna
ingessata che sporge alla finestra
il busto bianco e domanda di te

dopo la notte gioca sulle ciglia
con questo vivere di nulla
o quanto forza il cuore

è l’alba basse rondini
straliciano da un cielo gonfio d’acqua
che pende dalle balze a settignano

dalla finestra aperta sopra agli orti
dei pomodori incannati
entra a folate il vento d’arno e brivida

qui respiro una notte bianca / apro
lo scroscio d’acqua nel lavabo penso
che il tempo troppo presto si scolora
e resta il guscio delle cose a vivere

rimangono le rondini nel vento
il pennello da barba col sapone
espanso ed un’immagine improbabile
nello specchio appannato / entro nel giorno
di sempre con le labbra sigillate
e un po’ di fresco ancora di quell’alba

sale odore di terra dal rettangolo
di podere rimasto fra le case
e l’albero di fiume è gonfio d’ombra
“non era prevedibile che saresti mancata
proprio tu proprio tu mia luce vera”
dico incidendo la lastra figgendo
lo sguardo negli inchiostri /al nuovo sole
ride sopra le carte un sogno avaro

come un bimbo
con le tempie brinate di decenni
cammino lungo il fiume
a un’iride di spazio (sull’argine
dal nulla sono emersi cespi d’erba
dopo il passaggio della ruspa spirali
d’alborelle verdeggiano fra i sassi
ed ogni tanto qualche carpa morta
mostra scaglie d’argento sui liquami)

tutto ciò che ho perduto era la vita
quest’argine che cede sotto i passi
è una dimora d’anime ed io sento
come una voce unirsi a quella lurida
del fiume tutto ciò
che ho perduto era davvero la vita
con le sue frane ora leggero vado
fra steli radi di saggina o qualcosa
di simile – la mia poca scienza
è un fatto compiuto – e come un bimbo
vibro d’ibride infiorescenze seppure niente
somigli al dolore più di questo
traversamento della nebbia: tutto ciò che ho perduto
era gioia al confronto era la vita

PER DOPO

un giorno / quando tutto sarà finito
per me e tu sperimenterai
dolce-e-amaro del mondo amaro-e-amaro
(se fra torri di vetrocemento e strade mobili
ci sarà ancora spazio per qualche onusto
onesto fiore di terra friabile)
pensa figlia che amai
tremendamente l’erba con assidua passione
l’erba alta gentile spettinata
come un ragazzo alla fine di una corsa

limo e limite gonfio di presente
di insetti imprevedibili fior-di-balza e trinati
grumi di foglie morte è l’erba e medica
dolce-e-amaro del mondo amaro-e-amaro

ma forse questo elogio sarà un fiato
allora e l’amarezza che mi morde
nubi dipinte sonno o – peggio – nugae

erba e vento: bastione
aperto illimitato
e il sorriso dei vecchi
chiaro-ingenuo
(sorgente – se vi leggi – millenaria)
o la loro tristezza all’imbrunire
tutto questo sarà letteratura
in pagine scerpate

quando tutto sarà finito
per me sperimenterai
dolce-e-amaro del mondo amaro-e-amaro
(oh crédilo non è letteratura)
e forse – quasi in sogno –
sconfinerai in un muro aperto d’erba
qualche volta da sola senza peso
con un peso tremendo / ed un mistero

PARADIGMA

è certamente la periferia
con i suoi schemi linguistici con la sua disumana
mutezza dove tutto accade
la mia itaca ischemica (dentro voglio dire
il cuore della trappola c’è il seme
che porto in me fecondo senza urlare)

qui dove tutto accade
e i poeti trascorrono di striscio
come tordi ingrassati pronti per le panie
io sento scerpate parole
venire dal sangue
che non mi appartiene interamente più

quarantanni fra giorni e il vento fischia
sull’amore dissolto in una mischia
di rapporti nevrotici / nell’aria
gelida scorre un’ombra millenaria
e tu che scendi al mare hai già perduto
la tua speranza (talismano muto)
al mare gonfio della nostra assenza –
quarantanni fra giorni: un uomo senza…

prendo nota di questo per domani

HINTERLAND

quando la giovinezza è un fitto fumo
che si leva alle spalle e fervono ombre
assillanti che chiedono la grazia
di rimanere per sempre nel cuore
più profondo fra tizzi ardenti e cenere
allora la vita è alla svolta (cadono le sere
in cui prestavamo la nostra speranza
ai treni merci colore di cotto
stampigliati ad imballo sui vagoni
ai bastioni odorosi d’erba mossa)
e segni più sottili laceranti indagano
nel magma
e voi compagni
nuovamente trovati a questa porta
che dà sui campi dove ancora spandono
i contadini sterco sopra ad erbe
per chi sugge la vita come un nettare
siete – alla svolta – braccia mente e cuore
anche se breve si profila il tratto di giorno

un minuscolo foglio di quaderno
quattro righe: l’inferno

AGLI INFERI

è rimasto il festone di natale
sopra la porta della casa vuota
e il tuo sguardo ferito
in un mare di nebbia
ora tu sei
immota in questo letto d’ospedale
ed io porto
questa lacerazione di stelle
fredde pendenti sulla luminaria
di fiesole come un amaro
presepe / io che vorrei
come un uomo comune esserti accanto
darti la mano: una speranza viva

da sempre mi perseguita
l’incubo dell’estinzione:
ora è un morso che non dà requie
poiché il male gonfia mostruoso

in ospedale
il padre settantenne teme
che la paresi incrudisca / taglio mura
quanto gentili un tempo quanto umane
ed ora unghie di calce: le corsie
aspettano mute come madri in pena
alla finestra fiorisce la cupola
del duomo in fondo ai letti
i malati sospettano il futuro e vanno
a passi lunghi da un capo
all’altro del reparto
in questa
dimensione l’umano
è in ognuno/ così nel calciatore
anni venti ritrovato
per caso dal padre che saltava
il muro del campetto per plaudire
l’incornata di testa il colpo secco

ho portato del vino
del ’71 (annata buona pare)
dopo il pasto – chi dorme alza la testa
quasi attratto da un antico profumo
radicato in altri anni / sulla porta
saluta con un fischio appena udibile
il padre (un segno certo dell’infanzia)

e ritorno così dove sussulta
un vivere presunto / anche più pena
mi desta questo vivere ora
che ho sentito il profumo di quel vino
(la fioritura d’occhi – voglio dire –
a un diverso destino) e se bestemmio
contro chi tiene in mano – avaro ed arido –
un futuro migliore soffocandolo
ho ragione di credere che questo
atto di sfida e di fiducia sia
l’unico che consista per la tragica ferita
risarcita con la cenere
della nostra estinzione

è il tram della circonvallazione
ultima corsa ore 21
popolato dai tramvieri
che cessano il turno serale

e l’ultima corsa è la mia
fra tute e giacconi di pelle
cade anche l’eresia
di evocare le stelle

da dove vengo il silenzio
si allarga sulla città
come una sterile placenta
che mi soffoca

alla fermata gira il calendario
ed io ti vorrei bene per davvero
vita che non ci sei / ma batti colpi
mio dannato anno zero

IL DISAMORE

Povero amore mio sciolto nell’ombra
fredda degli anni lunghi senza amore
è ben triste quest’aria vuota
dove alberi di smog
riducono la nostra remota infanzia
ad una sorgente irragionevole
ed un prato rimane
un fatto personale

formiche irose qui
portano grano e guano
nel grande termitaio
senza tempo

è ben triste quest’aria vuota
la matematica del buio
dove tutto accade
esatto
alla fonda –
ed il nulla incoronato
in un continuo eclisse di lune artificiali
e nemmeno mi tenta
un balcone sul Passato

è una donna che sappia
lèggere nelle crete
leggère con cui districo
valve di futuro
il modello vincente
e un popolo che rompe
sui versanti dell’alba
qui dove il sole stinge
liso la sua passione

è così – se ci pensi
oltre la garanzia
del tuo sonno blindato
del frigo-et-auto- et-video-
et-cancro: il disamore

LETTERA IN/SCRIVIBILE

stride l’albero gonfio
di fronte al muro della casa
ed io che conteggio anno per anno
come un ragazzo presto svago
verso un mare di opalescenze
dubito della vita della viva
serpe che sguscia in trame di radici

“tu dove sei?” domando e/o mi domando
mentre più netto il margine del cielo
si divide dai colli “dove ti precipita
il vento secco che non sai e che ami?”

non giunge risposta: un crollare
di foglie dietro i vetri
e una nube più gonfia urge alle altane
così che gli anni tornano (stravolte
metamorfosi) al cielo delle ciglia
e rivedo le strade che portavano
oltre l’infanzia

a una rotta di queste abbandonato
su una chiglia di pasqua affronto il largo
e gli anni – alle mie spalle –
sono il vento che spinge al non so
di questo inquieto andare: la città
si defila a un’arsa sete
e il tuo volto col mio s’affaccia e affranca
alla stessa finestra: illuminata

LA RIPRESA

siamo riusciti quest’oggi al ponte nuovo
mia madre calzava scarpe da uomo
ed un vecchio cappotto cinerario

sulla porta le ciane
hanno usato parole
aspre di vita
“al sole al sole” infatti è primavera
e fanno oggi cinque mesi esatti
che il male ti ha morso alle radici

al sole sembri un passero ferito
madre ed inciampi nel nulla proprio come un passero
dall’ala lacerata / sono antiche
stagioni minerali
quelle che ci sostengono

“coi calzoncini la maglietta
sdrucita attraversavi gli orti
in un’erba nuova:
ora il male ci porta”

così dice lo sguardo di velluto
sull’onda dei ricordi/ poi rientriamo
col ragno della morte
sulle labbra

FRAMMENTI ETRUSCHI

tunnel di tufo
tombe librate
cavi
avi
ci attendono
con l’occhio agro
di pesche selvatiche

il ceramista
meridionale
o etrusco: un lidio –
gira il pedale
del tornio metallico
e sul pianale
decora l’immagine di un dio
il ruit hora
di un altro popolo distrutto

non il marmo o la pietra
ma il tufo una friabile materia
hanno scavato (dentro al cuore) i padri

una dimora
che è parente dell’aria
e all’aria cede
cellule d’oro

non è rimasta neppure la scocca
lo scheletro di ferro
dell’auto in fiamme
(la sagoma “volgare”
del viaggio
di questi anni certi che deludono)
o qualcosa di simile

solo morbido tufo
non più terra
e non ancora pietra:
la materia dell’esodo e dell’esito
provvisorio fra scacchi
rossi bruno limone

popolo breve
che ha lasciato soltanto qualche graffio
sopra la terra ritornata terra
qualche cava dimora
fra registri di foglie

la tua lezione si apprende nell’eterna scansione
di ciò che si trasforma
nell’abbraccio delle acque

vecchie in nero filano lana
sopra la piazza ocra di sovana
il grano steso ad asciugare
al limitare delle porte sdentate

mi sono fermato qui
come un bimbo a tremare d’amore
per questa morte abitata:

il mio mistero
è il grano sulla soglia quel nero scialle

NEUTRONI

nell ‘interno
dei sentimenti scaduti
delle ragioni cadute per niente
sul fronte dell’uomo
non c’è salvezza
questo dico ora che tutto precipita
nel gorgo definitivo
del disfacimento
del nucleo
ora che la casa è un battifolle
il medioevo ci riguarda eccome –
e le finestre si affacciano
internamente sul vuoto

e tu mio carnefice
che dici “troppo pessimismo” non sai
che l’essere incosciente (oh molto piccolo
borghese) è una salvezza
una forma
diciamo
di salute
da cui rifuggo come da un vaiolo
oltre i neutroni
dastante il caro
tempio del nulla

ASSEMBLEA

tristi uccelli carnivori dal becco
aguzzo quasi inoffensivo (ma certo le arpie
non amano voglio dire le mani il modello
di una mela e del sole)
siamo qui
in un ferro di cavallo in una ferina
lotta che non si accende: la donna che deve
parlare per le altre in una sua grazia
schermata da omissis burocratici
formula la richiesta ai tristi uccelli
dallo sguardo fitto freddissimo
tu posi il pacchetto
di sigarette sul tavolo e con mano leggera
sfiori la gonna avana fino a tenderla
sul filo della rissa trattenuta – la misura
che ti dai mi conferma di non essere agli inferi:
anche se orfeo non può
Più ammansire le belve sente che
euridice ancora può esistere
in un tratto di tempo
fuori dal regno di proserpina col becco tagliente
(amore a-more nel magma del tempo)

le cose procedono rapidamente
l’aggressione è avvenuta a gioco fermo
le tue spire di fumo avviluppano il sogno
che mi tiene impigliato e lo trascinano oltre
la finestra socchiusa verso il fiume (tu pensa:
mentre cerco di comunicare e sviluppo una ragna
di parole in cui mi avviluppo la finestra socchiusa
non è quella in cui siamo sotto questo lungarrno
ma di quando a ventanni dall’aula sotto al cavalcavia
di campomarte uscivano i miei sogni
avviluppato nel labile sorriso
di una grazia segreta giovanissima: comprendi
la mente ha giocato sul tavolo da pocker
venti anni la misera illudendosi)
e certo questo teme
l’arpia che si avvicina sorridendo
con un fondo tagliente di malizia
e ti sottrae le mie ceneri con tutto
il piatto improvvisato
siamo davvero vili
per queste corpor/azioni col becco uncinato
per quest’anima di latte
che rimane là per assurdo nelle aule di proserpina

NIENTE DI TUTTO QUESTO

ho conosciuto una vita
dove non c’era niente di tutto questo:
il tempo dentro squallide mura
era pesto

l’odore del legno
finiva sempre col darmi una ragione
navigava su lacrime d’altri
la mia acerba stagione

in queste parole tagliate
in questi giorni immedicabili
mi riporti qualcosa di fresco:
la dignità dell’albero che può ancora fiorire
l’uomo di schiena dritta

e io come posso darti questa rosa estrema
questa cosa impalpabile ingombrante
che mi cresce dentro doppia come ti posso dire
di quest’amore a malapena scritto
con la mano che trama?

ENUNCIATO GALILEIANO

a notte
di fronte alla nera rosa
della finestra si accampa la voglia
in quello schermo: l’antico cipresso
e la casa natale sotto i colli
verde-foglia / le mura di gesso sporco
hanno il pallore delle sere vuote
quando il sole
marca le sue ruote
ultime
ora che sono
in uno sconfinato
roveto

la luna alle spalle
le spalle alla luna
una vita pian piano cancellata
“che cosa – chiedo – rimane di me?”
al cuore che non sa rispondere
e la mente neppure

e gli anni non sono propizi
su questi spalti
di calce-cemento
a salvare dal fuoco che consuma
almeno al fondo una perduta immagine
o forse si inizia dal buio
duro chiuso perfetto imperforabile
a perdersi o trovarsi

“eppur si vive” dico – e forse questo
enunciato galileiano
dimostra l’esistenza
di un altro sistema planetario
di cui non siamo stella fissa
intendo / o reclusi in un cerchio di gesso
battiamo la testa contro mura invisibili

forte è l’eco dei treni dai binari notturni

DA LE SCAPITORE
(1977 – 1987)

E MACCHIAIOLI

E un si stava distante
dalla città:
pohe fermate di’ 34
e ci s’era di già.

Così mè pa’
un giorno de’ sua che lo pigliavano e dòli
mi portò alla hasa di Dante
a vede’ gli urtimi macchiaioli:
e bòi
le hase
le piante
e noi.

I’ DUCE

Ni’ culo de’ bicchieri* c’era i’ duce
colla capoccia grossa, gli era un gioco vedello in controluce
con un’allegra mossa.
Noi ragazzi s’urlava: i’ duce i’ duce
fino a doventa’ rossi
e i’ nonno a i’ foco, con voce ‘sihura:
e gli è certo una zucca da fihura.
Finito i’ gioco
rimesso i’ culo ‘n do’ gli era i’ destino
si versava da bere;
e gli era meglio i’ vino.

* Sul fondo dei bicchieri era stampigliata l’immagine del duce.

A BADA’ L’UVA

Badavo l’uva
dalla terra battuta di’ capanno
di frasche e sahinali.

Poi
quando vieniva i’ fresco della sera
fra l’eliche de’ loppi*
preso da i’ ruzzo correvo le viottole
a braccia larghe com’avessi l’ale.

E l’uva? Ne tienevo un bel cestello
d’archipenzoli
pe’ donanne uno a questo
ed uno a quello.

*Semi elicoidali degli aceri.

NI’ VOTO

– S’ha di’ d’anda’
– S’ha di’ d’anda’, ma ‘n dóe?
si coglionano e vecchi
alla finestra.

Vedono i’ mondo
con occhi di bòe
fra una mana di bestia
e una minestra;
poi lo sguardo ni’ vóto
sembra di’:
– L’è brutta, figlio caro,
‘n do’ ho da i’!

E HONFINI

E honfini, i’ cipresso, i’ fìldiferro,
le macchie di lumache e di rucertole,
e son piegati come in agonìa
lungo le prode, a un passo dalla via.
Sopra di loro mette sbrocchi i’ cerro
e le su’ foglie sembrano parole
antihe e nòve ‘n dove ‘un passa l’omo
come ni’ celo, in qualche stella. Anche
la croce co’ i’ galletto segnacampo
l’è roba che la vien da i’ medioevo,
la croce che divide i’ tuo da i’ mio.
Oggi l’è lì, la ‘unn’è più di nessuno,
se finisco fra i pruni la ritrovo
come un primo cristiano: un segno vivo
in mezzo a i’ nostro vivere selvaggio
la croce co’ i’ galletto segnacampo
che pende su e hapelli della terra.

LA TRIBBIA

L’era un tempo la tribbia un mostro rosso
che fischiava sull’aia insino a sera,
presa da i’ fistio la famiglia intera
si scoteva di dosso la miseria.

L’omo buttava i’ grano nella tribbia,
brillava in una nuvola di pula,
più che un omo era un dio perso nell’aria
quando i’ fistio de’ treni era i’ futuro;
mentre i’ grano cantava nelle balle
la su’ canzone nova. L’è una roba
de’ giorni iti. Ora ci ho negli occhi
solamente i’ brillare della pula
d’un altro grano nero, senza tempo.

Ora la mietitrebbia falcia i’ grano
e la va di traverso sulla balza
come una bestia zoppa, come un mostro
nemico de’ poeti: eppure i’ pane
è sempre nato bianco da un gran male.

I’ VECCHIO

I’ vecchio tace, da quando gli è morta
la moglie gira con la faccia scura
o sta seduto ore sulla porta com’un’ombra (non pare una fihura).
Nessuno chiama, nessuno lo ascolta:
sembra una pietra a’ piedi delle mura,
co’ i berretto calato sulle ciglia
dormicchia e sogna, accanto, moglie e figlia.

NONNI

Penso alla nonna su i’ muretto rosso
piegata in due dagli anni e da i’ lavoro
che si asciugava con la mana scossa
la fronte a i’ fresco sotto a i’ grande moro.
A i’ su’ richiamo, alla bonaria mossa
gli si saltava ‘ntorno urlando ‘n coro
e lei prendeva in collo la più bella,
la più piccina dalle bionde anella.

Avevo ott’anni quande e morì i’ nonno
e vivevo preciso come te,
me ne rihordo come quando ‘n sonno
vedi una hosa che c’è, ma non c’è:
mi ritrovai co’ un grande vóto intorno
ed una buha ‘n mezzo a i’ canapè.
Nonno vói dire sonno; ora lo so.
Che i’ tu’ sonno sia lungo, mia Ciociò.

I’ PANE

Com’era bòno i’ pane casalingo
cotto ni’ forno della hasa antiha,
appena ‘nsaporito da un’aringa
quand’ancora l’è calda la molliha.
Che s’intinga ni’ sugo o che ‘un s’intinga
pane e cuttello e ‘un si butta miha,
gli è bòno pure i’ vino de’ gorello
fra du’ morsi di pane e uno stornello

Ha’ mai provato com’è bòno i’ pane
appoggiato a i’ pedano d’una pianta,
con l’erba arricciolata fra le mane
mentre su i’ capo tutto i’ mondo canta
e le nuvole ‘n celo sembran nane?
E l’è una cosa, credimi, che ‘ncanta:
distesi a croce e non sentissi più
fra celo e terra, provalo anche tu.

ME’ PA’

Che òmò mè pa’ ni’ cinquanta,
doveva lasciare la hasa,
aveva, rihordo, la sciatiha
ed anche lo stomaho basso:
insomma, ‘unn’aveva salute.

Che òmò mè pa’ ni’ cinquanta,
faceva stioccare la frusta
e andava a mangiare i’ ccocomero
a’ banchi d’agosto
in città.

Che òmò mè pa’ ni’ cinquanta
alla stanga di carro per lo sgombero
màghero che donna
mè ma’ colla crocchia su’ i’ ccapo
e gli arzingoli in grèmbio
verso la hasa nòva di città.

Rimase un’ombra a piangere
sotto a’ rami di’ giuggiolo.

PRIMA DELL’ARATURA

E bòi messi alla stanga hanno una mossa,
una domanda prima di partire
e la sembra una scena d’artri tempi
quando la bestia ruminava in fuga.

Gli è un attimo, poi l’omo allunga i’ pungolo,
l’aratro mostra lustra la vangheggiola,
la magrezza dell’omo e della bestia
si specchia nella luna di metallo
e lentamente ricomincia i’ ballo
delle lingue di terra verso i’ sole.

Ma è nella testa de’ bòi,
in qui’ loro girassi lentamente,
i’ mistero che lega.

FEBBRAIO

Per andare ni’ campo a coglier broccoli
nelle crude gelate di gennaio
si versava la brace negli zoccoli,
si scaldava così suola e tomaie.

E geloni scoppiavan nelle nocche,
le donne maledivano l’acquaio;
i’ ghiaccio a lastre, con trine e con boccoli,
gli era bello a vedessi ni’ viaio.

A me rimane sempre in mente i’ fòho
versato a palettate nella suola,
poi le ceneri scosse a colpi secchi.

Calzare quegli zoccoli era un gioho,
insieme, senza dire una parola,
omini, donne, ragazzini e vecchi.

I’ DIOSPERO E LA MACCHIA

I’ frutto ‘stremo prima dell’inverno
gli è i’ diospero che sta su’ rami gnudi.
Alla finestra della hasa dondola
un diospero co’ frutti dilavati
che hascano sull’erba uno per uno.

Dalla finestra m’immagino fora:
un frutto ‘stremo prima dell’inverno.

*

Queste macchie tagliate a cupolino
le sembran monumenti alti d’alloro,
ma è meglio tre ributti a modo loro
nell’angolo selvaggio di’ giardino,
meglio i’ diospero co’ su’ frutti d’oro
disfatti dentr’a i’ celo novembrino
che questo cimitero su misura,
molto cimento e un poho di natura.

OMINI E GIRASOLI

E mi rihordo gli omini allo scasso
e moccoli improvvisi che tiravano,
o ni’ silenzio passavano l’ore
a bagnare le zolle di sudore:
le zolle lustre a i’ taglio. F celo grasso
e prometteva l’acqua o gli era chiaro
attraversato da un vento marino.

Gli omini nella fossa e i’ celo ‘n celo:
questo rihordo brucia sullo stelo.

Sopra le fosse giravano i’ capo
e girasoli appassiti ni’ campo,
sembravan vecchi sulle panche a i’ sole
che guardino lontano le montagne
chiare, leggere, di cartavelina.
Mi veniva di prendelli pe’ mano
loro che sono figli della luce
e vecchi contadini, e girasoli,
ed andare con loro per i’ mondo
a cercare di’ Dio dietro a que’ poggi
ùfermi ni’ sangue di’ nostro tramonto.

OMINI E GIRASOLI

E mi rihordo gli omini allo scasso
e moccoli improvvisi che tiravano,
o ni’ silenzio passavano l’ore
a bagnare le zolle di sudore:
le zolle lustre a i’ taglio. F celo grasso
e prometteva l’acqua o gli era chiaro
attraversato da un vento marino.

Gli omini nella fossa e i’ celo ‘n celo:
questo rihordo brucia sullo stelo.

Sopra le fosse giravano i’ capo
e girasoli appassiti ni’ campo,
sembravan vecchi sulle panche a i’ sole
che guardino lontano le montagne
chiare, leggere, di cartavelina.
Mi veniva di prendelli pe’ mano
loro che sono figli della luce
e vecchi contadini, e girasoli,
ed andare con loro per i’ mondo
a cercare di’ Dio dietro a que’ poggi
ùfermi ni’ sangue di’ nostro tramonto.

RAGAZZI E SORDATI

E sahinali slanciati co’ canocchi
sembravano ne’ campi anime vane,
ma presto i’ fòco ardeva anche gli stocchi
che e ragazzi portavano alla mane
per duelli leggeri: era negli occhi
intera la battaglia di’ domani.
Sembrava i’ fòho di Santa Severa:
dopo la paglia di fòho ‘un ce n’era.

E sordati: e galloni, le stellette
e la divisa con le bande blu,
le bandoliere a tracolla, le ghette,
la marcia in fila con la testa in su.
Sognavo i’ rancio dentro la gavetta
per crescere, sentimmi gioventù.
Cresciuto, ebbi in amore la montura
da gettalla ‘n un fosso addirittura.

I’ FARNETIHO

Piove da qualche giorno e piove fitto,
con questo freddo viene i’ rotihone,
i’ vecchio curvo a i’ fòco beve zitto
un gotto d’acquerello o di mezzone,
dopo prende a parla’, parla diritto
a nessuno fissando l’acquazzone:
– siemo come la volpe alla tagliola –
un antro vecchio cava la pezzòla.

– Te ne rihordi della battitura
con la barca di’ grano e colla tribbia?
– E s’imbuinava l’aia con gran cura:
gli era un rito più antiho della Bibbia.
– Du’ giorni all’afa nella gran calura
a senti’ la bocchetta come tribbia…
– Piuttosto che resta’ fra quelle mura
e si tentò, rihordi, l’avventura.

LA SOLITA MUSIHA

Quande ci governava Canapone
e s’era ancora servi della zolla,
si beveva un bicchiere di mezzone
e si mangiava un capo di cipolla.

E coi Savoia stessa concrusione:
con un po’ d’acquerello e paninmolle
ci si sfamava tutti; su i’ groppone
sempre la stessa fame che Dio volle.

Dopo venne Gambine con Testone,
ma non ci fu da mastihar midolle;
anzi, i’ piatto di’ giorno era i’ bastone.

Ni’ dopoguerra vinser le coholle
e fu per tutti un grande minestrone
che ancor oggi ni’ pentolo ribolle.

LE GALLE

I’ che ti posso dire? E s’era galle,
si volava leggeri pe’ le prata
insieme a’ filunguelli e alle farfalle:
e s’usciva così dalla nidiata.
Sembrava avere l’alie sulle spalle
lungo le prode tutta la giornata.
Tornati ‘n casa, una mana leggera
ci addormentava con una preghiera.

LA HOPERTA SU I’ TETTO

A sera
una hoperta militare
ci si sdraiava
a i’ fresco di’ terrazzo
e i’ cèlo
una finestra
a i’ limitare
delle stelle:

i’ fresco vieniva diretto
da lì
da i’ silenzio
di’ dio
e ‘un c’è verso.

CONCRUSIONI

Grazie a i’ celo la pioggia la ‘un ci manca,
‘un manca la tempesta e la gragnuòla,
quande la neve a fiocchi scende bianca
grazie a i’ celo ‘un ci manca i’ mal di gola.
Grazie a i’ celo vien l’afa che ci sfianca
e ci rasciuga, senza una parola,
insomma, grazie a i’ celo si va avanti
come su i’ Piave e contadini – fanti.

LA TRECCIA

E tu facevi la treccia sull’aia
appoggiata a i’ muretto dell’istate
quando sull’erbe i’ vento della sera
e gli era fresco com’una parola.

Eri la nonna, la donna, la storia
e nella treccia tu stringevi i’ tempo
e nello sguardo i’ voto delle stelle
che pian piano apparivano su i’ capo.

Gli è rimasto la treccia lungo i’ muro
e ni’ mi’ sangue qui’ sapore amaro
che tu sentivi qualche vorta a sera
nello stridere antiho della paglia.

Quella treccia l’è quasi una battaglia
e un segreto di stare contro i’ muro
senza volere nulla, quasi in volo.

VITI E PIETRE

Enno le viti ‘n mezzo a i’ bosco novo
co’ pruni che l’abbracciano la nostra
fihura dolorosa, ènno le viti
co’ quattro chicchi d’uha seccati a i’ sole
i’ ritratto de’ vecchi fermo in core:
anche per loro l’è questione d’ore.

Enno le pietre ritornate pietre
e lo strappo di terra rihomposto,
se mi ritrovo ‘n questa balza, dietro
la vernice di’ mondo sento i’ mosto
de’ seholi spogliassi come un vino
lungo la strada stretta di’ destino.

FIORIN DI VITE

Fiorin di vite,
la meglio vita l’è quella di’ prete
mangiare bere e far delle girate

La domeniha i’ vecchio andava a messa
e di fondo alla chiesa, era un villano,
che fusse tempo bello o che piovesse,
che ci fusse lavoro a i’ monte o a i’ piano,

che ci fusse da battere le messi
o vendemmiare file di tribbiano,
lasciato fuori, ni’ chiostro, i’ calesse,
pregava forte co’ i’ rosario in mano.

Ma quande venne un frate pellegrino
e concruse una predica co’ fiocchi
gridando forte: «Morite! morite!»

i’ vecchio ci restò come uno gnocco:
«’Un dovea dire morimo morimo?»
Così prese a cantar: Fiorin di vite…

I’ GATTO

Senza la moglie e senza la figliola
mi sono messo a cena con i’ gatto.
Ecco, la scatoletta è in mezzo a i’ piatto
senza cipolla e senza l’olio: sola.

F gatto, con la coda a banderuola,
ha lasciato i’ boccone di’ su’ piatto
ed ha allungato i’ muso di soppiatto
com’un compagno ‘n dove i’ grasso ‘un cola.

A falla corta, a i’ modo de’ ragazzi
ci siamo suddivisi la cenina
seguendoci così, con imbarazzo:

lui gli ha mangiato grasso e gelatina,
io i’ magro e dopo, sdigiunati, sazi
ci siamo miagolati: «A domattina!»

LE ULIVE

Abbiam mangiato i’ pane coll’ulive,
abbiam bevuto un fiasco di vin bòno,
ci siam sentiti finalmente vivi
mentre su i’ tetto rotolava i’ tòno.
Ha detto Beppe: «Sono un papa in trono»
e ha rintizzato i’ ciocco d’un ulivo.
Poi con la faccia fra le dita mozze
gli è parso un giovanotto che va a nozze.
*

L’ulive le son bòne ni’ cartoccio
di carta gialla e bécci sopra i’ vino,
mentre ascolti le storie di’ capoccia
che racconta -i’ passato contadino.
Ognuno coll’ulive ni’ su’ coccio
si potrebbe vegliar fino a i’ mattino:
co’ i’ vin d’un anno e con i’ pan d’un giorno
sulla panca i’ passato fa ritorno.

DA LA CASA DELLE COMETE
(1981 – 1995)

Il grande Bertold Brecht non capiva le cose più semplici
e sulle più difficili, l’erba ad esempio, meditava.
Bertold Brecht, da Grandi uomini

1 – QUASI UN AUTORITRATTO

FIENO AL SOLE

o bisogno di andare da qualche parte
con queste mani d’erba recisa
e fieno al sole
e mio padre vestito liso ed intero
dice: ho bisogno di andare da qualche parte
con queste mani d’erba recisa
e fieno al sole

nel 1957
in un giorno di primavera
in un odore di fieno
il ponterosso
rimette in gioco la città
che gira fra le mani
di chi è caduto dal tempo preistorico
come un rondinotto
mi sono cacciato le mani in tasca
cammino fumo di londra e mi dico:
ho bisogno di andare da qualche parte
nel tempo in quel tempo leggero
inclinato dalla tramontana
eppure credo che nessuno parta
nessuno va oltre nessuno
decido infine di dormire
con la testa rivolta ad occidente
come un girasole
di clizia

PLETTRO

fui ragazzo in un’altra stagione
con la fame segnata sul viso
ed in cuore una pietra che canta
che cantava un futuro deriso,
anna andava leggera sui prati,
donne in nero contavano il riso
dei rosari dei giorni sbagliati
che sapevano d’aria e di menta
sulle pietre dei porticati.
Non fu quella un’infanzia contenta,
tutto andava perdendo colore,
ma il garofano – ancora – era un fiore…

SALA D’ATTESA

si lascia sempre qualcosa nel luogo dove si va
un po’ di balbuzie una rosa
lo sguardo franato a metà..
.
Il vecchio dissociato che discende
la pensilina del sottopassaggio
della stazione
cantando a mezza voce
“papiOn papiOn orevuaAr”
è lo stesso che ieri
alla fermata d’autobus interrompendo un grumo
confuso di pensieri
mi chiese una “minestra”
e non c’era elimosina bastante
a chi
per un istante
nell’universo
fu compagno di strada sconosciuto
identico
e diverso
per cui non occorre saluto
o altro ipocrita verso
canto lo stesso canto – a labbra chiuse

PERCHÉ
a fernando farulli

perché sei l’amico che scioglie i nodi del tempo
a cui si parla come ad un fratello
e sa srotolare la tela dei grandi fantasmi
quando il giorno è una notte profonda
ed anche perchè ti ricordo
asciutto di anni e di fede
in queste stagioni che è meglio lasciare sbiadire
mi accade a volte di pensarti
mentre tento la bocca del tunnel
e la mia collera
urta – come la tua – dentro una bolla d’aria
un sortilegio di piccoli nemici crudeli
frenatori accaniti che temono di perdere il sonno

IL VIAGGIATORE

(da Soledades di Antonio Machado)

Sta nel salotto familiare, oscuro,
e fra di noi, il fratello adorato,
che nel giovane sogno di un dì puro
vedemmo andare verso un nuovo stato.
Oggi ha le tempie tutte inargentate,
un ciuffo grigio sull’angusta fronte
ed il suo sguardo inquieto, raggelato
mostra un’anima vuota, quasi assente.

Si sfogliano le foglie autunnali
del parco triste e vecchio,
la sera, in mezzo agli umili cristalli,
risplende e nel fondo dello specchio.

La faccia del fratello soavemente
s’illumina. Fioriti disinganni
dorati dalla sera che discende?
Ansie di vita nuova in nuovi anni?

Rimpiangerà la gioventù perduta?
Lungi lasciò la scarna lupa morta.
La bianca gioventù giammai vissuta
teme, che canti ancora alla sua porta?
Sorride al sole d’oro
della terra di un sogno non trovata;
va la sua nave sul mare sonoro,
di vento e luce la vela gonfiata?
Egli ha visto le foglie autunnali
ingiallite cadere, le odorose
rame dell’eucalipto ed i rosai
nuovamente mostrare bianche rose…

E questa pena nostalgica o chiusa
un brivido di lacrima reprime,
e un resto di civile ipocrisia
sopra la faccia pallida si imprime.
Una seria figura tuttavia
schiarisce contro il muro. Divaghiamo.
Presso il camino la malinconia
batte con l’orologio. Noi taciamo.

EPIGRAMMI COSMOLOGICI

il grande cielo questo mi mancava
lo spirito del dio meditabondo
in questa nave che è la terra: cava
ad un tramonto biondo

la nostra vita è breve
come quella
di un fiocco di neve
e di una stella
.
arturo
è una stella
ma fu anche un soldato americano
che mi iniziò al futuro
con in mano
thè aromatico e beef
in stanze nere
di fumo e di passato:
dopo
ne vedemmo davvero delle belle
.
scoppia la galassia
del mandorlo allo spigolo
degli infissi
e dopo
le eclissi
.
ogni galassia è un dente di leone
si fa presto a farne un milione
allo sguardo del dio
ogni galassia è la testa di un cardo
si fa presto a farne un miliardo
allo sguardo del dio
ma io
intanto ardo
al giallo
di un limone

il cielo è una blusa
troppo scura
mi fa quasi paura

TRA PASSATO E PRESENTE

a noi fu padre
un vasto pioppo di fiume
con nubi di infiorescenze
madre una traccia limpida
di lunghe lingue d’acqua:
forza gentile

questi muri stretti questi musi animali
le figure che danzano sul vuoto
orride e anch’esse e a un’occasione sbandano
dentro di me in un’utopìa rovesciata
con molte lamentazioni
che non hanno voce (né mai l’hanno avuta)
mi confermano
ai margini di un bosco dove
atomi neri cupidi di luce
folleggiano in una ben triste danza in una risacca
ora melmosa ed ora terra al vento
di disperse stagioni e le creature
d’altri anni m’ingrossano una lacrima

TARTARUGA CAPOVOLTA

Vado/vago per luoghi verticali
fra acacie canne italiane
e viottoli di erba che profumano amaro;
contro un muro a ciottoli di fiume
carezzo il carapace
ad una tartaruga capovolta.
Intorno, è fine maggio,
si sfarina una neve di betulle,
seme sterile lume ed umus, svola
la bellezza antichissima del nulla,
lance verdi incoronano la vita:
infiorescenze di semi spinati
ad arìsta a drappo a corona,
ascelle mute che si aprono al mondo dandogli un senso,
qualche volta stridendo come mèssi.

Solo,
sfogliando calendari di soglie
senza più cuore
sono la tartaruga capovolta
in questa grande faglia che si illumina
sulla mia chioma d’albero,
io
qui
perduto.

P/ARCO D’AGOSTO

Il vento leva nuvole di polvere
dai viottoli selciati, piega i rami
penduli delle acacie verso il suolo
e muove in alto in fitto brividare
di luce i pioppi e le betulle. Crollano
le prime foglie gialle dalle chiome
in intrecci stellari e poi si estinguono
lasciando vuoti attoniti allo sguardo
nella luce radente della sera.
Così il cuore, dall’alida calura.

GLI ULTIMI DIOSPERI

raccolgo legna e pigne per un fuoco
che non so come sia/ quando sarà
ma qualcosa già brucia in questa mia
elusa e(s) ternità fredda alle labbra
a pensarci ripeto un rito alieno:
fuoco da fuoco / in odore di fieno

2 – LA CASA DELLE COMETE

LETTERA

Carissima,
già all’alba
nella luna di latte che lievita nuova,
perduti i filari di betulle
che mi vissero
nel respiro del tempo
lungo il fiume,
il mio inferno è già qui
fra queste grandi case che guardano i giorni
– confezioni senza valore –
qui lascio
qualche traccia salina qualche pagina amara
e non so dire bene
come stanno le cose.
Di certo nacqui nell’infanzia del mondo
quando l’erba altissima rugava la città
rimasta lì da sempre: quasi un rudere.

Ora
con nastri di plastica colorata
delimito uno spazio per i lavori in corso
di una città d’aria
che da tempo vo configurando
immaginando la fine un confine
(già ne parlano i pioppi
fra gli alti venti che inclinano il tempo).
Seduto ad un tavolo di fortuna
osservo lo scintillare del progetto:
fumare non fumo ma sto con amici
che annebbiano i volti cercando qualcosa.
Cerchiamo qualcosa, in effetti,
e quel fumo che naviga somiglia
davvero a una fascia di dubbio:
è la nostra nebulosa e qui piace respirare
dove il tempo va con sguardo di cane
ad una deriva d’erba
senza memoria (quale altro progetto
brucia l’argento antico degli stomi?).

Anche tu, pallidissima cometa.

VERSO E RECTO

sorridi e sollevi
il grande ciuffo dalla fonte chiara
quindi già s’apre
la ridente pupilla marinara
ed hai nel moto delle ciglia un brivido
così ogni cosa ha un nome
nuovo come la morte
della morte
e una mano leggera sgombra il campo

ma in questa mattina
di luci tagliate
le imposte semiserrate
nella stanza in cui indovina
la morte dell’estate personale
e già un accento di brina
strina alle tempie
i grandi sogni dalle ali recline
non è che possa scegliere
una parte qualsiasi

(la mia: tantomeno)
si può essere più stolti
ho sbagliato la morte per la vita
una maschera per un volto
si può essere più stolti
ho chiuso dall’interno la trappola
con le mie stesse dita
per questo ho perduto l’utimo raccolto
necessario e destinato a durare un inverno

MONETA DI ANTIQUARIum

Io non posso, ragazza tarantina
uscita da una ruvida medaglia
levigata dal tempo, consolare
la doppia verità della fusione
che ti vede nel ‘verso’ come Diana
e Didone nel ‘recto’. Tu che certo
hai vissuto altre vite ( sei la luna )
con le due facce, come la moneta,
sei l’angoscia del doppio, anche per me
che ti affido in silenzio il mio silenzio.

RAME ANTICO

ci sono città dalle parti del sole
dove le mani si aprono a raggiera
e le ombre sono foglie
fuse in acque d’oro

come ti chiami chiese l’angelo
che stava sulle spine nell’attendermi
(aveva – ricordo- un lembo di parole
sull’ala incisa di cielo)
allora aprii le imposte
l’aria brillava di punti luminosi
di qua dai vetri
il freddo si faceva sentire
sulle spalle nude allora
mi sbagliai come una città abbandonata
e dire che tutto questo
accadde per un istante nella navicella alchemica di una pupilla
di rame antico

*
.
tutte le cose se ne sono andate
il guscio di cicala dell’estate
giace al suolo:
adesso sono veramente solo

QUEL POCO D’ORO

Quel poco d’oro, o molto, non so bene,
che mi travolge in folto brulicare,
in punti scaglie schisti bande oblique
intrecciate contorte appena mosse
squarci improvvisi strani che si sgranano
dal rame all’oro al platino alla luce,
io non l’ho speso, lo ritrovo spesso
aggrovigliato alle cose più oscure
e cercando d’istinto le colline
con lo sguardo che ha grandi cerchi bianchi
( le colline che ho dentro si comprende),
lo smatasso e vorrei dargli una forma,
ma subito mi arrendo, preferisco
rimanere così: di certo in debito
per quella stella che si stella a volte
nello sguardo di chi – per un istante
­ritorna da distanze siderali
a abitare la mente (o così pare).

FRA(M)MENTI

Ti saluto. Dal gelo delle stanze.
Dai gradini sul fiume. Ti saluto.
Dai prati rasi, dalle sedie bianche,
dai marciapiedi di periferia,
ti saluto, è domenica di un maggio
turbato da una storia senza onore.
Nevica a nubi il polline dei pioppi.
Non ho niente da dire. Ti ricordo.
Soltanto in una foto. Forse un filo
di febbre. Sulle spalle qualche brivido.
Non so bene che cosa. Grandi occhi
di gatto escono male dall’abbraccio.
Ti saluto. Sfilandomi le scarpe.
Sulla porta finestra. Del giardino.
Fra scheletri di bici abbandonate.
L’olivo di mia figlia. Da bambina
voleva essere alzata sopra al ramo.
Ora un albero nano. Ti saluto.
L’amico chiuso in casa con le imposte
serrate. Cani vanno alla deriva.
Ti saluto. Sto male. Il giorno scioglie
la sua ultima iperbole. Nessuno
si ferma ad ascoltare le betulle
che sconfinano. In cielo. Somatizzo.

Il saluto? Una nube di pensieri.

3 – IN UN CANTO

IN UN CANTO

Ho guida al presente mio padre
che legge certezze leggere
nel varco del tempo, raccoglie
millenni di leggi segrete
nel cuore che volge alla pietra
e sa quanto un uomo conosce
di bene e di male. Nessuno
ricorda il confine caduto,
la rete smagliata, la sagoma
ostile di nostra sorella
come quest’uomo che sogna
di unghiare con calma le stelle
e andare per viottoli lunghi
che portano a vaste agorà.
A lui devo pure la mossa
che muove la ragna del tempo
e l’essere nudo e sconfitto
di fronte al destino. Noi siamo
vicini ad un muro intrecciato
da edere ed alberi alti
perduti di là dalla calce
ed è nel silenzio dell’uomo
che chiede a se stesso
un ultimo tratto di ignoto
il senso di questo bruciare
per gioco e per fuoco, crescendo
ad essere padre predato
da parte, in un canto di sole.

DOMANDE

Di quel ragazzo dai capelli lunghi,
troppo alto per stare con i piedi
per terra, ma nel fondo troppo triste
per perdere la testa fra le nuvole
questo non è il futuro;mi domando
perchè il tempo di duplichi e si scagli
come galestro e poi si ricomponga
in magma duro, quasi fosse niente.
A volte le domande sono croci,
ombre di croci, lunghe, all’infinito.

QUI ED ORA

a mio padre

l’ultima volta che ti vidi in centro
andavi già col guanto
di lana sulla mano gelata e sorridevi
alla nipote incontrata per caso
lungo lastrici freddi
(cinque anni e settanta –
­cinque stretti nel trepido
abbraccio dello sguardo
ormai tradito)

sapessi altre parole
per dire questoamore
ma ti so solamente dichiarare
all’angolo della via
che approdi come foglia
col passo ferito
nei campi di sale di antiche navate
e a conti fatti le cose che sai
con paura
ora che un freddo ti porta lontano
– ­ancora sono al mondo
cose vere:
i lievi prati d’erba millenaria

con le canne incrociate nel vento
e i secoli fermi in un giorno
a non rivederci è il saluto

ELEGIA DOMENICALE

Dalla macina sotto l’olivo
– un sedile di pietra – si vede
la Secchieta lontana, di neve,
mentre intorno le balze fioriscono
di narcisi, giunchiglie ed anemoni.

Qui mia madre ritorna bambina
mentre un vecchio con passo sornione
si avvicina seguendo la viottola
di un’antica cascina.
La valle
è battuta dal sole, ogni casa
ha una storia ed un nome: il discorso
è un rosario sgranato nei nodi
di ricordi dispersi nel sangue.

“Questo gelso che ancora non gemma
ha cent’anni sicuro, le more
vi maturano bianche, venivo
a raccoglierle – bimba – nell’erba”.

E’ domenica, sotto l’olivo
ora il vecchio racconta di sè:
è rimasto a guardare le piante
e le vigne, gli resta la casa
che sovrasta il paese, ma presto…
e sospende il discorso.
Mia madre
riconosce ogni proda, ogni viottola,
questa quercia gigante che segna
l’alta curva con chioma imperiosa
della strada nel bosco, dimora
di briganti e di uomini neri
o di poveri uomini vinti
impiccatisi ai rami più alti.

Sulla macina siede altra gente
che ha salito la valle per cogliere quest’acerbo sorriso di marzo,
od andare per pigole incolte
a cercare i colori del tempo.

Gricigliano ad un passo da lì
è la villa del Feudo delle origini.
Ora accoglie novizi. La madre
ferma il passo alla sponda dei ‘laghi’
– il fossato che cinge le mura –
e la ‘bimba’ devota al mistero
beve ancora quell’acqua alla fonte
con lo sguardo che muto s’indìa.

IL DUBBIO

a mio padre

– Niente – dice – davvero: proprio niente –
(a me che chiedo di quelle ferite
strane, a corona, sulla fronte) l’ombra
che all’improvviso mi si è fatta accanto
e fruga, con la mano alta che trema,
nell’angolo più buio della stanza
cercando un sogno, una dimenticanza
o recando qualcosa, con dolore.

Dentro, le dune sbalzano marosi
– è lui – mi dico, e il cuore si disordina,
ma un dubbio si fa nube nella mente
per quel sorriso freddo, di cometa,
per lo sguardo lontano, di straniero
(di chi, vivo, rideva come un bimbo).

Cosa cerchi non so, forse una lacrima,
la più chiara di tutte, di diamante,
o qualcuno che un poco gli somigli
nell’ovale annerito di una foto,
ma non so dire proprio.

Dopo fa giorno e un fiore apre la stanza:
sul tavolo è una mappa, con crateri
e sul muro un rettangolo più chiaro.

4 – TRAGHETTO NOTTURNO

SENZA

i miei incubi? un vecchio che avanza
a passi incerti dentro la sua stanza

una donna che guarda fissa il suolo
cercando un motivo per vivere (anche uno solo)

un giovane che sente di volare
e vola ma in se stesso nel suo mare chiuso

che volete da me – domando – cosa
lupi di un branco braccato irose

schegge di un mallo disperso?
i miei incubi? questi versi stessi

che nemmeno ho il coraggio di offrire?
o siete voi i miei incubi che non so amare…

PICCOLA PATRIA

Urtano a volte ai vetri in volo i passeri
o se trovano aperto entrano in casa
a cercare le briciole del giorno,
lo si vede da un minimo disordine,
da una piuma caduta, un escremento.
Così pure trascorrono le anime,
quando la casa è vuota, errando in volo:
cercano un libro aperto, un tovagliolo
rimasto accartocciato sopra al tavolo,
leggono con angoscia i dati minimi
del pane quotidiano che è negato
al loro volo oscuro come nube
verso altri universi migratòri,
lo si vede dall’essere impietrito
delle cose sospese, nel ritorno.
Altre volte
vanno e vengono svelte per la casa,
traversano le mura con in mano
lavoretti improbabili, programmi
che rimarranno sulla carta: sono
le ombre che ci assediano ogni giorno.

Con queste mani sfogliate dal freddo
io vi carezzo, assenti, a voi rivolgo
questo ceduo amore, mentre lancio
un ponte d’assi quasi fra due vuoti.

Sento di appartenervi vera-mente.
Il nulla è la mia patria e forse brivida.

FALCE DI LUNA BAMBINA

due lamine incise

cosa avrai vissuto beppina
sempre sulla bicicletta
o a dare lo straccio in cucina:
una vita trascorsa in fretta

vecchia ed ancora bambina
a fare l’erba col falcetto
a governare le galline
così grande distesa nel letto

l’odore di erba tagliata
che presto diventerà fieno
su un letto di terra bagnata
mi leva una pietra dal seno

mi leva dal petto il veleno
di tutta una vita sbagliata
di tutta una vita tagliata
com’è questa erba da fieno

VENTUNO AGOSTO

Com’è muta la casa ora che tutti
sono partiti per diversi asili
o per luoghi di buio e di silenzio,
anche i gatti soriani, i canarini,
i criceti scomparsi uno per uno
lasciando qualche graffio sulla carta
da parati ed un pizzico di piume
o di peli in un angolo:
ognuno
con un labile segno di consenso
o di terrore.
E più chi visse accanto
con sorriso e dolore costruendo
il giorno: i muri stessi della casa.
Di questa assenza, troppo certa e dura
per darle un nome ed un’azione, bruciano
in silenzio le ore, queste che
interrogo sapendo che nessuno
risponderà.
Di tutte le partenze
questo mio permanere è il più terribile
perchè le stringe in una, crudelmente,
– partenza anch’esso, il piede sulle soglie
nel giorno dei ritorni, a fine ferie,
ventuno agosto, con le prime nugae

Almeno questo: l’inclemente cielo
si afferma, in una doppia negazione
che pure lascia vivere chi torna
fra pareti di case fragorose.

ILARI LARI

Ilari i lari vegliano nel sonno
nostro, mortale, sul fare del giorno
o dolenti domandano certezze
di cosa fummo, di cosa saremo
in dialoghi dismessi e rinnovati.

A loro devo se nell’alba torno
a confondere il tempo con lo spazio,
a sbagliare creatura con creatura
(dal rettile nel cretto alto del muro
alla rondine aliata in qualche cielo).

Ilari, questo amaro ricordare,
questo avaro difendersi dal nulla,
mutano morte in vita, notte in giorno,
ilari o mesti, fra le ciglia strette
di qualche curva, di qualche spirale
intessuta di stelle da una mano
troppo lontana per essere vera,
troppo preziosa per essere assente.

Questo penso alla fine di un’estate.

Nell’agosto che muore sbaglio il giorno
con la notte più mèzza, con la mèzza
luna accagliata ai colli: è lì che vegliano
speranze di sorrisi in un affine
sorriso di speranze che deluso
ricade su se stesso come fuoco
d’artificio o percorso di meteora.

La materia, la luce, ed altro – oscuro
che regge il mondo, di questo vorrebbero
dire i lari nel sonno nostro e loro
o solamente stringersi in un giro
esattamente come le colline
intorno alla città dove declina
l’ultima estate al palpito d’autunno.

Sarà così, sarà così per sempre?

5 – ORIGAMI ED IKEBANA

L’AQUISTO DEL QUOTIDIANO

petite promenade, a mary
il quartiere di mattina
con le strade semivuote
ricamate dalla brina
lungo scivoli di mota
è una mappa di mattoni
e di pietre levigate
mura a secco alti bastioni
vecchie cose abbandonate –

mentre l’alba apre le braccia
all’azzurro del natale
io ritrovo sulla faccia
tutto il bene tutto il male
della brina della mota
delle pietre dei mattoni
della mappa ormai remota
d’altre giovani stagioni

all’edicola c’è gente
pochi spiccioli e poi via respirando come assente
il silenzio della via

torno a casa col giornale
ripiegato in sedicesimo
e ritrovo sulle scale
– marmo e manna – me medesimo

FRAMMENTI DI CACCIA

il tempo che passa e che muore
somiglia a una rosa stasera
nel vetro più effimero e vero
rimanda a uno sguardo che impera

un po’ di piume
flagellate
in volo

Più-me
che il mondo
colpito precipita

il fagiano sul tavolo le penne
l’ala aperta abbanonata l’iride
nella grande cucina non la vittima
vidi ma un vivo palpito/ ed ancora
in quell’ala di luce mi ritrovo
come a una ferma immagine di me

ALLA BARRIERA

Hai respirato un po’ del mondo antico
nella casa dei nonni, alla Barriera,
dove nel muro a secco è nato un fico
e la terra profuma nella sera,
dove ancora una vite di uva nerra
matura radi chicchi fra le biche
ed i lenzuoli al vento son bandiere
d’una battaglia persa che non dico.
Hai respirato, figlia, le parole
maturate sull’aia, in mezzo all’erba,
trasparenti e rotonde come il sole,
quel po’ di miele che il dolore serba:
quattro chicca* di tempo, quattro sole
come l’uva che mangi ancora acerba.

*In dialetto, sta per chicchi

LETTERA A MIA FIGLIA

la gatta spesso sta nella tua stanza
sopra la scrivania
in mezzo a libri di greco e latino
e si atteggia a sapiente
con lo sguardo socchiuso di chi indaga
così, senza parere,
e intanto adocchia il cielo
ora azzurro ora grigio
e i gerani affacciati alla finestra
a una mossa di vento.
Altre volte si ferma
sopra il letto alla turca
ammatassando un sonno millenario
con le morbide zampe contro il petto,
oppure si fa bella
tirandosi le unghie con i denti
ed allargando a stella le zampine
simile a manicure.
Infine, quando nascono le stelle, accade che mi chiami
con un lamento lieve
e mi conduca con passo di neve
sulla coperta a fiori in fondo al letto.
Io non so dire, non so dire cosa,
ma col suo muso rosa
richiuso come un boccio,
sembra dirmi qualcosa, interrogarmi
su quest’assenza che le pesa in cuore:
se è questione di ore,
se è questione di giorni
e cosa fai,
di quando tu ritorni,
e teme, sembra dire: ‘tornerà?’
in un dialogo oscuro con l’assente.
Non so dire perché,
ma quando in cielo nascono le stelle
e la gatta guardandomi mi guida
al tuo letto, deserto ad una riva
quieta e amara
prendo la mia coperta in finta pelle
ricciuta bianco latte portoghese
e mi metto a far l’orso
ascoltando incantato
il suo dolce discorso:
e il passato non è tutto passato;
e a notte fatta a volte mi ritrovo
come in un bugno d’arnia o dentro un uovo.

TRENO DI FUMO

Sono io
quel militare oliva che discende
dal nord e sta accucciato
con occhi aperti al nulla
nello scompartimento fumatori
e mi addenso in quel fumo.

Sono io che mi specchio in quello sguardo
che più non vede se non per spezzoni.

Quando prende a parlare
indica sopra al nostro portolano
un puntino nel sud un paese ionico
dove non c’è più niente: solo i padri
e gli dèi in qualche labile pulviscolo.

Si esprime con parole incomprensibili
‘una rovina – dice – una rovina ‘
fra un intreccio di frasi ottenebrate.
Più che un ragazzo è un brivido notturno
che parla di sorelle immigrate a nord
– ed io penso a città, non a persone -.
E’ una voce medianica e a chi chiede
di quel suo dire infranto: ‘Sono nato
in terrematte – aggiunge – oppure in luoghi
di una lingua perduta’
appunto un’anima
o una rabbia incappata nel deserto del tempo.

Sono io che mi siedo in camerata
e sogno ‘l’alba’ con i pugni chiusi
e poi ho sete chiedo acqua cerco
un punto fisso un segno dell’amore
in una notte fattasi persona
o nell’ala assopita di uno sguardo.
Sono io
stasera con la lancia nel costato,
una lancia leggera ed un’arancia
rimasta in fondo alla sacca di tela
come una dimenticanza

e il mare è tutto in un’asciutta lacrima

SENZA LA ROSA

per noi che volevamo il socialismo
la vita era una rosa senza stelo
in un’aria di neve che (ricordo)
gelava la speranza/ pure quella
rosa non era solo una corolla:
appariva spariva in un istante
nel cuore di tutti/ fu allora
che dissi ( lasciando cadere
le spine di antiche ferite ):
niente somiglia a questa rosa labile
che ci visita tutti senza essere

quello che accadde dopo è presto detto
nella consumazione di un prodigio
mai consumato veramente in noi
forse fu la gelata di un inverno
più polare degli altri a disertare
da noi stessi la rosa o forse altro
che non è dato sapere per intero
ma fu di nuovo la follia di sempre
noi da spine fermissime feriti
senza la rosa senza il suo pensiero

SALA D’ATTESA

si lascia sempre qualcosa nel luogo dove si va
un po’ di balbuzie una rosa
lo sguardo franato a metà..
.
Il vecchio dissociato che discende
la pensilina del sottopassaggio
della stazione
cantando a mezza voce
“papiOn papiOn orevuaAr”
è lo stesso che ieri
alla fermata d’autobus interrompendo un grumo
confuso di pensieri
mi chiese una “minestra”
e non c’era elimosina bastante
a chi
per un istante
nell’universo
fu compagno di strada sconosciuto
identico
e diverso
per cui non occorre saluto
o altro ipocrita verso
canto lo stesso canto – a labbra chiuse

ALBA IN VIAGGIO

gabbiani all’alba volano sul mare
come antichi pensieri innamorati
di se stessi – li sfiora
un’altra mano
ma
una luce malata appena illumina
la nostra attesa in questa
contesa di presenze e un caffè nero
riscalda lo scomparto prima di …
(srotoleremo a giorno le bandiere?)
e un’alba scialba dà forma alle cose
agli alberi nudinvernali
alle skilines di cemento
ai cani senza collare
ai baldi soldati di stagno
e all’ombra che si staglia senzamore
alto cielo di cenere/scenario
mosso che non collima
con l’attesa dell’alba
“qualche porta sbattuta
una tendina che sale
i grassi fumi
di lontane centrali
termiche
e poi si stralicia verso qualche destino”
normale amministrazione
compresa la delusione:
è grigio il colore dell’alba
ai finestrini esposti ad occidente
allora sento che tutto
ha termine laddove inizia
che tutto inizia laddove finisce
per paesi di sabbia dove tutto
crolla prima del tocco
perdo l’ombra
e l’ombra perde me preso da un vento:
il nulla è la mia patria e forse brivida

PIOGGIA

adesso che un poco ha piovuto
il fiume ha a la faccia di foglia
e intanto io brucio per sempre
al pasto nudo dei giovani
dov’erano le belle golene

questo giorno di pioggia mi somiglia
per un volto disperso – voglio dire
per una dolorosa meraviglia
ch’è delle cose nate per morire
alle ciglia del tempo e ad altre ciglia
più profonde che sembrano svanire
.
scende una pioggia polvere sottile
che bagna le insegne del nodo stradale
– firenze roma/ aurelia migliarino –
ai margini della città disuguale
ferme le lance della gru
su pinastri e cascine
fermi i colli attraccati
ad un’inquieta piattaforma terrestre/ ferme l’ombre
al pianto che non piango urtano ombrelli
di ragazze leggere in queste griglie
e la verde pupilla è un panorama
di acerbe primavere senza tempo:
il mio atteso anno mille

VENE DI NEVE NERA

non so dire compagni quale neve
scenderà su di me/ se quella eterna
che impone l’ombra ed il silenzio oppure
quella fresca e infantile che rinnova
il gesto della nascita di certo
sarà spento lo specchio che riflette
nel suo cerchio le cose e brillerà
soltanto in un germoglio o nella pietra
abbandonata su pianeti assorti
in un loro impassibile viaggio

diversa/mente legge queste righe
per questo vano gesto prometeico
quando sempre più freddo è il focolare
.
sono un albero carico di neve
che molto presto si discioglierà
sino all’ultima foglia per tornare
da quest’inverno senza più parole
nel nido dell’assenza dell’essenza
ai confini del bene
questo spero
e intanto un tarlo ardente mi corrode
vene di neve nera

DI UN SANDALO

Periferia di canne,
di parole gridate
da finestre lontane
simili acquiloni,
di cani abbandonati
come anime offese
che non hanno più dio,
matria nostra insabbiata.
Non è un caso se ascolto
le voci del profondo
silenzio che m’invade:
polifonia di sensi
sciolti da sempre in pianto
abissale diluvio
per il doppio perduto.
Lì si dissolve il mondo
e si lava la pena
come un ex-voto: un sandalo
arenato nel fiume

FINE GIUGNO

Così alta è la malva
e la saggina, vedi, arrugginita
sotto le grandi acacie
che il passo nel sentiero lungo il fiume
si dissolve nel guizzo
verde della lucertola.
Arìste di gramigna rimarranno
a parlare di noi
fra pietra e pietra
come vibrisse
di chi ha perduto il filo fra le mani.

EXTRACOMUNITARIA

amico tagliato a metà
che hai appena l’età
di quando andavo per erbe fra cascine superbe
anche su te è franato
il bianco muro urbano
e sei rimasto all’asciutto
con labbra sempre più tese
amico cortese che taci lontano da pallide terre
errai come un respiro lontano da ogni mercato
da ogni partita di giro
fra leggende d’erba
in un amore antiquato
fu solo una breve avventura
prima dell’ultima stagione
dell’acqua più pura più dura
alla fonte della ragione
ma tu afferma – e con forza
­una resistenza infinita
e scansami – se puoi –
come si scansano i miti eroi prigionieri delle ore

UN FUTURO ANTICHISSIMO

Mi viene spesso un pianto forte e scuro,
un pianto che mi spegne le parole
ed io mi sento asciutto come un muro,
come un cane disteso muto al sole.
Muore la storia fra le ciglia: giuro
che il mondo è fatto di quattro viole,
di tre castagne lustre nel tratturo,
di due voci che vanno in cielo a spola,
di un pianto che mi lava come pietra,
e poi di nulla, questo chiaro nulla
trasparente e sottile come vetro,
che un poco mi atterrisce e un pò mi culla.
Così mi volto con terrore indietro
e un futuro antichissimo vi frulla.

NIENTE DI TUTTO QUESTO

niente di tutto questo:
io vado alla deriva
nel sapore di pesto
autunno in cui ingrigiva
fra colori trionfali
la viva forma per cui si brivida
nella festa d’autunno
in assenza di gesti
alla deriva adesso
il mio bianco il tuo nero
i fantasmi di gesso
sapessi cosa spero…
l’esplosione dei nessi
l’uno sotto lo zero
ma la vita è un disastro
già avvenuto
rimane solo sulle dita un nastro
di velluto
fuori da me c’è una parte di me
che sventola come una guancia sfumata

ALTRA LETTERA

Scende lunga la sera sulle chiome
delle betulle, l’Arno si scolora:
dalla porta finestra aperta a un brivido
l’edera intreccia le mie spalle, sento
il morso bruno d’antiche radici
e una lacrima a scaglia incide dentro
come una lama.
Tu forse non sai
quanto fu amaro vivere in un vento
di millenni annodati: fui un ragazzo
arreso in una selva e un solo lume
apparve e sparve ai margini del dedalo.
Ora la sera annera ed io non so
se scegliere il velluto della notte
o serrare le imposte: più non penso
agli anni aspri, l’imbroglio dei passi
si scioglie su una sponda smemorata
dove le viti sono anime vive.
Chiudo le imposte, pago duramente
quella vigna che mi abita e si agita;
la città illuminata è un cimitero
a cui non porto fiori.
La mia sera
è qui, fatta di fogli accatastati,
di strani oggetti fioriti alle mani:
legno, rame, alluminio, nodo a nodo,
e se non basta, se davvero è poco,
non so che dire, dico che non so
dividere il silenzio dalla voce,
il sonno dal risveglio.
Chiudo gli occhi
e tutto è vero nella stanza
ai margini del dedalo: alla sponda
dove le viti sono anime vive,
mentre un lume mi guida, per un attimo.

DECALCOMANIA

Dentro di me c’è un cielo molto azzurro
con venature d’indaco e corallo,
vi vola qualche rondine, una coppia
di piccioni iridati e verso sera
impazza un pipistrello. Non so come
distaccarlo dal sangue, incorniciarlo
(questo cielo bruciato che non brucia)
in un legno leggero e farne dono
a te ragazza che un po’ mi sorridi
Ma forse pure in te lo stesso cielo
molto azzurro venato di corallo
ed indaco, con qualche rara rondine,
due piccioni iridati e, a tarda sera,
un pipistrello, vive e tu non sai
distaccarlo dal sangue, incorniciarlo
in un legno leggero e farne dono
a me che vecchio un poco ti sorrido.
Cielo azzurro, membrana nittitante
di una luce ragazza sorta altrove.

RISPOSTA

Non felice, se questo vuoi sapere,
metto pietra su pietra malamente
per stanchezza ancestrale o perchè forze
ostili entrano in campo ed io non voglio
combatterle (la casa è questa, vedi,
con libri sopra a libri per progetti
di libri, con cataste di parole
che dico a mezza voce e poi disdico).
Di certo, vivo sopra una scacchiera,
capitato per caso fra cavalli
­torri-alfieri-regine-re-pedoni
dove si gioca una battaglia, io
che sto con tutti e con nessuno per
un pò di pane nero da dividere.
No, non amo il potere che separa
la gioia dal dolore, amo quest’ansia
d’aria nuova, pulita, fra le case
e questa voglia di lasciarsi andare
a un vento lungo che porta chi sa
dove – alle soglie, immagino, del dio -.

Felice no, non sono, inghiotto amaro,
ma intorno rifioriscono le cose
che mi videro nascere e che presto
mi vedranno morire (il fiume, gli alberi
secolari toccati dalla luce,
il cielo immaginato che s’invetra
di colori impossibili ) e non sono
infelice nemmeno, questo è il punto.

Sola angoscia la morte dei nidiaci
sull’asfalto del mondo dove passa
il potere convulso della vita uscita
di se stessa, in un conato
di ruote celerissime, nel tempo,
per questo ingiotto amaro, veramente.

Ma tutto ciò che accade è troppo vasto
per siglarsi in un’iride di attesa
di chi intralcia gli scacchi della vita

sono io che mi muovo a ciglia basse
basta a volte un azzurro a consolare.

A UNA FIORENZA DI FOSSO

Fiorì nell’oro matto del tramonto
la rondine Fiorenza a volo sgembo
fino al mio davanzale al quarto piano:
ero il cielo fra i muri della stanza
oltre la porta a vetri da cui entrò
in un suo volo attento, quasi garrulo,
la rondine Fiorenza a domandare
se l’amore è peccato, quando accade;
divisa, come sa solo una rondine,
in bilico sul dorso della mano
destra, in attesa di spiccare il volo
verso le arterie blu del suo paese
dove ogni giorno s’apre come un bimbo
troppo buono per essere felice,
dove si torna solo con dolore.
‘Ogni volo è un paese sconosciuto’
risposi con lo sguardo arso di rondine,
ma la stanza era vuota ed io mi accorsi
d’essere un sogno d’oro che imbruniva.

FINE DI TUTTO

A ventanni ricordo era la vita
uno spazio virente e sconfinato
e in quello spazio amore era una rosa
fiorita oltre il mio muro
ora io
sono appoggiato al limite di un buio
e sento in me come una scaglia d’oro
Oh potessi staccarla da quest’ombra
offrirla in dono in modo che risplenda
il volto di Nausicaa e poi morire
in quel tratto di buio a cui mi appoggio
con il muro che crolla finalmente

buio è il giorno per me – dico alla voce
che mi mormora in cuore come un fiume
palpitante di luce – il tuo sorriso
ora e sempre del fondo della notte
mi guiderà verso una sponda chiara

sembra quasi non parli di nessuno
dentro di me dentro di me in un fuoco
acceso da un’immagine ravvolta
nello sguardo del dio sacra figura
che nessun vento potrà mai spezzare
se non l’ultimo quello degli addìi

brevemente mi fermo alla finestra
per perdermi nei tratti del tramonto
(sempre quello, nel tempo e nello spazio)

brevemente raccolgo fra le mani
le poche cose ruvide del giorno
come un bene che subito mi cade

lungamente mi ascolto e dentro al petto
sento scorrere un grande fiume d’oro
con pesci d’oro con coralli d’oro
e penso di sognare d’esser desto

lungamente mi perdo in questo rivo

UN’OMBRA DI SPERANZA

Sembra che noi veniamo dalla Maremma:
“dalla maremma vengono in antico
i Manescalchi” a voce che sconfina
dice a volte mio padre novellando
ed io penso a cavalli spersi in branchi
nella macchia mediterranea;
c’è infatti nel sangue qualcosa
assai simile ad un andare
lungo l’ansa dei poggi emersi alle acque.
Quando mi parla di queste cose
che sono parenti di dio
con la testa appoggiata fra le mani,
mentre fuori la croce delle stagioni
divide il tempo, io ritorno ragazzo
come non fui, come mi tento ora
a volte di fronte alle stelle placate
nel bianco. Da dove veniamo,
da dove vengo ora che sono solo
circondato da queste presenze immaginarie
a dire il vero non so, non so più bene,
nè dove vado, ma quel plurale d’ombre
evocate da così care labbra
rimette in forse il reale la certezza di morte
e dalla morte suscita la vita
ad occhi chiusi di un mondo possibile.
“Sembra che noi veniamo da Livorno
in antico” ripete quasi in sonno,
ma è certo che un vento caduto
ci segna i confini, Livorno è di là
da questo cerchio che si restringe al suo centro.
E’ un segno remoto la maremma
in chi ama le pietre della città e il loro sentore
di voci che rimbalzano, un blasone
o il richiamo a un’avventura della specie.
Non pensa certo agli etruschi l’uomo
quando dice maremma, pensa – credo –
al moto che è nel sangue: il nostro andare
che ci colora un’ombra di speranza.

La festa

a mia madre

Dopo di te non resterà nessuno
dell’altro tempo: tutti
quelli che amasti sono ritornati
fuori dal cerchio e in te
vivono come in sogno. Alla domenica
metti l’abito buono come quando
aspettavi i nipoti sotto al portico
e speri ancora nel ‘ritrovo’ antico.
Chi viene ha nello sguardo un breve fuoco
e una storia sfiorita, quando viene.
Altrimenti sul farsi della sera
ombre lunghe ti slargano il respiro
mentre tiri le tende e ti abbandoni
ai molteplici fuochi del passato.

L’ATOMO OPACO

(monodia)

Abbiamo insieme aspettato la notte
nelle lunghissime sere d’estate
quando a un intreccio di rondini alte
seguiva il volo del pipistrelli,
abbiamo insieme osservato le stelle
le prime stelle nell’aria bruna
­ed era Wega a fissare lo sguardo
fra la grande Orsa e le grondaie.

Abbiamo insieme sorbito orzo
freddo di frigo per vincere l’afa
fra un muro d’edera ed una rete
per condividere la solitudine
ed aspettare la prima brezza
– anche se breve – salire dal fiume.

Abbiamo insieme sentito che il mondo
era diviso dal nostro restare
in quella casa spazzata dal tempo
in un ritaglio di periferia
mentre nel cielo l’eterno frutteto
sempre più fitto metteva sgomento.

Abbiamo insieme disteso le mani
inutilmente sulle ginocchia
fino a sentire la corda del tempo
segnare a fuoco le nostre spalle,
fino ad alzare pareti di carta
sul palcoscenico dell’impossibile.

Per tutto questo tu sei mia madre,
piccola donna di antiche abitudini
come tramare un ricamo di stelle
con l’uncinetto del proprio dolore
ed io rinuncio, una volta e per sempre,
ed esser uomo dal passo leggero
lungo la riva di nuove speranze.

Per tutto questo io sono tuo figlio
che non ricorda più niente di sé
e beve a sorsi di amaro piacere
la nostra notte, come un caffè.

LETTERA AL PADRE

Di ciò che accade – padre – mi domandi ?
Quello che accade qui non so più dire,
da tempo si confondono le storie
di vincitori e vinti, di violenza
e morte. Per fortuna ancora i pioppi
si diramano aperti all’orizzonte
ed i gatti solari han fenditure
di giada nello sguardo quasi chiuso.

Cosa accada non so; io sono solo,
non ho più attese e dubito che il tutto
combaci con il nulla: alla Tv
ogni giorno ci invade la rovina
di cronache che tu – padre – non sai,
né – ripeto sgomento – so narrarti.

Ascoltavi la radio ora per ora
– politica e canzoni – dalla tua
prigione periferica parlavi
di tempi antichi quando l’uomo alzava
la testa scarna a un filo di speranza
nel librarsi di liberi aquiloni
al respiro del vento, sotto Fiesole.

Io seguo a tratti la storia che frana
sopra la nostra vita che cercava
– ricordi? – con dolore un solo approdo.

Ora i figli non hanno più parole
per definire questi passi incerti
fatti insieme su mensole leggere
fra due varchi, hanno appreso a camminare
come muti funanboli e sarà
di loro un cielo chiaro e rarefatto
– anch’essi dèi, come lo fosti tu -.

Perciò stacco la penna dalla carta
di un quaderno in più parti cancellato
ed ingombro di segni incomprensibili,
sgorbi di un sogno che non si avverò.

Non mi do più da fare, come quando
il giorno imperversava nella carne
ferita e tu dicevi in romanesco
– memoria del tuo ‘eden’ militare’-
‘datte da fà’ che la giornata è mozza’.

Non mi do più da fare e non so dirti
quale fuoco contrasti la speranza
– se speranza resiste, ora, alle mani -.

UN FILO D’AVENA

Sei rimasto per sempre sulla soglia
nella cornice di pietra serena
con in bocca il picciolo di una foglia
o uno stelo dolcissimo di avena.
Ti penso e sento subito la voglia
delle veglie al camino, dopocena,
quando si stava peggio, ma la coglia
se la portava il fiume con la piena.

Ti vedo sulla soglia, antico, snello
col tuo umido sguardo di creatura:
non mi sei padre, padre, ma fratello.
Per questo sei rimasto il mio modello
d’uomo fedele all’ultima natura
come un ciliegio, un fiore o un uccello.

PONTE D’ASSI

Il senso della morte mi accompagna
lungo la vita
come una triste cagna
infreddolita

qualcosa si accartoccia
giorno per giorno
pure altro risboccia
tutt’intorno

il senso della vita mi accompagna
lungo la morte
come una piccola cagna
che latra fedele alle porte

TITOLO : SENZA

i miei incubi? un vecchio che avanza
a passi incerti dentro la sua stanza
una donna che guarda fissa il suolo
cercando un motivo per vivere (anche uno solo)
un giovane che sente di volare
e vola ma in se stesso nel suo mare chiuso
che volete da me – domando – cosa
lupi di un branco braccato irose
schegge di un mallo disperso?
i miei incubi? questi versi stessi
che nemmeno ho il coraggio di offrire?
o siete voi i miei incubi che non so amare…

FORME

spade
che affondano le radiche nell’ade
sono le foglie di piante selvatiche
slanciate oblique verso una ringhiera

la lotta delle forme mi dispera .
di tempo in tempo vagano le forme
dell’essere profondo che in noi dorme
come una necessaria eredità

questo grano di polvere ha un’età
immemorabile/ di tempo in tempo
viva la metamorfosi (o lo scempio)
a un identico sonno che separa
aure che si dissolvono nell’aria
.
fummo forme industriose ora viviamo
nel tutto che di nulla si consola
nella rosa dei venti: a noi si addice
la dolente mutezza della pietra

CARTIGLI NAUTICI

Sono stanco la sera / ascolto l’ombra
che come un’onda antica mi perseguita
mi chiama a silenziose migrazioni
sulla faccia nascosta della luna
lì parlo con mio padre che – ragazzo
­scioglie piccioni dalla colombaia
e con mia madre – piccola – che vede
le stelle frastornare le colline

poi mi lascio parlare dalle cose
e dico: dove andremo sarà il sale
galattico che fummo – e già sorrido
ad una foglia viva di maranta
invitandola a nozze / lei mi guarda
e non comprende esattamente come
una compagna di questi anni vuoti

amico caro d’acerbe stagioni
non chiamarmi a raccolta quando è sera .
dove andammo non c’era più nessuno
– ossa sparse del dio o del cupo essere
biancheggiavano al sole – era la luna
una bianca scommessa / un occhio muto
ed io – che già sentivo rarefarsi
il respiro degli avi in un sol punto
­vidi la nostra mappa scolorire
accartocciarsi in un fuoco minuscolo
e quella breve punta luminosa
aprirsi in cicli di costellazioni
lì mi persi per sempre / questo accadde
l’ultimo giorno prima della fine
.
I fiori scempi fedeli alla vita
– i cristalli di brina i forti fumi
le sfere di silicio i monoliti –
che noi chiamiamo morte sono vivi
di una loro tensione universale
– nessi di membra fibre di tessuto:
la coscienza è in un punto (un punctum dolens)
o annullata si perse per amore
in un manto di neve in un inverno

che altro sole tornerà domani?
i fiori scempi tanto m’innamorano
che mi sento una scheggia anfrattuosa
– ossatura del tempo/ quasi in lacrime/
per la ferma coscienza di non essere/

VERSO VENEZIA

non era vero niente sconfinato
in una rada vidi esattamente
un’ombra farmisi vicino cupa
(in sè quasi ridente) e dirmi che
niente era stato vero oltre la bruma
alle spalle bloccate da un gelo
appariva un istmo
ed oltre quello una capellatura
grigia annerita
vaste lame plumbee
con rade barche quasi di cemento
accertavano il presente questo mio
in un suo versante conclusivo
io dissi allora:
dimmi perchè mi attendi alla de/riva
con codeste gelate verità
di un tempo più lungo ma senza respiro
senza colore o forma luminosa?
e l’incappato come in un farnetico
propose appena il passo con lo sguardo
avezzo al buio
forse fu la scena
di qualche dramma a riprodursi in me
o il presagio di un tempo avvenire
ma in quella rada mi sentii impietrire
come le barche ferme nella bruma
e niente ricordavo della luce
del sapore del giorno
e non è un sogno
mi scuoto con dolore mi domando
perchè il dopo mi accerchi con questa vana
determinazione ma niente
è vero più: soltanto un antro muto

FELI(C/N)ITÀ

sono in tua signorìa
gatto di casa che curvi
il tempo sopra un bracciolo
quando riposo solo
in questa selva pensile
o attenti alle cimase l’allegria
dei passeri
che volano ai vetri
a te mi arrendo metafora
che non comprendo e m’incanta nel libro verde
delle ante

*
non sono di qui
il gatto insonnolito in mezzo ai libri
testimonia
della nostra venuta
dalla coda di cristallo
delle comete
placenta di placenta di placenta fino a…

*
sarebbero stati in un palmo di mano
tre piccoli gatti di un mese:
uno nero uno grigio uno siamese
su un tronco reciso
come il sorriso di un bimbo
prima di essere cancellati
dai porticati
condominiali
un delitto che si legge
fra le rughe dei giornali

ORIGAMI

a laura

Amalo,
quel minimo fiore di carta,
lavoro in origami.
rimasto per caso (pour cause)
sul muro s/trinato di polvere
della nonna bambina
ormai – ché sorride
alle ombre
cercando uno spiazzo di sole
di fronte alla casa.

Quel minimo fiore di carta
fu il dono per qualche disperso
ilare evento, di quando
i padri incrociavano cieli
in abiti da lavoro.
Tu amalo ancora, sì, vedilo:
palpita di luce propria,
di mani, di sguardi infantili,
nonostante la patina.

Oppure, se oggi non puoi
in questi cieli incrociati,
in un presente futuro
col cuore più intero, tu amalo
pensando alla nonna, alla donna
tornata bambina, in quel fiore,
anch’essa – talvolta – un origami
da giovani mani divine
e al padre, all’umano dolore.

FUORI DAGLI SPECCHI

io ti invito a violenza tu che sei
viva che hai
davanti ancora tutto
anche per me che non seppi
scegliere l’atteggiamento
che divide giustizia da pietà
(e come avrei potuto
se la terra sotto
si aprì e dovetti usare
i trampoli del cown)

io ti invito
davvero a violenza
non quella da specchi
e bandiere
– la mano che colpisce non ha senso –
la violenza bensì dello spirito assediato
che pone paradigmi
agli sciacalli
se vorrai vivere
come davvero si deve
io ti invito a violenza
al codice invisibile
che divide l’amore dalla morte
e sceglie il primo:
fuori dagli specchi

POSTAL SERVICE

a laura
non entrai nella vita
a passo di danza
ma sentendo finita
ogni antica speranza

la certezza più certa
fu il sapore del pane
e la terra deserta
in uno spazio inane

vissi come fu dato
lì allora aspettando
di uscire dal passato
ma presto messo al bando

rimasi nel gioco
di una luce cattiva
con sulle labbra il poco
canto di un’ombra viva

ora brucio in silenzio
poche foglie d’alloro
e assaporo l’assenzio
di un ossimòro

ELEGIA DELLA PICCOLA EREDITÀ

Andranno le formiche lungo il filo
teso da muro a muro transumando
e le rondini a volo scenderanno
sul brivido dei tetti, prima che
il sole intenerisca la pineta
in un tramonto senza maestà.
Nel cielo sgombro qualche rara nube
‘figurerà’ un costato che si sgretola,
presto sabbia sgranata. Poi dal nulla
razzeranno felici i pipistrelli
a segnare i confini della notte.
Nel marmo scuro brillerà lo sguardo
improvviso di Venere e col crespo
della brezza serale se ne andranno
i ragazzi vocianti alle alberete
lungo un fiume di sangue che si smorza
mentre i vecchi sull’uscio chiederanno
una notte brevissima.
Ogni tessera
del mosaico ricomporrà il presente,
io solo mancherò, fra case e fiume,
alberi e vie tracciate fra le case,
sarò il pezzo mancante per qualcuno;
se per i più vivranno nel tramonto
le formiche, le rondini, le nuvole,
i pipistrelli, venere, i ragazzi,
i vecchi,
per un caso – questo spero –
­un giovane leggendo a capo chino
nel suo cuore medesimo darà
un senso al mondo, allora come ora,
dove il puzzle ritrova la sua immagine
per un momento intera fra le case.

NATALE PALESTINESE

per recital
non è nato
fosse nato
mio padre sarebbe qui
mia madre sarebbe qui
e tu leggeresti
versi che non ho scritto
nella terra dei tuoi figli sotto un albero
di sabbia
non è nato
fosse nato
ti porterei nella mia casa
a pochi metri da qui
intorno al grande tavolo dove si spezza il pane
e tu ritroveresti
nel legno lavorato
nel lino tessuto
il tuo legno
il tuo lino
non è nato
ma noi siamo nati
da un errore necessario da un orrore
non necessario
qui su una terra di spighe
su una terra di spade
e leggiamo i nostri versi
nel fondo di uno sguardo che cerca
diversa
una storia

LINEA ADRIATICA

“tiengo o sud” per compagno di viaggio:
un sindacalista un bracciante
ed una studentessa di matera:
e il nostro scomparto diviene una cellula
– di vittorio lenìn le serpi d’acqua
che liberano il fondo dai vermi
ottantanni di storia lavorata
e ancora lì nel pugno dei padroni
imparo piazze mura pitturate
dalla parola pace vecchi e giovani
in una secca cadenza di leggi
e di memorie: un album fotografico
sgranato nel dialetto e nella foga
di un antico parlare fino all’ultimo
fino all’ultimo metro quando viene
èsara* – con mercurio – a liberarmi.

* Èsara, sacerdotessa discepola di pitagora

TRENI

veniva da lontano
il treno merci
che fermava su pietre e longarine
cigolando la fine
di una corsa
quanta vita è trascorsa
in quelle terre prive di confine
al rumore dei treni
fra il rigagnolo e l’orsa
.
ho fatto in tempo a viaggiare
in vagoni di terza
con le panche di legno
e donne nere che allattavano
neonati di pezza
fra valige di fibra
legate con lo spago
da un cesto di formaggi
– nido di fame –
e voci e voci nostre
cadute in un baratro
appena ieri

ho fatto in tempo a morire
nella vita che viveva
da paese a paese
e a portarne il segreto
nell’albero disperso delle mani
mosse da un vento antico
alle stazioni

NEL TEMPO

Non ho ancora toccato i cinquanta
e cammino per strade in salita
nella sera d’inverno che sbianca le memorie febbrili alle dita
come un vetro sottile raddoppia
queste mura percorse da un brivido
dove un’edera pallida scoppia
fra le pietre ed appaiono livide
case un tempo di vecchio pastello.
Dove vado non c’è più nessuno
e si staccano antichi cartelli
senza senso all’abbraccio dei pruni,
lì finisce l’asfalto, gli sterri
hanno solchi di lenti carriaggi,
mi accompagnano giovani cerri
a confine di campi selvaggi.
Poi discendo al paese che fu
aspro nido all’infanzia pagana
grigio nodo di case nel blu
lungo il Mensola che si allontana.
Passo passo ritorno al Fiorella
fra fantasmi che guardano indietro
ma già ride a occidente una stella
per un figlio rimasto di pietra.

EPIGRAFE

Se ti fermi gentile, sulla soglia
d’erba dove una volta fu la casa
vera ed immaginata (segno e sogno)
ed ora è solo una selva in rovina,
pensa all’uomo ferito, allo scomparso
apolide di un’alba illividita;
agli alari di pietra accendi un fuoco
che duri il tempo della tua presenza.
Niente di più che questo pagus/pagina
dove a stormi, impauriti e malinconici,
lentamente mi lasciano i pensieri.

FATTI D’ARIA

Nella notte le cose si addormentano
come dentro una madre (il pesco, il pero,
il tetto di bandone, il pino, l’edera).

E’ l’ora in cui le mani
si chiudono a corolla (cinque petali
e fra le dita un volo oscuro), l’ultima
felce allo sguardo è un dorso di lucertola:
un dolce, mite
animale preistorico è quest’ora
sul muro ancora caldo, a calce viva.

Poi nella prima notte erra una lucciola.

FINE LUGLIO

Ecco, non ho più tempo
per ritornare sui miei passi, scendere
fra le aiole del parco.
Solitudine
Di un ipogeo, fra terra e cielo, mura,
nidi antichi di rondini, sarcofagi
dove lo spazio torna tempo oscuro,
l’albero pietra e – al tatto – antica polvere.
In quest’alba d’estate, a vetri chiusi
mentre l’anticlone delle azzorre
sui colli di Firenze ferma il cielo,
sono un incubo fermo, ‘non ho asilo’
per l’odore del fiume, un poco fresco
e un poco amaro o per lampi d’argento.
Sono un pugno, non ho tempo né spazio
fuori di me, ora tutto accade dentro
al centro di un ciclone primigenio,
così sembra – ‘saranno
– dice mio padre da un altro universo –
i temporali di Sant’Anna, figlio,
quelli che a fine luglio urtano in cielo
e rinfrescano il giorno dei mortali’.

Mi passo sulla faccia queste mani
inutili, mi rado, scendo in sonno
nel parco assente: un’ombra mi ristora.

L’ALBERO

s’apriva in luce – oltre questo muro
­un albero di fiume così grande
da sembrare l’immagine del dio
o un forte padre: quando dondolava
al soffio lungo della tramontana
recava nelle braccia come un canto
antico e melodioso / anche di notte
mentre fruttificava fitte stelle
e quando cadde cadde un universo
con la ferita aperta nel costato

c’era una svolta ed oltre quella un fiume
padre nostro e dell’albero caduto
a un passo dalla casa dove vivo
immaginando l’albero di vita .

voglio dire dell’albero
grande che sovrasta questi
silos antropocentrici in cui scorrono
giorni e rifiuti voglio dire
del suo sonno che dura stagioni
del nostro certo eterno a chi vorrebbe
un discorso à la page (una pagella
ottima di poeta) voglio dire dell’albero
immagine di me
immagine vera

DUE SONETTI

(da Amori, di Pierre de Ronsard)

Se l’immagine sola della cosa
fa la cosa ai nostri occhi concepire
e se il mio sguardo può vederla solo
se le pongo davanti qualche schermo,

perché colui che tutto ha concepito
non mi ha fatto grandi occhi per vedere
con la loro grandezza la grandezza
del simulacro dove sono chiuso.

Il cielo è certo avaro del suo bene
che solo lui lo fece e solo vede
la bellezza divina dell’idea.

Quasi geloso di un sì raro bene
oscura il mondo e a me toglie la vista
perché soltanto lui possa ammirarla.
*
Nascondi in questa notte la falce, buona Luna!
Così che Endimìone ti sia per sempre caro,
così che sul tuo seno per sempre si addormenti,
così che nessun mago ti possa importunare.

Il giorno mi è odioso e la notte mi giova:
temo il giorno l’agguato di un vicino nemico;
di notte ho più coraggio e cammino attraverso
le spie: sono coperto dal tuo corteggio bruno.

Luna, tu sai il potere del veleno amoroso.
Il dio Pan con il prezzo di un bianchissimo agnello
potè vincermi il cuore. E voi, insigni Astri,

propiziatemi il fuoco che bruciando mi brucia,
perché se ricordate, Stelle, molte di voi,
avete posto in cielo per aver molto amato.

(Traduzione, in «Verso», n. 7-8, 1993)

COME UNA LETTERA

carissima amica che vivi nel sud
ed hai occhi grandi che portano al mare –
misura perfetta del nostro perire
­stamani penso a te all’eucaliptus
che fiorisce improvviso ogni sette anni
sotto le tue gelosie

io qui da sempre sbaglio il fiume per mio padre
e viceversa (così li penso
popolati di pesci trasparenti ed uccelli azzurri)
ed a volte ritorno ad accendere le montagne
una vita fantastica non priva di incubi
– c’è sempre una palude come sai –
e tutto ai confini del tempo e dello spazio
cercando l’ultima pulsar
che anche è la prima

intanto il sole si è levato
– sono le sette e trenta ora solare –
e tu certamente riscopri la forza e i confini del mare
che aspramente si rivela vivo
nell’opera del giorno io invece
non senza rabbia non senza ironia
tralascerò un trinato in cui si annidano passeri e corvi
fra un volo e l’altro in cerca di qualcosa…

MANO STELLARE

Quando la mia città stava in un pugno
io sognavo l’amore: era una mandorla
dal bianco seme amaro, anche
un cristallo simmetrico, di neve;
ma si muore
di stagione in stagione, metti in conto
questo freddo lasciarsi poco a poco.
Ora che sto nel pugno
della grande città non seguo niente.
Eppure al fondo muovono universi,
gli incagli del polso scandiscono il tempo
ad intervalli irregolari, sempre
da millenni, per mentire e smentirsi
sotto lo sguardo triste
di stelle che non vedono
il pallido segreto.
Fosse stato possibile altrimenti, dialogare
con l’occhio azzurro leggero
che vaga lontano curioso,
incredulo benevolo
per questa mia città tracciata in aria.
Possibile è soltanto l’arso aprirsi
di corolla carnivora
e dio sta nelle ferme metamorfosi:
l’artiglio chiuso che diventa mano,
la mano che si stella in mille immagini,
le immagini che tornano alla luce.
Ho voglia di città come di cuore.

LA FIORA/SERENA

Porti la tua giovinezza
(d’altri anni e di sempre, a pensarci)
come legno d’olivo leggero
e rugato da un filo di brezza
che spirando t’inquieta il pensiero
d’esser donna serena, sottile
(sulle labbra t’illudi, di un neo):
Non avere, carissima, a vile
il silenzio di questo ipogeo:
una voce che nasce dal sasso
come, etrusca sorgente, la Fiora.

NUGAE

Sono la nube che trascorre in alto
nel tuo cielo lontano (un orso un cane
un rametto fiorito un dinosauro)
e dopo si disgrega / ancora sono
quel po’ di vento che viene dal mare
e tinge le parole di salmastro /
sono quello che vive e ti fa viva
per un istante fra le chiuse stanze
e non questa tristezza coltivata
di tempo in tempo come deve un uomo
traversato da lampi troppo grandi
per entrare nel mondo a pugni chiusi
o non sono più niente – se tu vuoi ­
come spesso mi accade: proprio niente
così divengo la mia stessa patria
e la lama e la mola si allontanano

ANTEFISSA
a rosa maria fusco

metaponto
allude intanto ad altro
nel tufo nel tu più friabile
che il tempo ha impietrito ritrovo
i segni del nostro perire
e non nella morte barocca
che ride alle chiese

dal nostro perire ritorna la vita
in nuda accoglienza di tutto
persino del filo di cielo
che all’improvviso si apre in un regno:
alti smalti lo traggono dal nulla
in questa brulla terra
che lentamente si trasforma in mare
in greti chiari
di alibi segreti

MANI

grandi mani solcate come vigne
dall’opera del giorno grandi mappe
che emergevano ruvide allo sguardo aperte in crepe dal sole e dal gelo
alle lingue di fuoco della sera
mani mappe di vita mappe vive
.
la mano è un’alberata
lungo il fiume muto
tre vecchi un cane
e l’amore riconosciuto
nel miele delle parole
che volano sulle labbra
come api industriose
nonostante la sconfitta
.
niente è più triste di una mano tesa
che vuole dare e prendere in una sola volta
altra è l’intesa del riscatto
e la mano – la mano è una parola

a filo di rete
nei rombi
si modella
la speranza
di una mano
e l’occhio squadrato
di un dio
che deve venire
oltre il pianto

ho una compagna che mi segue
quando tutto si dissolve
ho una compagna che mi assolve
anche quando chiedo tregua
al giorno troppo ardente
una compagna che pare assente
ma che muta mi consola:
la parola della parola

SULLA SOGLIA

te lo saresti immaginato un giorno
– quando portavi le dolci primizie
nel cesto ai feudatari – di salire
nel cortile ghiaioso della villa
abbandonata come a un maleficio
con l’auto rossa ( il rosso quasi un simbolo )?
– Chi sei? – chiedono i vecchi ormai sbiancati –
Guido Gino Francesco – sotto portici
dove ancora alle travi i pomodori
attendono l’autunno sorridendo

ora un antico con lo sguardo arguto
sotto la larga tesa del cappello
di paglia apre il cancello della villa
(è lui che ha visto morire la Stirpe
e mostra intorno con lo sguardo chino
il ritorno dell’aria fra le mura
vuote) parla di cose che mi legano
nuovamente alla vita: nel podere
hanno aperto uno scarico/ da quando
è morto il figlio ha chiuso pure l’ultimo
mezzadro e c’è dell’altro/ scuote il capo
sospettoso e felice del suo esistere/

induriscono l’ultime parole
come una frutta da serbare in cuore
torneremo più liberi e più tristi
dove un giorno sperammo chi sa cosa
a ritrovare come sia possibile
la vita fra due venti che la muovono
dopo questo confine senza fine

LIMBO

– Senza di voi la vita non ha senso –
dice mia madre ferma sulla soglia
di casa, della casa di una volta.
E noi fuggiamo come trascinati
da un vortice impietoso senza dare
prova d’affetto o di pietà, crudeli
a noi stessi e per gli altri. Perchè questa
latitanza del cuore e della mente
verso chi chiede un’ultima parola
dolce e felice come un tempo lei
seppe dare, perchè, ripeto,
questa maledizione di parole assenti?

SEI ANCHE IL FANCIULLO

a mio padre

avevi sempre in tasca
matassine di spago
e nello stomaco la fame
sottile come un ago

quando il danaro era grande
come un quadro d’autore
sognavi mura a piombo
ed una moneta d’onore

(non dicevano com’è bello
i contadini al sole levante
ma calcavano in testa il cappello
e orinavano sotto le piante)

ma hai ancora in tasca
matassine di spago
e sempre ti punge più forte
quell’ago

sei anche il fanciullo che amai
in me stesso (quand’ero fanciullo)
e che non s’è avverato mai:
egualmente sei adesso

e gli anni che hai
settantacinque segnati col gesso
sugli angoli di una via
sono un messo leggero

è sempre la solita storia
c’è ancora qualcuno che muore
e porta con se qualche scoria
divina ed un povero amore

un’erba annerita alle mani
a sera erano lingue di fuoco
avevi in tasca un filo
un filo di ferro annoccato

IL CARBONIZZO

Giacche, cappelli, scarpe, abiti interi
fu il lascito del padre per l’amico
alto, che aveva la sua stessa taglia
e che morì, d’un tratto, dopo qualchemese
per andarlo a trovare in qualche cielo
lasciando intatto il guardaroba
forse per ‘mani tese’ o il carbonizzo.

FERRAGOSTO 1993

Sai, madre, quella stella
che s’appunta per prima in mezzo al cielo
alla cimasa della nostra casa
quando ancora le luci del tramonto
tingono ad occidente la città
si chiama Vega annuncia il volo esteso
del Cigno.
Quella stella, madre amara
ed amata, che splende alta sul capo
mentre aspettiamo la brezza notturna
che rompa l’afa fra le tue galassie
di pioggia d’oro ed ortensie appassite
al nodo estremo del giorno, ci Libra
in terre bianche, estive – quasi un’aia
­dove tornano tutti a frescheggiare:
sempre uguali e diversi come un tempo.

Il viaggio di Vega segna l’ore,
oltre il dolore illumina l’attesa
nei giorni delle lacrime notturne.

MANSARDA

A Giuseppe Zagarrio

Si liberava un albatros dalle ali
stese d’un fiato fino all’orizzonte
o forse era una stella senza filo,
un aquilone a stella in volo obliquo
dentro lo sguardo in cui ricomponevi
il riflesso di luce calcinata
delle altane del sud, con la ferita
di una storia divisa, fatta a pezzi
come adesso.
Lo strazio del presente
era un canto di lotta nella tua
mansarda con il tetto in ondolux:
onda e luce, a scomporre, onda di luce
opaca.
Ed io vivevo migrazioni
stellari, come è d’obbligo fra i vivi.
Quante volte ci siamo domandati
nella polis dantesca, scaglia e caglio
di un’altera babele senza lingua,
di geometrie più vaste, dove il gesto
fosse un colore vivo nella rètina
oltre la curva stretta dell’attesa.

L’ultime volte, le parole estreme:
‘Ha vinto il bianco – mormorasti – eppure…’
con la tua voce bassa, quasi un brivido
di corda interna/mente sconosciuta
ai più, dove l’udito non sconfina.
Della voce-colore, del sorriso
ironico, dell’essere con/vinti,
del passo distaccato dalle crete
e dello sguardo chiaro della notte
ti sono debitore, ecco ti devo
il doppio volo, la similitudine:
l’aquilone è uno sguardo, ora nel sangue
e benevolo in volo verso il bene
ricompone i confini, come albatros.

VITA/ MORTE

a una povera amica

il senso della morte mi accompagna lungo la vita
come una triste cagna
infreddolita
qualcosa si accartoccia
giorno per giorno
pure altro risboccia tutt’intorno
il senso della vita mi accompagna lungo la morte
come una piccola cagna
che latra fedele alle porte
.
ritorneremo sale
ed anche sole
sulle labbra del tempo
un seme azzurro
ritorneremo sale azzurro un seme
sulle labbra sole del tempo
sulle labbra del sale
ritorneremo azzurri
un seme azzurro
ed anche tempo

DA CONFINI INDIFESI

non ho memoria non ricordo niente
stacco il passo dal fango che indurisce
come gesso nell’attimo e respiro
– come si può – nel cerchio delle nubi

quasi impronte di mandrie nella retina
ombre senza più voce enormi irrompono
ed io non vedo più che nell’interno
nell’antica caverna dove visse
la felice scintilla/ dove ora
ho freddo e un fumo orrido mi attossica

resta nel gesso il calco ma se districo
il passo ancora e sempre mi ritrovo
in una sorta di caleidoscopio
dove mi vedo e non mi vedo sono
la dissolvenza lunga che si sfuoca
in immagini multiple con/chiglie
scheletriche e amarissime in un mare
troppo profondo troppo vero e vivo
per guardarmi allo specchio a viso aperto
e tornare a cantare come un tempo
– che non ricordo più che non ricordo
­la struggente canzone dell’attesa
e la bandiera in petto il petto al vento
non ho memoria non ricordo niente

manca pure l’impronta di una mano
dove il tufo è più cupo: nel profondo

da confini indifesi mi domando

TRAGHETTO NOTTURNO

aspettavo un prodigio era nell’aria
una fresca parola rovesciata
nello specchio deserto fu allora che dissi:
lascia le rade carte alla deriva
che un vento leggero le porti
e un fuoco sottile le bruci

poi la parola fresca mutamente
si staccò dalla gola dei paesi
appuntati nella notte dalle stelle
e con un brivido di luce tornò in un suo luogo oscuro
allora staccai
un rosso manifesto alla parete
con le mani che lente scoloravano:
srotolando vidi che accadeva
la morte dei compagni nel futuro

ah lascia – dissi – lascia anche le lacrime
smatèriati nell’alba e venne l’alba
senza di me perduto in altra luce

e la parola sempre più lontana:
tutto ciò che è finito tornerà
– sembrava dire alle soglie dell’eco –
in altra forma in altra norma ed orma

aspettavo un prodigio ma fu un passo
ferito a perdersi nel nulla ed io con lui
mi persi andando in un luogo oscuro
senza sapere più di non sapere
una fresca parola rovesciata
dentro specchi deserti e fu la fine
di qualcosa che stava cominciando
e non finiva in una pietra ancora
ed il prodigio fu sull’altra riva:
sapessi quante volte ti ho cercato
disse allora qualcuno che non seppi
né mai saprò chi fosse o chi sarà ­
staccandomi dal fondo dei paesi

e non fu più possibile mentire:
verrai domani? ma verrai davvero?
domandò la creatura al davanzale
mentre stavo cadendo….

SALUTO

Ti consoli il pensiero
che il bosco addormentato
a primavera ripiglierà la vita,
qualcosa resterà
del bene che hai compiuto.

L’ENIGMA DELL’ALBA

a laura e mary

Appollaiati sopra un cornicione
della casa di fronte
rivolta a sud – dove l’aria è più mite-
riposano i piccioni
Dormono come anime
in un girone eterno,
dopo scuotono il capo, si spollinano,
da soli a coppie si levano in volo
veleggiando
e si estingue lo stuolo
di enigmi assorti in fila lungo il muro,
fissi come l’eterno.
Si è fatto giorno,
alla parete vuota
come lo sguardo assorto del poeta qualche coppia animata fa ritorno:
una casa, una meta,
un luogo della vita ed uno stormo.

Niente, del resto,
in lunghi anni di attesa
ho messo da parte
un tesoro
di niente:
soltanto miniere d’angoscia scintillano

ALTRI FUOCHI

non una guerra: sono esplosi i fuochi
di sangiovanni sopra la città
in questa primanotte che respira

dal tetto attendevamo un forte tuono
e già la bimba senza una parola
con gli occhi aperti al coro delle stelle
aveva abbandonato le ringhiere
quando sono sbocciate le girandole –
rose precarie comete morgane
nate e morte in un attimo alle ciglia
coronate di luce: sono esplose
come allo sguardo stupito dei padri
entro la fioritura delle stelle

un rito tanto minimo un teatro
che frana nel passato ora ci esalta
per amore di un figlio un fuoco acceso
nell’ovale lunghissimo del sonno

SENZA COLLARE

anche un cane si batte per la vita

anche un cane
si muove in uno spazio giusto vuole
trovare la misura delle cose
che lo toccano
da vicino
la casa
di quand’ero ragazzo
era bianca di polvere
i lenzuoli al filo
si staccavano
come in un arazzo
così nel sogno e quando
mi sono svegliato
ho pensato che anche un cane
si batte per la vita
e cerca con lo sguardo
i confini del suo
tempo che avanza: un cane
.
ci siamo perduti io e fido
nel paradiso dei cani
bastardi senza collare che corrono sulle balze
di un fiume stellare
dove la fame e la sete
il sonno e la paura svaniscono nel lete allaciandosi la cintura

per bambina
sul tuo muro c’è un cane
che non abbaia mai
non ha sete né fame
ma non fa compagnia
come il cane che sulla via
corre a coda ritta
e lungo questa poesia
appena scritta
rimettiamoli insieme
con un po’ di fantasia
il cane che sta sul muro
e quello sulla via
per giocare al futuro…