TESTI CRITICI

SULLA SAGGISTICA: LA “CITTÀ SCRITTA” DALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

L’Autore della Città scritta è stato testimone attivo e protagonista dei movimenti letterari che hanno ispirato il secondo Novecento a Firenze.
Critico letterario e animatore culturale, ha messo in evidenza quanto dell’ ‘attuale’ andava emergendo e ha promosso al contempo iniziative editoriali e di gruppo per rendere sempre più visibili le energie che la Città esprimeva.
Firenze è culla di civiltà e dunque vive dell’evidenza delle grandi opere e dei grandi spiriti del passato; da questo punto di vista l’attenzione nei confronti del nuovo può assumere minore rilevanza. Ma, proprio per questo, il rischio che la damnatio memoriae disperda il contemporaneo era ed è fortissimo.
Di qui l’importanza di questa opera che raccoglie gli scritti con cui Franco Manescalchi ha segnalato e promosso le insorgenze culturali delle nuove generazioni. Il lettore ha così l’opportunità di ripercorrere un ampio arco temporale del Novecento, dagli Anni Cinquanta alla fine del secolo, prendendo cognizione di gruppi, tendenze e riviste che hanno contribuito a tener vivi quei fermenti culturali di cui ogni società civile ha bisogno.
Il volume di Manescalchi si colloca su una linea di costante impegno dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze per gli aspetti letterari, segnatamente fiorentini e toscani, coerentemente con la volontà di valorizzare i fatti attinenti alla cultura e alla civiltà del proprio territorio di riferimento.

Alberto Carmi
Presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze

 

FIRENZE: LA CITTÀ SCRITTA DI FRANCO MANESCALCHI

Da Atti di Pianeta Poesia 2, Polistampa, Firenze, 2009

[…] per la prima volta ci troviamo di fronte alla storia della nostra tradizione poetica contemporanea, cioè a dire degli ultimi 50 anni di poesia a Firenze. Nessuno mai si era azzardato.” E continua “invece Manescalchi, che è conoscitore profondo del nostro Novecento e dell’esperienza poetica del Novecento era l’unico che poteva farlo. E qui la “Città scritta” è veramente la città scritta, qui veramente tutte le grandi esperienze, tutte quante le esperienze, grandi, piccole, più grandi, meno grandi che hanno attraversato i nostri ultimi 50 anni sono presenti. Sono presenti in modo giusto, rilevante dove il rilievo andava fatto e accennate laddove l’accenno bastava a cogliere il punto della situazione e a presentare in modo adeguato il problema che si stava affrontando. Mi sono trovato di fronte a una ricostruzione della nostra vita cittadina degli ultimi 50 anni di straordinaria efficacia. Non è che per me risultassero cose nuove, questo vorrei sia chiaro, io queste cose le ho vissute, non da protagonista come Manescalchi, ma da storico, anch’io, benché il mio lavoro si sia fermato ai grandi personaggi del primo cinquantennio del secolo, concentrandosi soprattutto sul trapasso da Otto e Novecento, questo non mi ha impedito di essere vicino a Manescalchi nell’attraversamento di tutte queste esperienze.
Ci sono delle esperienze che sono rimaste fondamentali nei nostri anni, con cui tutti ci siamo dovuti misurare, ma che solo attraverso Manescalchi riusciamo poi a riproporre e a ricostruire in un arco di sviluppo e di crescita interna secondo un’architettura che solo l’intelligenza di Manescalchi era in grado di costruire. Quando Manescalchi ci dice “ho cominciato nel 1955 collaborando a Cinzia” una rivista che pochi di noi conoscono, io mi sono ricordato questo nome e sono andato a rivedermi certe cose, le ho ritrovate come ho ritrovato Carlo Galasso, la figura del direttore. Manescalchi accenna a questa prima esperienza e non potrebbe essere altrimenti.
Manescalchi nel 55 è giovanissimo, collabora alla rivista e questa è la spinta a entrare nell’agone letterario.
A partire da qui, tanti altri punti sono presenti in questo libro che meritano il ricordo.
Basterebbe un nome soltanto, un nome a cui sono legato non solo per un’antica amicizia ma anche per una profonda ammirazione che ho sempre nutrito per lui. E trovo qui nel libro che ho di fronte la stessa vicinanza che mi legò alla figura di Zagarrio, figura oggi un po’ dimenticata, non dimenticata dai cultori della materia, ma dimenticata dal grande pubblico. Invece Zagarrio è stato veramente una presenza determinante nella cultura fiorentina. La sua rivista, da cui parte il libro del nostro Autore, la sua rivista “Quartiere” è stata una rivista in cui tutti ci ritrovammo in un modo o nell’altro implicati. Chi si trovò implicato come appunto Manescalchi e altri amici a cominciare da Gino Gerola che ho perso di vista da tanti anni ma che non ho mai dimenticato, per finire a Miccini e altri giovani che hanno sperimentato vie anche nuove nella nostra tradizione poetica letteraria ma soprattutto la figura di Zagarrio. La figura di Manescalchi in parte mi ricorda la figura di Zagarrio. […] Zagarrio non si limitava a Firenze, abbracciava uno spazio molto ampio ma cercava come fa Manescalchi di entrare nel meccanismo dell’ esperienza poetica, cercava di darcene il segno, di farcelo toccare con mano. Ecco, mi sembra che Manescalchi abbia rinnovato questo metodo, questa tradizione e sia entrato nelle strade, nei quartieri, nelle pagine della sua città con le stessa capacità di giungere a delle conclusioni. Io lo conosco da tanti anni e conosco la sua capacità di organizzazione, la sua capacità di poeta, la sua capacità di essere nel nucleo della cultura cittadina ma un conto è saperlo un conto vederselo davanti nella riprova del testo.
Questo è un testo che non ha punti di paragone, non ci sono, nessuno ha mai tentato quello che ha tentato Manescalchi di fare il punto dell’attività poetica in cinquant’anni di una città in questo modo, con questa precisione, con questo calcolo. C’è una quantità di esperienze e di nomi straordinaria che si va dai nomi grandi della grande tradizione del primo cinquantennio del secolo come i nomi di Luzi e di Parronchi ma soprattutto il nome di Macrì che compare fin dall’inizio col suo insegnamento del silenzio e cosa significa il silenzio per Macrì proprio nel momento del suo contributo a Quartiere, per finire appunto ai grandi nomi dell’ultima tradizione poetica italiana: donne, uomini, esperienze importanti, importantissime.
Qui ci sono dentro tutti: ripeto, Parronchi, Luzi, Montale, ma non è questo che conta, quanto invece la capacità di penetrare nel meccanismo sotterraneo, segreto, che sta dietro al complesso dell’attività cittadina.
Il grande pregio di questo libro è quello di essere riuscito a darci con grande garbo e con grande misura che non era facile il senso della nostra vita culturale, cittadina dal punto di vista della poesia.
Le esperienze sono tutte presenti e presenti attraverso punti di riferimento importanti quali sono le riviste a cui Manescalchi ha collaborato, di cui è stato parte predominante.
Basterebbe ricordarsi appunto quel grande spazio culturale che fu Quartiere, ma andando oltre bisogna pensare a “Collettivo R”, a cosa rappresentò Manescalchi per la rivista di cui fu fondatore, e poi un periodico che ho frequentato anch’io, un po’ dopo, ai tempi a cui si riferisce l’Autore, che è “Stazione di Posta”. che ha rappresentato un momento importante della nostra cultura e così via via non arrestandosi mai neanche di fronte a esperienze che potevano apparire minori o collaterali, invece cogliendone la verità, il succo, la portata. Per esempio “Ottovolante”, altro nome che tutti abbiamo nell’orecchio ma con cui nessuno di noi si era finora misurato. Ho trovato davvero tanti nomi.
E poi anche i nomi dei colleghi qui riuniti: Piantini, Panella e Baldassare.
Ma quello che vorrei aggiungere, e poi mi cheto perché sennò parlerei tutta la sera io, è un invito a leggere e a meditare con grande attenzione questo libro perché è un’opera importante, un libro che mette noi fiorentini di fronte anche alle nostre responsabilità di uomini che hanno vissuto in una cultura, che questa cultura hanno respirata, a volte respirata con troppa facilità, a volte rimasti coinvolti e seppelliti, ma che ha sempre saputo dare una carica particolare che bisognava portare alla luce e documentare e il nostro Autore l’ha saputa documentare.
Impresa difficilissima direi, libro particolarmente complesso e difficile ma libro fondamentale.
Sì, è vero stiamo attraversando un periodo, inutile dircelo, difficile. Non è il periodo degli anni ‘20, ‘30 in cui Firenze era diventata il rifugio dell’alta cultura italiana, eccetera. Firenze è una città di oggi, una città che vive i pregi e i difetti della vita contemporanea, che doveva in qualche modo essere rappresentata proprio attraverso le sue voci poetiche e Manescalchi l’ha fatto in modo più che degno, in modo unico direi. Praticamente, ecco, concludo con questo: un libro insostituibile che ciascuno di noi che vive di queste cose e sente queste cose nella loro importanza non può ignorare. Un libro di cui non si può fare a meno. Questo è il complimento che faccio a Manescalchi: ha compiuto un’opera eccezionale che solo lui era capace di fare.

 

Giorgio Luti

L’ANTICO CENTRO

Franco Manescalchi, e la poesia come esperienza critica. Dall’introduzione al volume

 

“Bisogna dunque ammettere che nulla può prodursi dal nulla
poiché le cose necessitano di un seme dal quale ognuna,
una volta generata, possa espandersi nei dolci aliti dell’aria”

Tito Lucrezio Caro, La natura delle cose
trad. it. di Luca Canali, Milano, Rizzoli, 1994, vv. 205-207

In una sua celebre intervista alla radio tedesca del 26 marzo 1956, Ingeborg Bachmann azzarda una definizione della poesia a lei contemporanea che fa straordinariamente al caso nostro. All’intervistatore Joachim von Bernstorff che le chiede: […] Ma con questo lei non ha ancora risposto alla mia domanda. Dunque lei dice: la nostra epoca non è meno indegna di altre. Ma prima parlavo della presenza dell’elemento razionale, che comporta determinati rischi proprio per la poesia. D’altra parte, esso ha anche qualcosa d’incredibilmente liberatorio. E non potremmo giungere a credere che nella poesia moderna, anche nella sua, il momento razionale rivesta un ruolo preciso e che vecchie immagini, metafore e anche rappresentazioni come quelle cui ci ha abituato la poesia del passato, vengano dissolte e trasformate proprio da questo elemento razionale?
Ingeborg Bachmann risponde con una splendida metafora: Sì, vengono trasformate. Ma lo si potrebbe immaginare anche così: se si potesse paragonare il linguaggio a una città, ci sarebbe allora un centro antico e poi verrebbero parti più recenti e alla fine le pompe di benzina, gli svincoli e forse le periferie della città apparirebbero orrende in confronto al centro; eppure fanno parte anch’esse della città, ed è proprio questo carattere che fa una città di oggi.
Lo splendido paragone tra il linguaggio poetico e l’antica città che si scopre stratificata e dispersa nei mille rivoli delle sue parti più recenti veniva spontaneo a Ingeborg Bachmann dopo le sue accurate letture di Ludwig Wittgenstein: al filosofo austriaco, infatti, aveva dedicato nel 1954 un saggio radiofonico2 di grande intelligenza e finezza ermeneutica. In esso veniva citata la descrizione della possibile trasformazione del linguaggio in un sistema di segni che ricorda: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi e che è tratto dalle Ricerche filosofiche, la grande opera postuma di Wittgenstein pubblicata solo nel 1953 in Inghilterra.
Più avanti, comunque, nel prosieguo dell’intervista, la Bachmann farà un’altra importante dichiarazione di poetica. A Bernstorff che insiste con un po’ di affettazione: Vorrei tornare ancora a qualcos’altro, alla sua immagine della città antica. Ci sono molti che dicono: la vecchia poesia, la poesia dei giorni che furono, del romanticismo… risponde con garbo ma fermamente e decisamente: Posso interromperla? Perdoni, ma non credo affatto che si debbano paragonare le poesie, le poesie antiche, agli antichi centri cittadini. Il linguaggio stesso, voglio dire, è una città, eppure fuori di esso crescono nuove parole e le poesie antiche sono fatte di un materiale di parole antico, mentre le nuove poesie di vecchio e di nuovo, direi. Alcune soltanto di materiale nuovo.
L’idea del linguaggio come una città al cui interno si creano quasi naturalmente dei dedali (con una sola, possibile uscita conosciuta – le parole antiche che, di conseguenza, sono comprensibili e già note a chi le usa) e dei labirinti (senza sbocco conosciuto e pressoché introvabile – le parole antiche e nuove o quelle soltanto nuove che vanno verso esiti sconosciuti e di difficile prevedibilità) produce inevitabilmente la necessità di stamparne una mappa che aiuti il viandante (o il turista) a muoversi attraverso di esso senza perdersi e senza costringere il viaggiatore a distruggerne l’identità.

Il progetto e la metodologia di Franco Manescalchi, brillantemente esemplificati da questo volume, ricordano in maniera impressionante il modus operandi che Ingeborg Bachmann sembra evocare e sostenere nella sua intervista (ed è per questo motivo che ho voluto metterli in relazione). Il suo metodo critico trova nel linguaggio il suo punto di resistenza e la sua dimensione di necessità – perché, in fondo, una verifica e una redazione di mappe (letterarie e artistiche) come quella da lui effettuata nascono sempre da una necessità vissuta ed esperita di conoscenza e di individuazione di punti fermi storici e linguistici. È questa necessità, allora, che costringe Manescalchi a venire allo scoperto e a redarre con cura e attenzione la sua mappa della poesia italiana contemporanea: un percorso che è iniziato fin dall’immediato dopoguerra e che continua a tutt’oggi, con alti e bassi, salite e discese, scatti e surplaces ma sostanzialmente sempre con il ritmo spedito del passista veloce.
L’inizio di Manescalchi critico avviene su un doppio fronte: quello della critica letteraria di poesia (dalla fondazione del Gruppo “Gada” e della rivista «Cinzia» giù giù fino all’esplosione di «Quartiere» di e con Giuseppe Zagarrio) e quello della pittura (i suoi scritti più significativi su quello straordinario pittore che è Sirio Midollini, ad es., maturano in questo periodo, anche se sono stati scritti successivamente). Certo è con il progetto di rivista fortemente voluto dal poeta e critico siciliano trapiantato a Firenze che l’arte ermeneutica di Manescalchi matura e si affina: i suoi saggi che ora vengono ricomposti in un unico quadro – allo stesso modo in cui Zagarrio aveva fatto con i propri – si distendono su una distanza interpretativa che non è più legata alla pura dimensione giornalistica.
Negli scritti degli Anni Sessanta-Settanta, Manescalchi ha già circoscritto l’“antico centro” (la tradizione dell’ermetismo “civile” e il ritorno alla grande lirica spagnola degli Anni Dieci e Venti – Antonio Machado in primo luogo ma anche Federico García Lorca, Rafael Alberti, José Augustín Goytisolo, Pedro Salinas…) e si protende a cogliere la novità assoluta che si prepara: da un lato l’emergere dello sperimentalismo dei Novissimi (che non praticherà mai), dall’altro la “resistenza all’omologazione” che legge come punto nodale nella scrittura di Franco Fortini. Infine, con il 1968-69 e l’emergere della “poesia diffusa” (furono gli anni assidui e disperati del ciclostile e dei gruppi di intervento sul presente della poesia – da «Quale Impegno» a «Salvo Imprevisti» fino a «Collettivo R»), Manescalchi approda ad un modello di intervento critico che privilegia la dimensione del presente e la sua sistematica demolizione rispetto ad un ossequio a-critico anche di quella stessa tradizione che pure ama (“solo chi odia profondamente il presente potrà amare davvero il futuro” – queste parole del grande matematico rivoluzionario Évariste Galois ben avrebbero potuto risuonare sulla bocca del critico militante di quegli anni). Ma sono anche gli anni in cui si apre, per le cure valorose e attente di Massimo Mori, la lunga stagione dell’«Ottovolante» fiorentino. Poi negli anni del disincanto e del cosiddetto “riflusso” il ritorno alla tradizione si rovescia non tanto nel pentimento del critico quanto nella volontà pedagogica del poeta: l’“età forte” di Novecento – Libera Cattedra di Poesia che attraverserà tutti gli Anni Novanta (per continuare fino ad oggi).
In tutti questi anni, due punti fermi hanno seguito Manescalchi nel suo circoscrivere, attraverso la ricerca e l’approfondimento delle linee di tendenza della poesia emergente, l’“antico centro” della sua vocazione di poeta e critico: da un lato, l’amore per la poesia meridionale (dalla più lontana Spagna degli anni universitari di formazione alla pratica quotidiana con poeti di quell’area come Rocco Scotellaro o Nigro o Maria Cumani), dall’altro, il forte radicamento sul territorio e la mai negata “prima radice” della fiorentinità (ne fanno fede in questo volume gli interventi sul sapiente lavoro filologico e archivistico di Alessandro Bencistà e l’interesse per i “rimatori all’improvviso” del Maggio o per i canti popolari raccolti – in collaborazione con Ivo Guasti – nella zona che si estende tra Barberino di Mugello e la Romagna toscana).
Se, da un lato, dunque, Manescalchi è sempre stato il critico del “quartiere” e della poesia che si faceva in Firenze, con un’attenzione intensa e intesa a conoscere e capire, dall’altro i suoi interessi (di cui questo grosso volume in progress rappresenta soltanto una parte) si sono, comunque, mostrati in ogni modo di grande apertura e curiosità verso il “nuovo che avanzava” e si consolidava (talvolta) in forme di originalità e di rottura rispetto ad un passato di cui non si voleva, però, liquidare senza appello la lezione e la tradizione. L’“antico centro” in cui si è trincerata la sua pratica critica non è mai stato un bastione o un fortilizio, ma una “città aperta” dalla quale cercare di cogliere i segni e il linguaggio che attraversavano e collidevano nelle strade del mondo. Di questo, oggi come ieri, gli va dato atto con rispetto e ammirazione per un coraggio critico non comune (sono ben noti e rimarchevoli gli scontri severi e appassionati avuti con Pasolini all’epoca di «Salvo Imprevisti») e per la passione mista a pazienza che in tutti questi anni ha largamente profuso.

Giuseppe Panella

UNA LEGGENDA FIORENTINA: FRANCO MANESCALCHI

Da Silarus, anno L n.271, settembre/ottobre 2010
n. b.: L’autore ha usato l’accento grafico secondo la lezione del linguista e cruscante Bruno Migliorini

È di quest’anno l’apparizione sul proscenio culturale (nelle vetrine delle librerie fiorentine) il libro “Poesia del Novecento in Toscana” curato da Franco Manescalchi per conto della Biblioteca Marucelliana di Firenze. Un volume di quasi cinquecento pàgine, che si libra nello spazio novecentesco della poesia toscana, a partire dalla terza generazione.
È un’opera che non possiamo definire antològica, non essendo la raccolta di passi dei migliori autori di un determinato periodo storico della letteratura condotta per usi didattici, secondo un criterio estètico, e nemmeno chiamarlo catàlogo, perché non è un elenco ordinato e sistematico di una serie di autori compilato per fini di consultazione o di ricerca, come potrebbe essere il catàlogo di una biblioteca o di una mostra d’arte, o come si intendeva nella poesia greca, una lista, un elenco illustrativo di una serie di cose o di personaggi (esempi sono Il Catalogo delle navi nell’Iliade e Il Catalogo di Esiodo). C’è chi l’ha definito un regesto, come si usava nel Medioevo, ma in verità il regesto era un registro in cui si ricopiavano i documenti e gli atti di un’abbazia o di un pubblico ufficio, in ordine cronològico, con riassunti più o meno ampi.
Credo, invece, che la definizione esatta sia quella che l’autore stesso ha dato: Repertorio storico tematico, nel significato più clàssico, come “raccolta” di reperti, trovati durante una ricerca tematica di cui dare notizia. Un repertorio, che raccoglie un secolo di dibattiti accadèmici e di attività culturale fiorentina, secondo un ordine non tanto cronològico quanto più secondo i diversi argomenti propri di ogni gènere letterario.
Ma per comprendere a fondo un tal lavoro di sintesi, frutto di un enorme e meticoloso lavoro d’anàlisi bisognerebbe conoscere prima la poliedrica personalità di Franco Manescalchi, compito alquanto arduo, perché la sua attività culturale spazia nelle diverse branche delle espressioni letterarie e dell’arte. Franco Manescalchi è senza dubbio una delle espressioni più significative della cultura italiana e la più importante della seconda metà del sècolo XX della cultura fiorentina.
Il suo curriculum letterario inizia sin dalla sua giovane età con la pubblicazione del suo primo libro Città e relazione del 1960, raccolta di poesie scritte qualche anno prima, che già dal titolo ci fa capire quanto sia stato sofferto il suo sradicamento dalla campagna dalla quale proveniva, e nello stesso tempo della sua “relazione” con la città di Firenze, per la quale nutriva un profondo amore, ispiratogli dal padre, che gli faceva conoscere nei giorni in cui non poteva andare a lavorare la terra. “Il mio amore per Firenze e la sua cultura è indissolubilmente legato alla figura di mio padre” sono sue parole rivelatrici. Al padre era legato da un affetto che sopravanzava l’affetto filiale, colmato da un profondo senso di riconoscenza per quanto gli faceva scoprire, di cui faceva tesoro per sua naturale predisposizione all’arte e alla poesia. E col padre tiene un colloquio costante nel corso di tutta la sua opera. E ritroviamo la sua memoria da Le scapitorne a In un canto, con accenti di devozione e ammirazione (e mio padre vestito liso e intero, dove vuol mettere in risalto l’integrità morale del padre che riveste di grande umanità la sua condizione sociale). Sebbene la sua prima presenza letteraria risenta della lezione crepuscolare d’un Gozzano, e in seguito si vada man mano riallacciando a la scuola ermetica del trinomio Montale, Quasimodo, Luzi, essa è di una fresca spontaneità tutta giovanile e ricca di preziose metàfore delle quali cogliamo alcune primizie:
…foglie approdano / nei denti delle scale… Per assalti di luce il sole abbagliai l’oriente… Qualche segno di vento è nel pioppeto / Un giorno du-bitoso s’avventura… la città scintilla / a filo d’orizzonte…verso un nodo di rondiini. Il silenzio / infuria…
e immagini bucoliche che sa rappresentare soltanto chi ne ha una raffinata conoscenza.
Il paesaggio, l’ambiente agreste e le scene di vita quotidiana cittadina saranno temi dominanti che lo accompagneranno per tutta la sua vicenda artistica, anche nelle successive opere poetiche, a partire da L’età forte fino ad Aria di confine, nelle quali possiamo gustare la visione macchiaiola dei paesi con descrizioni come queste:
“Qui ha un senso la vite / con i nerbi di ruggine, / il nero logorato dei vecchi / che sanno le piste dei campi / i varchi nel filo spinato.” Oppure “vecchie / intrecciano cappelli di paglia / nell’arco di portoni secolari / e uomini percuotono con lunghe / pertiche i rami dei noccioli / per macchie in file e nuclei che si diramano / in altre terre risalendo oblique; / fra le pannocchie e i pomodori a grappoli / appesi a travi su fascine ritte. / Le galline risalgono ai pollai / ferendo calce rotta, s’ è serrato / di nembi il cielo ed una vecchia torna / nella cucina a suscitare fuochi.” Infine: “La sera è qui, tumultua alle imposte / e rauca un’auto-propaganda stride / sulla strada in subbuglio, alla bottega / s’affaccia il legnaiolo e martella / chiacchiere fra un bicchiere e l’altro, mentre / il bottegaio con la scopa in pugno / abbatte la saracinesca.”
Infatti, la visita alla “Casa di Dante”, accompagnato dal padre, è il suo primo ricordo del suo incontro con l’arte, ma non riguarda la poesia, bensì una mostra di pittura di postmacchiaioli, come ci documenta il poeta stesso nella sua poesia E Macchiaioli della raccolta Le scapitorne.
L’atteggiamento di Manescalchi rispetto al paesaggio, però, non ha nulla a che vedere con la visione di uno Slataper, ad esempio, il quale coglie il senso primitivo o addirittura negromantico di stupore, tipico dei pòpoli scandinavi e slavi, come di fronte ad un incantèsimo o ad un prodigio, né l’esplosione pànica d’un D’Annunzio, e tanto meno aveva una visione spirituale e religiosa della natura alla maniera del Papini, un po’ monacale e francescana nuda… povera, grigia, triste, chiusa, per Manescalchi il paesaggio, col suo senso pittòrico, rispecchia le variazioni emotive, gli stati d’ànimo del personaggio, e, nel suo caso, del poeta stesso.
La sua prima esperienza avuta nell’incontro con l’arte figurativa, ha maturato in lui l’idea “di far confluire in una sorta di unico laboratorio le due arti (poesia e pittura) “ – sono sue parole – che pur non essendo nuova gli diede la spinta ad organizzare, ai tempi di “Quartiere”, una mostra dal titolo “Autografi di scrittori illustrati da pittori e scultori” in collaborazione col proprietario del locale “l’Indiano” a “Le Cascine”. Questa prima esperienza ebbe un seguito in altre successive manifestazioni, sviluppando un’intensa attività di critico d’arte su diverse riviste specializzate, per approdare, infine, negli incontri mensili organizzati da “Pianeta Poesia”, ancora ad oggi, per la sezione multimediale curata da Liliana Ugolini.
Franco Manescalchi ha percorso con la sua attività letteraria e culturale ad ampio raggio, tutta la seconda metà del sècolo XX della cultura fiorentina, e ne ha dato una notevole testimonianza col suo voluminoso lavoro di critica: “La città scritta”. Di esso hanno parlato autorevoli personalità nel mondo della cultura, tra le quali il noto Giorgio Luti, ex docente a l’Università di Firenze della Facoltà di Lettere e filosofia, recentemente scomparso, Giuseppe Panella, docente alla cattedra di Filosofia estetica della Scuola Normale Superiore di Pisa, con la sua dotta introduzione al libro.
Quella del critico militante è la seconda natura di Manescalchi, che andatosi formando dal primo debutto su la rivista letteraria Cynthia, di cui fu segretario di redazione, per passare alle pagine di Quartiere, quindi al Collettivo R e infine a Stazione di Posta, dei quali era anche componente del comitato di redazione, ha portato alla ribalta molti artisti, scrittori e poeti, facendoli conoscere al pùbblico toscano. Molti sono stati i suoi interventi e memorabili le sue battaglie con Pasolini sulla questione della ricerca d’un linguaggio sperimentale più consono ad approfondire le tematiche del neorealismo. Ma il neorealismo di Pasolini era teso ad indagare il mondo personalissimo e, grazie a Dio, molto circoscritto del “diverso”, rispetto alle problematiche dominanti nella società d’allora, riguardo ai rapporti affettivi e ai rapporti con gli altri. La consapevolezza della sua condizione umana è stata per Pasolini un grande dramma sfociato poi nella sua tràgica fine, e comprensibile è la pietà che hanno mostrato coloro che gli furono vicini nel lavoro, ma ciò non giustifica il consenso attribuito alla sua produzione letteraria, che raramente e spo-radicamente è giunta all’arte, da una critica troppo accondiscendente. Il suo lavoro è stato soprattutto un lavoro di denuncia, di protesta, di provocazione e di “scàndalo intellettuale”, ma mai è riuscito a risolversi in òpera d’arte. Oltre a tutto la sua sedicente poesia è in realtà prosa, esposta con uno stile piatto e afono, confuso e incerto.
I suoi scritti polèmici erano destinati a suscitare reazioni violente anche perché riflettevano in modo trasparente le personali vicende, da cui cercava di trarre una sorta di morale irrazionale che giustificasse i suoi comportamenti, ma che al mondo reale che lo circondava sembrava sconcertante. Non si deve scambiare quindi la debolezza di caràttere per un autentico travaglio interiore che assilla l’artista nell’atto di creare una vera òpera d’arte. Le sue poesie scritte “su commissione” e i suoi “comunicati all’Ansa” che costituiscono il fulcro del libro Trasumanar e organizzar, sono manifesti politici, “ordigni (anche esplosivi)”, ma nulla di più.
Tuttavia Manescalchi, parlando di Pasolini, vuol sottolineare cosa differenzia le prese di posizìone su “Officina” di Pasolini, dalla più chiara visione del rapporto poesia e società propugnata da “Quartiere”, con queste parole: “Bisogna poi aggiungere che, per noi, società e lotta, storia interna d’un popolo e presa di coscienza politica, passano attraverso uno sviluppo complessivo e non a una provocazione intellettuale, propria invece di minoranze… e che un discorso giornalistico sociologico ha tutti i presupposti per improntare un’indagine sulle minoranze, ma non così un discorso critico che voglia giungere alla verifica del poièin.”
Ne La città scritta Manescalchi passa in rassegna tutto il ‘900 fiorentino, analizzando l’attività culturale e creativa delle maggiori personalità, da Anna Banti a Carlo Betocchi, da Piero Bigongiari a Romano Bilenchi, da Alfonso Gatto a Gino Gerola, da Nicola Lisi a Mario Luzi, da Alessandro Parronchi a Leonetto Leoni, da Aldo Palazzeschi a Vasco Pratolini, da Mario Tobino a Giuseppe Zagarrio, e a le quali appartiene lo stesso Manescalchi, che hanno alimentato i dibattiti sulle varie espressioni artistiche, in un affresco di grande intensità. Poeti e scrittori la cui notorietà ha varcato, non soltanto i confini della regione, ma anche quelli nazionali, ed hanno influenzato e innovato tutte le tendenze delle poetiche e della sperimentazione, tessendo i legami con i protagonisti del ‘900, a partire da Saba, Montale e Quasimodo per giungere al Cardarelli, Sinisgalli, Pavese e Scotellaro. Eppure c’è chi ha affermato “che tutta la poesia toscana, da quella post ermetica a quella sperimentalista, rimane comunque frutto di serra letteraria”, e tra i tanti cita Paolo Ruffilli, mentre la stagione di Quartiere già gettava le basi dello “sperimentalismo dialettico”, e Inisero Cremaschi dava forma ad una poetica onirica della fantascienza. La rivista Quartiere, sotto la guida di Zagarrio, di Gerola e di Manescalchi “ha saputo intessere collegamenti tra diverse aree generazionali”, cogliendo nel dinamismo degli avvenimenti stòrici la necessità d’un adeguamento culturale per realizzare una società diversa universalmente più omogenea. All’epoca di Quartiere fa seguito quella di Collettivo R, che Manescalchi ha diretto con la collaborazione di Luca Rosi e Ubaldo Bardi.
L’impostazione programmatica politico-culturale della rivista era già definita nella sua titolatura. R, infatti, significava vuoi “Resistenza” della generazione che si è contrapposta al fascismo in nome dei nuovi ideali di libertà e democrazia, vuoi “Rivoluzione culturale” degli intellettuali usciti dalle lotte studentesche del ‘68, e il Collettivo R è nato nel 1970, vuoi “Rinnovamento” di una cultura più consapevole della nuova realtà politica, vuoi “Ricerca” di un’arte più adeguata alle nuove prospettive culturali, recuperando la lezione del Politecnico che si andava innestando ai fermenti del Movimento studentesco. Intanto la sua vivace attività culturale si estendeva dalla preparazione e la cura di svariate monografie sulla letteratura del Novecento, a la cura di numerose antologie di poesia, e a libri di folclorismo e di vernacolo fiorentino e toscano, con i volumi Poeti della Toscana, Poesia e Religione, Nostos, Toscana Folk, Paesia, Fiorentinacci, ecc., rivissuti come un ritorno alla campagna, alla vita del borgo, nell’intento di recuperare la cultura contadina col suo dialetto e le sue colorite metàfore. In questo senso Manescalchi approfondì lo studio di quel mondo attraverso un’analisi della parlata e dei costumi. La sua attività letteraria si arricchisce di molte altre iniziative, tra cui anche la direzione di una “Scuola di scrittura”. A Firenze fu tra i primi sostenitori e istitutori dei Doposcuola di quartiere, sull’onda emotiva della scuola di Barbiana. Fa seguito a questa esperienza, negli Anni Settanta, la promozione di corsi di scrittura creativa presso le scuole.
Contemporaneamente collabora regolarmente a le pàgine culturali de L’Unità, Paese Sera ecc. e dei periodici Il Ponte, Punto d’incontro, Stazione di Posta ecc. È membro del Consiglio Nazionale del Sindacato Scrittori e segretario del Sindacato Scrittori della Toscana. Dal 1987 è docente di scrittura creativa all’Università del Tempo Disponibile, e dal 1995 è direttore editoriale della Casa Editrice Polistampa di Firenze, per la quale è responsabile di alcune collane letterarie e di periodici.
Il decennio ‘70 -‘80 con una crisi econòmica mondiale in atto a causa dell’aumento del costo del petrolio e il ritorno alla ribalta dei problemi econòmici, ha avuto inizio un periodo di crisi culturale e di disorientamento ideològico e politico, con la conseguente caduta dell’utopia dei movimenti studenteschi e lo scemare dell’entusiasmo aperto a nuove speranze di cambiamento, dando così inizio ad un periodo di riflessione e di ricerca d’un nuovo orientamento. La politica, nel frattempo, ha restaurato l’òrdine e ristabilito lo status quo. E la poesia si è chiusa in un’operazione di ricerca personale “strutturalmente perfezionista, più artigianale che artistica, più giustificata da tematiche esterne che da queste profondamente motivata”, come afferma lo stesso Manescalchi, e “i giovani propongono un assaporamento di esperienze e linguaggi che denotano un personale spaesamento”. Mentre, secondo il Nostro critico e poeta, la poesia doveva continuare a percorrere la strada della ricerca sperimentale ideologico-linguistica con l’intento di poter dare una dimensione più umana ai rapporti sociali.
Firenze è una città immersa in un’atmosfera religiosa e sacra per la sua grande tradizione umanistica, atmosfera nella quale anche i grandi poeti hanno respirato l’aria ascetica e spiritualissima, e anche Manescalchi non poteva non subire le suggestioni di questo mondo, partecipando al movimento dell’Isolotto, con la stesura e la firma della lettera aperta all’arcivescovo di Firenze Florit, e la redazione delle pàgine di religione inserite nel sussidiario Scuola insieme pubblicato da De Agostini, in un percorso di studio dello spiritualismo e della religiosità di poeti come Ungaretti, Betocchi, Quasimodo, Luzi, Rebora e Turoldo, che è sfociato nell‘Antologia Poesia e religione.
Manca nella pur ampia visitazione del Novecento effettuata da Manescalchi nel suo imponente libro La città scritta, della quale abbiamo riferito innanzi, un capitolo dedicato alla poesia èpico-eroica neomitològica, ma ciò è comprensibile, perchè il poema èpico eroico ha avuto la sua prima apparizione nella seconda metà dell’ultimo decennio del millennio scorso, e la rassegna critica del Manescalchi termina all’inizio del 1990.
Contemporaneamente alla sua attività di critico progrediva la sua produzione creativa e già nel 1962 col suo secondo volume di poesie L’età forte, ottiene un notevole consenso di pùbblico e di critici, tra i quali ricordiamo Giuseppe Rosato che sul numero 5 di “Dimensioni” sottolinea come il nostro poeta abbia “una visione ancor quasi georgica della realtà sempre tuttavia nella chiara consapevolezza di quale sia il punto di rottura, ossia il limite della contemplazione e 1’inizio della denuncia e della protesta. Protesta, aggiungiamo, tanto più valida quanto più contraddistinta da una compostezza che ci pare il segno dell’appassionato dolore, alla cui espressione giovano il ritmo serrato della verseggiatura, la fedeltà quasi assoluta all’endecasillabo, la sospensione drammatica di certe chiuse”. E Gino Gerola, nell’introduzione al libro, osserva che “il punto d’inserimento nella storia per l’autore nasce da questo mondo che egli scopre, studia e soffre ex imo con partecipazione piena e affettuosa”, mentre Alberto Frattini aggiunge “già nella seconda raccolta si afferma quella tendenza a un linguaggio di confessione e di testimonianza”.
A L’età forte fa seguito La macchina da oro, del 1964, una raccolta che segna un punto di rottura col passato e che ha destato non poche reazioni contraddittorie della critica, per le innovazioni stilistiche e temàtiche proposte dal testo. Commenti favorevoli sono quelli di Bortolo Pento, che gli riconosce “una personalità umana e poetica un dono di fantasia alacre e snodata, un’emotività lucida ed emette alcune volte suoni e clausole di satira che paiono riecheggiare il maggior nostro poeta satirico in lingua dell’Ottocento, il toscano Giusti”. Mentre Emilio Isgrò evidenzia l’aspetto ironico, Gianni Toti in Paese sera rileva una crescita globale nello stile e nei contenuti.
Ma la vera svolta si ha col volume Il paese reale, del quale si è interessato Pier Paolo Pasolini su Nuovi Argomenti, e Giancarlo Ferretti su L‘Unità. Giorgio Fontanelli, sul Telegrafo, mette in evidenza il rapporto che questo libretto instaura tra ideologia e poesia.
Gino Nogara sull‘Avvenire sottolinea che “La sua testimonianza si appoggia a due componenti portanti: l’evocazione del paesaggio naturale e urbano, di un elegiaco contrasto, e il sentimento amoroso…Coscienza e responsabilità regolano il discorso, sostanzialmente politico, in questa tramatura di affetti e di interessi interiori…” Alberto Frattini, invece, parla di poesia “di tipo resitenziale, sviluppando della poesia l’idea di resistenza come condizione ad essa naturale, necessaria”, e Giuliano Manacorda afferma di non aver letto da tempo, riferendosi a Il paese reale, una più ricca e convinta testimonianza del nostro essere oggi, che si risolve, senza inutili grida, ostentazioni e abbracciamenti, in una drammatica pagina di poesia. Ed altri critici noti a livello nazionale si sono pronunciati sul detto volume di poesie in tèrmini lusinghieri, e tra essi ricordiamo Gualtiero Amici, Giuseppe Zagarrio, Franco Fortini e Giorgio Bàrberi Squarotti.
Dopo un breve periodo di silenzio Franco Manescalchi ritorna sulla scena letteraria con un nuovo libro: La nostra parte, è una nuova rivelazione, ed è un libro che fa da ponte tra l’òpera giovanile e quella più matura dal punto di vista stilistico e del sentimento. Nasce dalle ceneri d’un periodo di crisi internazionale. Lo svanire delle nuove speranze dei movimenti studenteschi, la guerra interminàbile e logorante del Vietnam che si è consumata in una grande tragedia, la crisi energètica mondiale, hanno dato luogo ad uno stato di disagio e di disorientamento che il nostro poeta per la sua sensibilità ha avvertito e tradotto nella sua poesia. Cosciente di vivere in un mondo inquieto e spiritualmente travagliato, Manescalchi tuttavia reagisce denunciando le ingiustizie, e risponde agli interrogativi che i nuovi tempi pongono a la società con lirica tensione.
Dal punto di vista formale è l’epoca delle tesi di Praga, e il nostro poeta, sensibile alle nuove idee e alle nuove scuole, non si esime dal dare il suo contributo al rinnovamento attraverso l’anàlisi dei tempi riscattandoli in uno slancio attivo di liberazione intellettuale. Molte sono state anche questa volta le voci favorevoli al suo libro, tra le quali ricordiamo Stefano Lanuzza, Ugo Reale, che su “L’Avanti” del 20 febbraio 1977, afferma: “Franco Manescalchi concilia le ragioni della poesia e dell’ideologia, l’io e il noi, il poeta ed il collettivo…Prevale qui l’interesse per le esperienze da comunicare o da discutere; i fatti della contestazione, le delusioni, il nuovo progetto, le ricerche socio-urbanistiche, in carceri, caserme, manicomi, scuole”, Francesco Muzzioli su “L’Unità”, e Antonio Basile, su Prospetti nota: “Il fare poesia di Manescalchi si avvicina alla poetica di certa poesia russa del nostro secolo, in modo particolare ricorda Bloch con i suoi ricorrenti appelli alla “massa barbarica” portatrice di nuovi valori”.
Con Il delta degli anni si chiude la trilogia che ha avuto inizio col Paese reale. Il fiume della vita ha raggiunto acque più calme, non più la turbolenza e l’impeto delle sorgive, delle rapide e delle cascate, ma pendii più dolci, vedute più distese, spazi più ampi.
Le tumultuose ribellioni alle ingiustizie di questo mondo e le intemperanze della gioventù si sono andati stemperando in una visione della vita più serena, più pacata, più consapevole; Manescalchi ha compreso che la poesia non può cambiare la realtà dell’evoluzione stòrica, ma può dare stimoli di riflessione che agiscono nei comportamenti nel corso dei tempi, a volte sècoli, e soprattutto può lenire il dolore e la sofferenza, compartecipando con la rappresentazione e l’anàlisi delle ragioni del dolore stesso. La poesia può essere conforto alla fantasia e sollievo alle pene e diletto dell’ànima. La maturità degli anni, inoltre, come il delta si espande in tutti i rami della conoscenza, allarga il suo campo d’azione e lascia un solco più profondo sul corpo del mondo. Tra il 1982 e il 1991 Manescalchi dà alle stampe Le scapitorne e Aria di confine. Il primo dei due volumi è un ritorno al passato, una rivisitazione dei luoghi della memoria, ma non è un viaggio nostàlgico o un desiderio d’evasione da l’inesoràbile realtà del tempo, dopo Il delta degli anni è il passaggio obbligato. Una pausa e un nuovo inizio nella lingua originaria degli avi, il vernacolo fiorentino, per ripercorrere il passato riesaminandolo in un’òttica diversa attraverso una lente d’ingrandimento che non si lascia sfuggire i minimi particolari, e quella lente è l’esperienza, che ha affinato la sensibilità e la coscienza. Anche Aria di confine rientra nella nuova visione delle cose, un viaggio in una terra lontana, un viaggio nel tempo tra passato, presente e “Un futuro antichissimo”.
La neve di maggio, infine, è il riepilogo d’un’esistenza, che raccoglie tre stagioni della vita d’un poeta: la trilogia delle poesie giovanili, Città e relazione, L’età forte, La macchina da oro; la seconda fase costituita da la trilogia Il paese reale, La nostra parte, Il delta degli anni, riguarda la maturità del poeta, la terza fase a cui fan parte Le scapitorne, Aria di confine, La casa delle comete, fatta eccezione per Le scapitorne, in cui predomina il tono irònico e nostàlgico, le altre raccolte sono pervase da un’amara considerazione del mondo che trova il suo lenimento nel rifugio della poesia e nel ricordo del passato (a vent’anni ricordo era la vita / uno spazio virente e sconfinato). Anche l’ideale socialista con la sua rosa senza stelo s’è infranto, e ritornano a rivivere nel verso scritto gli amici poeti e pittori scomparsi. E questa pena nostalgica…un brivido di lacrima reprime, nell’eco di questa mùsica accorata la voce si spegne nel rimpianto d’un passato pieno di entusiasmo e di lotta per un mondo migliore, ma che appare ora al poeta non molto cambiato. Nella Casa delle Comete vi sono parole ricorrenti che descrivono con ossessione tutto un mondo interiore di rassegnazione: nostalgia, malinconia, tristezza coltivata, dolorosa meraviglia / ch’è delle cose nate per morire, la bellezza antichissima del nulla, nel tutto che di nulla si consola, ecc. E così il poeta riflette sul suo futuro:

non so dire compagni quale neve
scenderà su di me / se quella eterna
che impone l’ombra ed il silenzio oppure
quella fresca e infantile che rinnova
il gesto della nascita di certo
sarà spento lo specchio che riflette
nel suo cerchio le cose e brillerà
soltanto in un germoglio…

diversamente lègge queste righe
per questo vano gesto prometeico
quando sempre più freddo è il focolare

sono un albero carico di neve
che molto presto si discioglierà
sino all’ultima foglia per tornare

da quest’inverno senza più parole
nel nido dell’assenza dell’essenza
ai confini del bene
questo spero

In quest’ùltima raccolta, nella quale incombe il senso della morte, pervasa da un pessimismo ed una rassegnazione quasi leopardiana, ricorre spesso la memoria del padre, che ricorda da un altro universo i temporali di Sant’Anna a fine luglio, oppure che lo guida leggendo certezze leggere / nel varco del tempo, o che gli racconta dell’òrigine del suo nome, ovvero lo ricorda come un fanciullo che porta con sè qualche scoria / divina ed un povero amore, o ancora quando gli chiede di quelle ferite / strane sulla fronte. E infine, nella poesia Filo d’avena, confessa che più che padre gli è stato fratello, e Per questo sei stato il mio modello. Anche il ricordo della madre ricorre spesso in quest’ùltima raccolta, la madre, piccola che vede / le stelle frastornare le colline. La casa delle Comete è senza alcun dubbio il libro delle sue poesie più mature, più sofferte, nelle quali esprime meglio il suo sentimento più partecipe alla vita e nelle quali l’espressione poetica ha raggiunto una più raffinata tecnica espositiva.
Ed eccoci giunti al “repertorio storico-tematico” Poesia del Novecento in Toscana, 1’ultimo lavoro importante, per ora, perchè ci aspettiamo da Manescalchi altre òpere, di cui si parlava all’inizio di codesta visitazione. Il nostro autore, conosciuto in Italia e all’estero, che ha amicizie in tutta Europa, come egli stesso ci informa, si è trovato con una mole considerevole di òpere letterarie e soprattutto di poesia, per cui si è trovato nella condizione di prendere una decisione di come riordinare tutto questo materiale in modo orgànico e razionale, e in questo il Manescalchi è un maestro. Dovette restringere il campo di interesse, il materiale era troppo eterogeneo e geograficamente esteso. Incominciò col delimitare l’area geografica da circoscrivere nella sua anàlisi, e, ovviamente, per la sua formazione, le sue passioni, la sua ànima fiorentina, predilesse la Toscana.
Si tratta tuttavia ancora di molto materiale da esaminare, perchè il Novecento è stato un secolo che ha avuto una vasta produzione poetica, ricco di fermenti letterari, di scuole, accademie, correnti teoriche e sperimentali, e, anche da un punto di vista temporale, fa un ulteriore restringimento di campo e si limita all’esame del secondo Novecento. Il Manescalchi non ha voluto fare la solita antologia, di cui il sècolo è pieno, di poeti prediletti dal curatore perché hanno la stessa sensibilità e lo stesso modo di vedere la realtà attuale, ma, cosa più difficile, ha tentato di individuare una visione del mondo che in qualche modo li accomunasse. Perfezionò il suo mètodo di ricerca esaminando cosa nella poesia, di questa seconda parte del sècolo, risultasse fùlcro di luoghi, tempi, modi, figure, relazioni, oltranze: insomma, quello che abbiamo definito un antico centro abitato ed abitabile; appunto, una città scritta.
Nella scelta dei poeti da includere nel Repertorio ha operato un ulteriore criterio di mètodo, prediligendo autori che abbiano espresso un caràttere e una personalità ùnica e innovativa sia dal punto di vista stilistico sia da quello creativo, non considerando a priori i famosi “famosi” e gli oscuri “oscuri”. Partendo dai capiscuola ha indicato le varie identità che hanno sviluppato un proprio personale percorso. Dimenticandosi, però, non so se volutamente, di due personaggi che hanno lasciato la loro impronta sul sècolo: Papini e Repaci. È un mètodo, voglio dire, nuovo di far critica, in cui è accentuata la sua voce di poeta, e si avverte la sua partecipazione appassionata agli eventi culturali di cui è stato protagonista, organizzatore, relatore e critico. Vi sono pàgine di una liricità coinvolgente in questo Repertorio, quando si abbandona all’onda dei ricordi che ci trasportano in quegli anni di dibattiti culturali entusiasmanti, a volte anche veementi, e li rivive con intensa partecipazione, un po’ velati da una bruma di nostalgia.
L’ùnica cosa che manca in questo Repertorio, è l’esame delle nuove avvisaglie d’una poesia a più largo respiro, una poesia che non si incentra più su l’individuo, ma spazia nell’anàlisi dei grandi avvenimenti epocali, una poesia che predilige il racconto della sofferenza e del risorgimento dei pòpoli anziché la poesia nata da anàlisi introspettive solipsistiche e di esasperato individualismo che hanno caratterizzato il Novecento, o quella opposta, che ha dato luogo a polèmiche di impegno civile, forse perchè il lavoro dei critici letterari e dell‘arte in gènere è rivolto al passato, essendo sempre stato inteso come lavoro stòrico. Non è esente da questo criterio nemmeno l’òpera del Manescalchi.

Manrico A. G. Mansueti

LA CITTÀ SCRITTA

Da Silarus n.247, settembre/ottobre 2006

Che esista un rapporto ineludibile tra la scrittura e i luoghi attesta il titolo di questa straordinaria rassegna della cultura della poesia del secondo Nove­cento a Firenze: La città scritta. Il sottotitolo da “Quartiere” alle “Giubbe Rosse” è una chiave di lettura e una indicazione di percorso. La storia della cultura di un secolo, attraverso le riviste del primo e del secondo Novecento, il fascino dei caffè letterari, testimoni del fare e del farsi cultura, di incontri, colloqui, mo­vimenti. Le figure più prestigiose della repubblica delle Lettere, personaggi dell’arte italiana ed europea del Novecento.
Alle “Giubbe Rosse” tra gli altri Landolfi, Loffredo, Malaparte, Montale, Parronchi, Thomas, Traverso, Campana, Luzi. Se si aggiunge che autore è Franco Manescalchi, testimone ed interprete, allievo e maestro, poeta e scrittore, instancabile animatore di cultura, protagonista di eventi, laboratori, seminari, rapporti umani e intellettuali in Firenze e da Firenze emerge l’im­portanza di un testo imprescindibile per delineare il quadro culturale non solo di Firenze e della Toscana, ma dell’intera penisola.
Ed è singolare come il percorso esistenziale di Manescalchi sia a un tem­po di arte e di vita. Genetico l’incontro con la poesia… “Mio padre amava il canto popolare…, mia madre era una memoria sterminata di canti, proverbi e modi di dire…”. Preside di una scuola frequentata da Manescalchi: Oreste Macrì. Memorabile il “carismatico” elogio del silenzio che segna profonda­mente l’allievo. Nell’incontro all’Università del ‘59, Macrì incoraggia l’allie­vo a coltivare il dono delle Muse. La conoscenza con Giuseppe Zagarrio… Il duplice binario della critica letteraria di poesia dalla rivista “Cinzia” a “Quar­tiere” e di pittura con gli scritti emblematici sul pittore Sirio Midollini.
Firenze, città di storia, di civiltà, di cultura. Soprattutto d’arte. Maestra di lingua. Di interferenza di linguaggi artistici: poesia-pittura-musica. Le arti sorelle. Alle “origini del canto”, la poesia popolare, non a caso “paesia”, poe­sia e antropologia, la poesia orale e sonora. Mostre di poeti-pittori: i maggiori poeti italiani dediti anche alla pittura e alla grafica: Fallacara e Franco Fortini, Alfonso Gatto, Ottone Rosai. Dino Campana nel “Taccuinetto fiorentino”: ad una poesia fare il quadro. Trasfigurazione analogica della realtà e trasposizio­ne del linguaggio figurativo in quello poetico, in una mutua interferenza tra parola-immagine-colore, in una successione di illuminazioni cromatiche.
I contatti con il sud. Il Premio Lentini attribuito per un “manipolo” di sonetti a Franco Manescalchi da una giuria presieduta da Giacomo De Bene­detti, tra gli altri, Giorgio Caproni. Il viaggio in Sicilia con la benedizione di Zagarrio. Il fascino dei luoghi, il carisma delle persone, la conoscenza di Scia­scia. “Mi sentii poeta come non mi era mai accaduto… in una terra che ritengo conservi l’aura mediterraneo orientale della vita e della conoscenza”.
Il percorso esistenziale ed estetico di Manescalchi chiaramente tracciato: gli Anni Cinquanta tra poesia e arte, tra maestri e protagonisti. La lezione di Cardarelli: “La speranza è nell’opera”. “Abbiamo imparato a essere uomini prima che letterati”.
Firenze, scenario alla poesia di Aldo Palazzeschi, dei suoi “buffi”, Euge­nio Montale e la “storia impossibile”, “Mito e fonè” in Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro “letto” da Firenze. Pasolini e la “Storia finita” attraverso il divario tra “Officina” e “Quartiere”. Accanto a testi ermetici “temperati al fuoco della storia”. “Il dolore” di Giuseppe Ungaretti; “Le Occasioni” e “La bufera” di Montale; “Primizie del deserto” e “Onore al vero” di Mario Luzi; “Ed è subito sera” di Quasimodo; “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini; com­paiono nel nome di Pavese “Lavorare stanca”, “La poesia del disamore”, “I dialoghi di Leucò”.
L’occhio sempre vigile ai creativi del sud che a Firenze o con Firenze hanno intessuto particolari rapporti. Il poeta, pittore, giornalista, saggista Al­fonso Gatto, salernitano, fondatore con Vasco Pratolini di “Campo di Marte”, narratori – poesi, cantastorie come Raffaele Nigro, lucano-pugliese, Gavino Ledda e “A Firenze: Mito e realtà nella storia di un pastore”.
Gli Anni Sessanta-Settanta, gli ottanta-novanta e le nuove generazioni. Esperienze significative del secondo Novecento da Mariella Bettarini a Li­liana Ugolini, che affiancano Manescalchi nell’impegno intellettuale che è a un tempo etico-civile. Scorrendo le pagine di “La città scritta”, un accosta­mento spontaneo con le antologie di “Poeti Siciliani del Secondo Novecento” (2003-2004 Bastogi Editore) e “Poeti siciliani nel Terzo Millennio” (Bastogi 2005) dello scrittore poeta siciliano Carmelo Aliberti. Non è un’associazione peregrina. Dal punto di vista storico-culturale, dalla “Scuola poetica siciliana” al “Dolce StilNovo” o viceversa, la storia continua…, anche se non è mai la stessa. Simile il criterio perseguito nel riunire le presenze più attive e poetica­mente valide, prescindendo dalle discriminazioni di scuole e correnti. Toscani o siciliani in senso lato, testimonianze umane, letterarie e culturali e non spe­rimentazioni linguistiche fini a se stesse.
Poeti del terzo millennio, alcuni esclusi dai circoli mediatici, pur nelle novità tematiche ed espressive, non sconfinano in istanze eversive né nelle strutture formali né nei contenuti.
Coro di voci diverse, tasselli di un variegato mosaico assemblati con col­ta partecipazione e straordinaria conoscenza, note del medesimo pentagram­ma come espressione-emozione tra sogno e realtà, tra dimensione onirica e simbolica, venata di malinconia e dimensione reale per l’urgere di problemi antichi e sempre nuovi che travagliano ed esaltano l’animo umano in ogni la­titudine. Per Franco Manescalchi, come per Carmelo Aliberti, (“La perdita del tempo”, Bastogi 2005), la poesia è strumento di conoscenza, di penetrazione dell’enigma della vita nel tentativo di uno svelamento. Ai limiti del civile. Non a caso Mario Luzi: Vola alta, parola, cresci in profondità / tocca nadir e zenith della tua significazione, giacché talvolta lo puoi… “La città scritta” per Calvino, Torino; per Pavese, Venezia; per Manescalchi, Firenze. “Non confondere mai la città col discorso che la descrive”, ammoniva Calvino. Eppure tra l’una e l’altra c’è un rapporto irrinunciabile. C’è di più. Il testo di Manescalchi è un libro autobiografico per interposta città. Firenze è il catalizzatore in cui tutti i frammenti di un io diviso confluiscono, e trovano senso e significato. La “città scritta”, lungo monologo autobiografico, confronto costante tra sogno e realtà che si alternano, fino a integrarsi…

Lorenza Rocco

LA CITTÀ SCRITTA

Da Il Grandevetro, n.181, agosto/settembre 2006

La città scritta. Da “Quartiere” alle “Giubbe Rosse” è un lavoro colossale, una vera enciclopedia della cultura – come recita il sottotitolo – della poesia del secondo Novecento a Firenze. Manescalchi, che di questa cultura e di questa città è stato ed è protagonista, seguendo il filo della memoria e sfogliando i suoi immensi schedari (riguardano circa 800 opere) arriva a fare una panoramica completa delle iniziative e degli autori, affollata come un quadro di Bosch. La parte iniziale è essenzialmente autobiografica e registra il nascere di una vocazione poetica e civile nel contesto del dopoguerra animato da speranze e grandi progetti. Gli incontri significativi sono soprattutto con gli artisti che in quel periodo operano a Firenze (far confluire “pittura e poesia in un unico laboratorio” è un suo progetto), ma il rendiconto si avvia con la lettura critica dei “poeti della formazione” e di “singolare consonanza”, dalla quaterna canonica del Novecento a Cardarelli, Sinisgalli, Pavese, Scotellaro, Pasolini, Luzi.
Poi, pian piano, il poeta lascia il posto al redattore di riviste, all’organizzatore di eventi e di laboratori, per cui l’opera si trasforma, a partire dagli anni ‘60, in un enciclopedico repertorio diviso in sezioni grosso modo per decenni e per tendenze. L’autore cerca in ogni caso le relazioni e le reazioni rispetto al contesto nazionale e internazionale, evidenziando che nel secondo Novecento la produzione letteraria a Firenze non è stata poi così marginale come convenzionalmente si crede, anzi è stata originale e di valore assoluto. In un lavoro di questa mole, oltre 500 pagine quasi 100 profili critici di autori, è inevitabile incorrere in qualche schematismo e in qualche imprecisione (sarebbe utile un indice dei nomi), ma il risultato è di straordinaria ricchezza. Certo, come diceva Fortini, dei poeti di un secolo – alla fine – si ricorderanno 3-4 nomi al massimo, quindi, poiché per il XX secolo i posti sembrano esauriti, tanti dovranno puntare coraggiosamente e senza illusioni sul nuovo millennio. Intanto registriamo questo repertorio, da cui non potrà prescindere chi vorrà conoscere il concreto fare cultura e poesia nella Firenze del secondo Novecento e il suo nesso con la realtà nazionale.

Giovanni Commare

“LA CITTÀ SCRITTA” DI FRANCO MANESCALCHI

Da Atti di Pianeta Poesia 2

Una affermazione di poetica di Vincenzo Cardarelli, “la speranza è nell’opera”, potrebbe essere la cifra interpretativa di questo panorama culturale, che non è una semplice mappa, ma una storia della cultura poetica a Firenze, di cui lo scrittore è anche attore, motore e critico militante, ma non partigiano, in quanto al poiein attribuisce sempre una dignità, appunto, storica nelle sue varie articolazioni, anche quando assume la responsabilità di un giudizio come quello su Pasolini, segnalando un divario di intenti fra la rivista fiorentina “Quartiere” (anni ‘50) e “Officina”, riaffermando la posizione di chi intende la coscienza politica come esperienza del reale e non provocazione lirica soggettiva.
Manescalchi crede infatti fortemente che l’arte abbia il compito di testimoniare una via praticabile per l’uomo, inteso aristotelicamente come animale sociale nel contesto della polis e della periferia, così da rendere l’ambiente più vivibile; cosa che diviene sempre più difficile avvicinandosi al presente per l’incalzare della mercificazione e del consumismo, così da provocare in alcuni poeti un ripiegamento o una tensione metafisica (parte V), o meglio spirituale; perché in Manescalchi è sempre presente quella “attualità” di Cardarelli, per cui l’azione poetica è vita; quindi il compito post-ermetico di ricostruire un linguaggio che tragga via via la sua forza dall’humus sociale non si ferma, ma procede e si articola in molteplici direzioni, accompagnato dalla ricerca costruttiva del critico.
Infatti il problema era quello di passare dalla parola aulica ad un linguaggio storico ed insieme colloquiale, che rispondesse ad una istanza comunicativa. Nello spirito di una miscellanea l’autore passa con agilità dal dato biografico (connotate di una splendida nostalgia le pagine e i ritratti familiari – “Io, intanto, rimanevo fedele a due costanti: la terra e la parola” pag.21 – le incursioni giovanili nella poesia, che è tutt’uno con l’impegno civile) alla critica più sottile (l’analisi sui fonemi e sui sintagmi di una peculiare scrittura segue sempre la prospettiva storica), alla descrizione dell’ambiente urbano, dei sobborghi e della campagna, la poesia umana e culturale, che è anche radicamento e motivazione di scelte politiche.In questo senso per me l’impegno di Manescalchi appartiene alla politica nel senso più alto di apertura al nuovo proprio partendo dalla conoscenza profonda della propria identità.
Il programma dell’autore prevede altri due volumi , che trattino antologicamente i vari poeti, e le riviste per rendere in maniera quasi ciclica il senso di un viaggio nella cultura viva; un viaggio vivacemente documentato, anche polemico, per es. sulla marginalizzazione della cultura fiorentina (anni ‘80) rispetto alla egemonia del triangolo industriale milanese; come per il festival della poesia in piazza Signoria, a cui si reagì con varie iniziative, come “Stazione di Posta” da cui riprende un viaggio che prende le mosse proprio dai caffè, storicamente esemplare “Le Giubbe Rosse”, di nuovo, sotto la guida di Smalzi, luogo di circolazione di idee e di poesia.
La struttura del libro è solidamente articolata in una prospettiva cronologico- storicistica, ma non è una storia classica della letteratura, né si può definire propriamente regionale: Firenze e la Toscana vengono sentite come il luogo e l’angolazione per un trascorrere di esperienze che sono di tutta la cultura italiana; fin dal quadro iniziale su poeti e pittori (De Witt, Midollini, Farulli ed altri) che si avvale degli strumenti critici delle arti figurative, senza però usarne la parola criptica, ma talvolta con una affabulazione amorosa per la città e la sua periferia. La città così viene a ricuperare un suo ruolo di centralità nell’incrocio culturale fra nord e sud, e c’è d’altra parte la continuità con la denuncia pasoliniana dell’abbandono della fedeltà storico –linguistica alle proprie origini anche dialettali, su un piano però non mitico: evitare la maniera, sia di un umanesimo aristocraticamente schivo del parlare quotidiano, sia del dilettantismo provinciale, per muoversi verso “un’unica lingua di cultura” nella scrittura concreta, nel linguaggio delle varie “isole dialettali”(“Appunti sulla poesia italiana all’inizio degli anni ‘80” pag.250).
Inoltre ci sono i poeti “protagonisti”, anche non fiorentini, come Giudici, Sereni, Caproni, e,soprattutto Montale, col suo coraggioso azzeramento dei miti tecnologici e la sua ricerca linguistica, che viene ricollegato, proprio nello sforzo di creare una nuova “koiné”, a Rocco Scotellaro, a sua volta legato, attraverso i fili della poesia dialettale e popolare, a Pasolini; e Fortini, il cui primo pregio consiste “nell’aver distinto il suo destino di poeta da quello degli ermetici” (pag.268) e nell’aver posto il rapporto poesia-storia.
Si potrebbe perdere il filo se Manescalchi non avesse già tutto in mente il suo progetto, il “laboratorio” in cui inserire le varie sperimentazioni e esperienze culturali che creano a loro volta un “nuovo laboratorio” di interazione fra poesia colta e popolare, scritta ed orale. L’indice è il primo attestato di questa chiarezza per cui ogni parola, fin dai titoli premessi alle varie sezioni, spesso non accademici, ma realisticamente inventivi, non è il significante che dimostra una prestidigitazione verbale, ma risponde ad un significato già pregnante (“Oltre la megalopoli per una civiltà policentrica”; “Un fragoroso pugno sul tavolo: Stazione di Posta”) sviluppato poi nella trattazione e motivato attraverso molteplici collegamenti, come tante strade che però vengono sempre ricondotte al centro. Abbiamo così la possibilità di farne un libro di consultazione, in cui attingere notizie sui decenni dal ‘50 al ‘90, scanditi dai vari “nostoi” del critico militante, che ha fatto un tenace lavoro preparato una vita, ma poi ci viene la curiosità di risalire la corrente, ci sentiamo pronti ad un successivo collegamento, quasi in un “Orlando furioso” della critica, che trae il suo fascino dalla armonia dell’insieme.
In questa miscellanea ha la sua giusta parte l’attività delle poetesse ed operatrici culturali, fra le quali compare più volte come una presenza forte Mariella Bettarini, non imitabile nella scrittura, ma motore di esperienze di illuminazione profetica, compagna di viaggio, come Zagarrio, in questo sillogismo “Poesia-non poesia=poesia” pag.303. Inoltre le scrittrici del post-femminismo che fanno della scrittura una forma di liberazione e di identità”, pag.238, che è anche una liberazione e un ritorno alla madre, motivo che è stato messo anche recentemente in evidenza dalle “voci per un autodizionario” di Ernestina Pellegrini.
C’è poi tutto un discorso in farsi, che ha la sua prima punta nel discorso sulla editoria e la polemica che si sviluppa, dall’“Officina” a “Ciclostile” a “Ottovolante” sul potere editoriale dominante, soprattutto negli anni ‘70; credo che qui Manescalchi privilegi il metodo dell’intervento attivo e della valorizzazione delle varie voci, scritte ed orali, attraverso il laboratorio, il rilievo dato alla piccola editoria, l’attenzione a tutto un mondo underground, che esprime una esigenza di partecipazione politica assai più della tanto logorata e mercificata cultura ufficiale.
Particolare attenzione è dedicata alla poesia orale, che si fonda su la cultura antropologica. M. non cade mai nella “mistica del lavoro” o nell’equivoco di Lucacs di identificare poesia con impegno: non ci può essere poesia che non sia impegnata se è legata alla verità dello scrittore. D’altronde la poesia orale e in dialetto viene ripresa su due versanti, quello di un genere letterario che si radica nella tradizione e quella popolare, intrisa di nostalgia, ma anche feconda per un presente spesso disumanizzato.
Molto significativo per la fiorentinità dell’individuo – poeta Manescalchi è il capitolo sugli anni ‘80, in cui appunto è intrisa di lirismo la sua lettura di Firenze “una città che vuole essere letta” (pag. 308), da restituire all’uomo, secondo un piano neo-umanistico calato nel popolo e nel contado, che è stato anche il programma di una architettura che ha come fine l’uomo, quale la voleva Michelucci. Non per niente vi ritornano il padre che passeggia attraverso piazza S. Marco e piazza Vittorio, fino al mercato centrale; la madre, portatrice della cultura della tradizione popolare; l’itinerario dei caffè (“Campana ritorna alle Giubbe Rosse”) e delle gallerie, sempre richiamato ad una memoria che darebbe ad un eventuale turista che volesse prendere come guida ideale questo libro, il senso della città di Bargellini, della critica di Berenson, del paesaggio di Rosai. Si può immaginare quale fisica sofferenza, quasi un precoce ‘invecchiamento’ provochi in un poeta – critico vissuto dei sapori, dei colori, dell’aria della sua città, il degrado attuale, ben testimoniato dalle prose liriche finali di “Appunti e disappunti”. Eppure l’autore, fedele alla sua Musa, continua il suo lavoro, di offrire occasioni, di dare testimonianza.
Per questo si apre al multimediale, al teatro di poesia, a tutte le modalità aperte di scrittura, che non sono una novità per chi ha analizzato il Futurismo e le varie Avanguardie, ma devono essere seguite in armonia con la realtà sociale ed accolte senza il tradizionale scetticismo. Da Massimo Mori a Liliana Ugolini a Gianni Broi questi autori realizzano una volontà di fusione fra le varie espressioni artistiche che ha caratterizzato le poetiche del Decadentismo fin dai suoi inizi, e ricollegano Firenze con spazi internazionali come Parigi.
E sempre Manescalchi è fedele osservatore ed organizzatore della poesia dei giovani, dei loro idioletti, del post-moderno e della sua crisi, nella sempre nuova ricostruzione di un discorso. Non tutta questa “creatività diffusa”, afferma il critico accorto, è arte, ma è comunque una risposta alla emarginazione dell’uomo, perché nella nostra realtà è inutile cercare una definizione di poesia, tanto meno pura; ma, si continua a ribadire, la poesia è un’arte fatta di parole, che ha il suo centro nell’“anima” e non tollera improvvisazioni.
Ho cercato di tracciare alcune di queste linee che potrebbero ognuna essere sviluppate in saggi diversi, autobiografici, di ambiente, di critica artistica, di una analisi poetica che tiene conto di tutti gli strumenti critici – storicismo, strutturalismo, psicanalisi – senza subordinarsi a nessuno, con la sobrietà della cultura usata senza ostentarla, tenendo sempre presente un ambiente sociale che si modifica col tempo e richiede un impegno diverso di comprensione.
Da questa complessità senza un assunto preconfezionato, ma in una prospettiva mentale aperta, riconosciamo che il libro è l’uomo: la persona e il personaggio coincidono.

Alma Borgini

FRANCO MANESCALCHI E LA POESIA DEL SECONDO NOVECENTO

Da Paideia, n.27, Tipografia Pontone, Cassino, 2006

Che gran bel libro ha voluto regalarci Franco Manescalchi! Una miniera inesauribile di testimonianze, idee, suggestioni, memorie, riflessioni, giudizi, verità che fanno di questa ponderosa impresa editoriale non solo la “storia” di una Città (Firenze) e di un protagonista assoluto (Manescalchi), ma la storia della cultura italiana e, direi, europea, dell’ultimo mezzo secolo.
L’intervento introduttivo di Giuseppe Panella riprende una vecchia intervista di Ingeborg Bachmann, rilasciata alla radio tedesca nel marzo 1956: il linguaggio può essere paragonato ad una città, nella quale, accanto al centro storico, ci sono quartieri più recenti, pompe di benzina, svincoli, periferie ed altro. Concetti espressi, sempre dalla Bachmann, in un saggio del 1954 dedicato a Ludwig Wittgenstein: “Il linguaggio stesso è una città, – affermò la Poetessa – eppure fuori di esso crescono nuove parole e le poesie antiche sono fatte di un materiale di parole antico, mentre le nuove poesie di vecchio e di nuovo, direi. Alcune soltanto di materiale nuovo.”
“Il metodo critico di Manescalchi – spiega Panella – trova nel linguaggio il suo punto di resistenza e la sua dimensione di necessità, perché, in fondo, una verifica e una redazione di mappe (letterarie e artistiche) come quella da lui effettuata nascono sempre da una necessità vissuta ed esperita di conoscenza e di individuazione di punti fermi storici e linguistici.”
La viscerale attenzione di Manescalchi per la vita della polis deriva anche dalla sua concezione aristotelica dell’uomo, da intendere come animale sociale e politico. Di qui la sua riflessione costante intorno alle vicende storiche e culturali dell’“antico centro”, che pertanto non sarà mai un “bastione o fortilizio” – prosegue Panella – ma una “città aperta”.
Panella definisce le due fondamentali linee di tendenza, presenti sempre in maniera decisa nell’opera di Manescalchi: da un lato l’irrinunciabile radicamento nel territorio fiorentino e toscano, con i conseguenti studi filologici e linguistici e l’interesse per i “rimatori all’improvviso” del Maggio e i canti popolari del Mugello; dall’ altro l’amore per il Sud e per la poesia di Scotellaro, Nigro e degli altri grandi autori del Mezzogiorno d’Italia.
Negli Anni Cinquanta, Firenze aveva perso parecchio di quello smalto e di quella vitalità culturale e intellettuale che aveva esercitato ininterrottamente a partire dagli Anni Venti fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Franco Manescalchi intraprese la propria attività di poeta, di scrittore e di operatore culturale proprio in quel difficile dopoguerra.
Il “romanzo” della vita di Manescalchi inizia da Via della Torre, fra Rovezzano e Ponte a Mensola, alla base della Capponcina – la via di D’Annunzio – da dove si raggiungeva Settignano, “paese di assoluta e assolata bellezza”. L’infanzia di Manescalchi si nutrì di quei luoghi mitici, immortalati da Cardarelli in Il sole a picco.
Dal gruppo Gada alla collaborazione con la rivista Cinzia (“la luna”) ebbe così inizio una militanza letteraria proseguita ininterrottamente fino ad oggi: un itinerario arricchito in maniera straordinaria attraverso l’esperienza esaltante di Quartiere accanto a Giuseppe Zagarrio, al quale il giovane Manescalchi era stato indirizzato da Oreste Macrì. E poi l’incontro con l’Arte: i post-macchiaioli, “Gli amici dell’ Arte”, “Numero” e il “Gruppo dei Nove”, quindi la pubblicazione del primo libro di poesie di Manescalchi, Città e relazione – un titolo che era tutto un programma – con in copertina un’illustrazione di Leonardo Papasogli, allora un promettente artista di “grandissimo talento grafico”, Manescalchi credeva molto nella collaborazione fra le “due arti” (poesia e pittura): ricorda come anche Piero Santi sostenesse che “Firenze è la città nella quale, più che in altre, i pittori sono sempre stati molto vicini agli scrittori”. L’interesse di Manescalchi per le arti figurative si tradusse in una serie di iniziative e collaborazioni a gruppi e riviste d’arte, a cominciare da quella sorta di manifesto che il Poeta scrisse per la rivista “Il malinteso” diretta da Claudio Popovich. L’articolo, che suscitò qualche polemica, auspicava una “Nuova figurazione”, un connubio fra astrattismo e figurativismo, cosa che in un certo senso avvenne perché, negli anni seguenti, “il figurativo e l’astratto non furono più rigidamente marcati in connotazioni canoniche”.
Nel capitolo “Gli Anni Cinquanta tra poesia e arte. La poesia: maestri e protagonisti”, l’autore spiega come ci siano poeti con i quali “si dialoga una vita”: fra questi grandissimi maestri, egli indica Saba, Ungaretti, Govoni e Quasimodo. Esistono però poeti che “oltre ad arricchire l’ambito dell’io, raggiungono gli spazi, ancora più segreti, del sé, dove il dialogo inteso come iter unificante diviene monologo”. I poeti che Manescalchi sente particolarmente a lui vicini, al punto da raggiungere con le loro voci una spirituale consonanza, un magico assolo, sono Cardarelli, Montale, Palazzeschi, Sinisgalli e Pavese (la cosiddetta terza generazione di poeti nati entro il 1920) ed inoltre Pasolini e Scotellaro (la quarta generazione, rientrante nel decennio 1920-1930).
A ciascuno di questi “poeti dell’anima” Manescalchi dedica dei magistrali ritratti, molto vivi, toccanti, indimenticabili. La poetica di Vincenzo Cardarelli evita le “ansie intraducibili” di un “presente scerotico”, sviluppando un discorso sempre lineare, stimolante e positivo. Aldo Palazzeschi ci ha invece insegnato il “senso dell’arte come giuoco”, una miscela insolita (pertanto solitaria, rimasta inesplorata) di ironia, parodia, evasione, provocazione e scandalo, il tutto in chiave salutare e maieutica, mai aggressiva, come notò Mario Luzi.
In Eugenio Montale troviamo la perfetta sintesi di entrambe le caratteristiche fondamentali della poesia del Novecento: il trobar clus ed insieme l’objet trouvé. In Montale vige il surrealismo metafisico, ma anche lo straniamento esistenziale, l’evasione fantastica e liberty ma anche un ragguardevole sperimentalismo neorealistico, insomma l’intero universo dell’irreale-reale – risolve Manescalchi – in cui è racchiusa la sostanza della cultura del Novecento, che partendo da Rimbaud giunge fino a Kafka.
In Leonardo Sinisgalli l’autore riconosce il poeta che meglio rappresenta quello che fu l’atteggiamento prevalso negli ultimi quarant’anni del Novecento, ossia la poesia come téchne aristotelica, ossia ricerca e sperimentazione, contro il concetto di poesia intesa, più o meno da sempre, come dono delle Muse. Ma Sinisgalli seppe farsi interprete dell’esigenza di unificare le due tendenze, facendo perno intorno ad alcuni dati fondamentali: innanzitutto affidando “al significante il senso del messaggio poetico”, e poi per il valore attribuito al mito come base della stessa ricerca poetica; infine per il suo atteggiamento di costante meraviglia pur se regolato dalla téchne.
Pagine davvero speciali sono dedicate a Rocco Scotellaro in una trattazione esemplare, densa di un sincero sentimento d’affetto, tanto pregnante quanto rigorosa ed originale. Nell’immediatezza istintiva di Scotellaro, “nato” poeta, sono concentrate un po’ tutte le istanze della poesia italiana a cavallo fra guerra e dopoguerra: il suo fu un “farsi generazionale” che ebbe “la ventura di assorbire la cultura contraddittoria di quegli anni, da un lato il purismo rondista e il modernismo, dall’altro gli stimoli ideologici in nuce”. Nella “scrittura agra” di Scotellaro Franco Manescalchi riscopre il proprio itinerario intellettuale di quegli anni, la severa ispirazione “pastorale non aulica”e quindi il salto tecnologico testimoniato dalla profonda vena documentaria e diaristica, insieme con l’impegno ideologico.
È quindi la volta di Pier Paolo Pasolini. Parlare del Poeta friulano significa ricordare innanzitutto le diversità esistenti fra Quartiere e Officina: la rivista fiorentina rivalutò l’esperienza ermetica, inserendosi in un discorso gramsciano positivo e costruttivo; al contrario, per Pasolini la lezione dell’autore dei Quaderni dal carcere significava “l’azzeramento della precedente ricerca”. Manescalchi spiega molto chiaramente il proprio punto di vista: “Bisogna aggiungere che, per noi, società e lotta, storia interna di un popolo e presa di coscienza politica passano attraverso uno sviluppo complessivo e non una provocazione intellettuale, propria invece di minoranze di cui è giusto condividere la problematica ma che devono essere ricondotte nel flusso più vasto del movimento.” Per questo all’autore ha sempre interessato il Pasolini poeta creatore di una “dialettica fra diversi”. Operando “sul terreno obbligato della prassi”, egli ha “poesificato” il reale con un “impeto gobettiano” in linea con una concezione intellettuale della storia, la quale, tuttavia, per Pasolini si sarebbe presentata ormai “chiusa”, priva di prospettive davvero “rivoluzionarie”, in quanto gli irreversibili processi di evoluzione tecnologica trasformano le popolazioni in masse omologate. Viceversa, soltanto l’arretratezza e il sottosviluppo avrebbero potuto favorire una qualche speranza di autentico riscatto sociale e politico, ossia di emancipazione, libertà e uguaglianza. Io credo, però, che in Pasolini non tutto debba essere inteso in chiave irreversibile, nel senso di un irrimediabile precipitare degli eventi. Lo stesso furore del suo impegno civile, la volontà di denuncia ai limiti dell’autolesionismo – che probabilmente costituirà la vera causa della prematura fine del Poeta – stanno ad indicare un qualche barlume di speranza nel futuro: esiste del resto, ben palpabile, il proposito di lottare, di non arrendersi. Ritengo, inoltre, che mai come nel caso di Pasolini sia errato scindere l’uomo-poeta dall’ideologo e dal saggista: gli avvenimenti di questi ultimi anni stanno dimostrando che, nonostante la cosiddetta “omologazione”, i ceti più miserabili continuano a rimanere tali. Insomma, quelle forme di livellamento comportamentale – più che “culturale” – paiono avere vita breve di fronte ai nodi irrisolti dell’economia e della storia, la quale vive dialetticamente i suoi vichiani “corsi e ricorsi”. Pasolini, inconsciamente, doveva pre-sentirlo, anche se le sue vicissitudini personali gli facevano vedere la realtà più nera di quello che era. L’angoscia non avrà interamente il sopravvento sulla fiducia, e i diseredati, in un domani non lontano, torneranno ad innalzare “il loro rosso straccio di speranza”.
Anche la presenza e l’opera di Cesare Pavese andrebbero poste in relazione con “il più largo contesto del farsi della nostra cultura”, i cui tempi “medio-lunghi” non sono mai quelli dell’attualità, ma devono fare i conti con la storia. Manescalchi ritiene che, fra i poeti della terza generazione, Pavese fu l’unico a “mettere in gioco se stesso”. Poeta di “temperamento”, Pavese appartiene al ristretto gruppo di quanti, nel corso della storia letteraria, vissero la poesia come laboratorio dell’animo. E non dell’anima. L’anemos è “il vento profondo che per un tratto della vita, solitamente quello giovanile iniziatico, muove romanticamente alla ricerca di sé e del mondo in una sorta di ardita rifondazione”. Per i poeti “dell’anima”, fra i quali Saba, Govoni, Ungaretti e Montale, la poesia è il genere letterario per eccellenza attraverso cui poter “filtrare in modo continuo e assoluto se stessi e il mondo”. Viceversa, per i poeti “dell’animo” come Jahier, Rebora, Campana e appunto Pavese, il poièin dev’essere fuso con la storia, in una ricerca spasmodica della Parola che incarni una nuova koinè. Se non è errato indicare il crepuscolarismo di Gozzano, insieme con un certo “gusto mitteleuropeo”, come punto d’avvio della ricerca pavesiana, va precisato che Pavese innesta su tutto ciò il vento dell’ànemos, inseguendo nuovi modelli che assumono le forme del “mito”, spaziando così dalla “via americana alla vita” di Withman e Melville al “villano sociale” di Vico, mettendo in tal modo da parte la piccola borghesia gozzaniana. Il “regionalismo” di Pavese – come notai anch’io nel mio saggio dedicato a Pavese – rappresenta il microcosmo simbolico e archetipico di macrocosmi universali; è assolutamente errato, pertanto, bollarlo come “provincialismo”. Del resto, sottolinea Manescalchi, Pavese possedeva una tale apertura mentale da anticipare di circa un decennio le tendenze e le istanze de Il Politecnico e di Officina.
Gli Anni Sessanta a Firenze significano la presenza insostituibile della rivista “Quartiere”, la cui esistenza Manescalchi divide in due momenti: il primo, dal 1958 al 1960, si avvalse dell’opera di Giuseppe Zagarrio, Gino Gerola, Lamberto Pignotti, Sergio Salvi, Eugenio Miccini, Silvio Ramat e Alfredo Zani. In quella prima fase apparve decisivo lo studio dell’esperienza ermetica, da mediare con la trasformazione della società, in particolare dando vita a sperimentazioni come la scrittura avanguardistica e la poesia visiva. Nel secondo momento, dal 1960 al 1968, ebbe inizio la collaborazione di Gianni Toti, Inisero Cremaschi, Gilda Musa e dello stesso Manescalchi. In quel periodo ci si avviò verso un tipo di “sperimentalismo dialettico” mirato a ricomporre le gravi fratture generazionali attraverso il recupero della ratio, differenziandosi sia da Nuovi Argomenti (rivista profetico-polemica) che da Officina (fautrice di un drastico ritorno all’Ottocento), e tuttavia badando a non chiudere la porta in faccia a nessuna delle gravide istanze di quegli anni, anche perché i maggiori esponenti del Gruppo erano intellettuali e studiosi dotati di una grandissima apertura mentale. Zagarrio, ad esempio, sul quale Manescalchi si sofferma a lungo, era un poeta di formazione gramsciana ma altresì “nutrito di studi classici”.
“Quartiere” visse i condizionamenti politici degli Anni Sessanta ricorrendo ad una sorta di “discorso interrotto fitto di pause e lapsus”, nel senso proprio che aveva anticipato Pavese: “In queste poesie i fatti avverranno – se avverranno – non perché così vuole la realtà, ma perché così decide l’intelligenza”. Fu una “grammatica dell’immanenza” legata alla consecutio storica, non strumentale né episodica, soprattutto estranea ad un’idea di cultura come “cinghia di trasmissione” delle tendenze politiche del momento.
Manescalchi passa quindi ad analizzare gli “scrittori di base” degli Anni Sessanta, facendo perno sulla denuncia di H. M. Enzensberger, teorico di sinistra, il quale in quel periodo aveva smantellato la concezione dominante secondo cui l’“impegno di scrittura politica” era portatore di valori davvero rivoluzionari. Non è così, vera avanguardia può essere solo quella letteraria, proprio perché, a partire dai linguaggi, rimane inattaccabile dalla retorica e dalle manipolazioni del potere. Riguardo alla “scrittura di base”, l’autore traccia una linea di demarcazione tra le pochissime opere effettivamente tali, rispetto ad altre operazioni “intellettuali-editoriali” spesso indiscutibili, come nel caso della collana Feltrinelli “Franchi Narratori”, ritenuta “ambigua”. Documenti tangibilmente “creativi” furono quelli di Ledda, Di Ciaula e Camon, che vantavano come naturale predecessore, fin negli anni ’50, il grande Rocco Scotellaro. Perché i veri autori “di base” – spiega Manescalchi – sono coloro i quali basano la stesura delle loro opere su un preesistente substrato di “oralità”, da intendere come “alfabetismo popolare”, e che ebbe come cultori Pasolini e Cassola.
Altre pagine illuminanti riguardano il fascino esercitato dalla poesia spagnola (Machado, Lorca, Alberti, Salinas, Goytisolo). Quindi la “Nuova scena” di Dario Fo, gli anni dello sperimentalismo e dei Novissimi (questi ultimi studiati con estrema attenzione, mai però praticati). Subito dopo, fra il ’68 e il ’69, il dilagare dell’esperienza etico-civile della poesia dei ceti popolari e dei lavoratori, quindi la nascita del Premio “Mugello-Resistenza” (1968) con Betocchi, Bigongiari, Gatto e Manacorda in Giuria. E ancora, la Rassegna di Trento del 1971 dell’esoeditoria (editoria povera), e poi la nozione di antigruppo, ovvero la “ricucitura dell’intergruppo” contro la sclerosi politicizzata dei gruppi. Roberto Roversi che pubblica Descrizioni in atto a mezzo ciclostile, l’avvento del ciclostile a Firenze, i poeti di “Collettivo R” (1970) e “Salvo Imprevisti” (1973), la fondamentale opera svolta da autori come Bettarini, Gagno, Lanuzza, Favati e Frullini …
Di Mario Luzi Manescalchi si occupa nell’esemplare capitolo “Poesia e metafisica”, soffermandosi anche sulle opere di altri poeti (Bigongiari, Betocchi, Parronchi, Guidacci, Ramat, Turoldo) ritenute cariche di “spiritualismo e religiosità dalle forti radici europee”. Fu negli Anni Ottanta, infatti, che “il laboratorio spirituale”, particolarmente a Firenze, si presentò “in tutta la sua complessità”. Luzi “rappresenta il maggior punto di riferimento perché la sua visione del mondo lo porta ad una sintesi fra etica, estetica, pensiero filosofico e fede. Un intreccio vasto e complesso che si riscontrerà sempre, pur nel variare delle sue stagioni letterarie.” Attento al significato, ossia al “senso” ed al “ruolo” del poeta in un determinato momento storico, Manescalchi riconosce in Luzi “il punto di riferimento generazionale” avendo egli individuato “gli anni Quaranta come discrimine dolorosamente palingenetico.”
Un incanto di parole, concetti e immagini il capitolo “Il mito e lo sradicamento”, dove, partendo dall’influenza esercitata da Federico Garcìa Lorca sui poeti italiani del secondo Novecento, viene sviluppata una eccezionale successione di riflessioni e deduzioni che investono i gangli vitali della poesia. Invero un’influenza, quella di Lorca, piuttosto scarsa, perché diverse sono le due culture, quella spagnola e quella italiana, “fra le quali esiste uno iato insanabile a livello di humus e di laboratorio”. Ciò nonostante, l’autore riesce ad accelarare, a documentare quel sottilissimo “filtro di pura trama interiore” utilizzato da taluni poeti per “mediare situazioni storiche tanto diverse eppure tanto simili al fondo”. Ancora una volta, trattasi di poeti mediterranei: “poeti del Sud, della periferia, rituali, orfici”, a partire da Dino Campana per finire, ancora una volta, col nostro… Rocco Scotellaro, attraverso Penna, Gatto, Pasolini.
Innumerevoli le problematiche toccate da Manescalchi in questa storia della poesia della seconda metà del Novecento: dalle istanze post-ermetiche (ricerca di un nuovo linguaggio storico e insieme colloquiale e comunicativo) alla sempiterna necessità già segnalata dal Giusti di una poesia che sappia “rifar la gente”. Su tutto, l’inarrivabile lezione di maestri come Pascoli, Campana, Rebora, Montale, Quasimodo, Ungaretti, Saba, Sereni, Betocchi, accanto ai profili magistrali di poeti di straordinario spessore come Bemporad, Bettarini, Bodini, Brugnaro, Carrieri, Cattafi, Grillandi, Musa, Nigro, Ombres, Scarselli, Ugolini, Verbaro, Vettori.
Tutto questo è Franco Manescalchi. Una militanza mai appariscente né polemica, l’impegno convinto, schietto e leale d’un Nume innamorato della Città della Poesia. E della Poesia d’una Città.

Francesco De Napoli

FRANCO MANESCALCHI, LA CITTÀ SCRITTA (DA «QUARTIERE» ALLE «GIUBBE ROSSE»)

Da Nuova Antologia aprile/giugno 2006

Nel fascicolo di marzo di questa rivista, recensendo l’antologia curata da Da­niele Piccini La poesia italiana dal I960 ad oggi nella quale viene inserito un solo poeta «nuovo» (classe 1957) generato in Toscana nel periodo considerato, mi chie­devo se fosse letterariamente e statisticamente possibile che questa regione sia ri­masta, per tanti decenni, priva di voci meritevoli di attenzione (a parte, s’intende, Betocchi, Parronchi, Bigongiari e Luzi che però provengono da un tempo più lon­tano). E indicavo una serie di nomi ingiustamente ignorati dalla critica e dalla sto­riografia ufficiali.
Ora le Edizioni Edifir hanno pubblicato un grosso volume (524 pagine), curato da un infaticabile e aggiornatissimo operatore culturale e critico militante fiorenti­no, Franco Manescalchi, che con ricchezza di documentazione e ampiezza di vedute ripercorre proprio la storia della presenza toscana nella letteratura poetica (e non solo: anche nella narrativa e nelle arti figurative) del secondo Novecento. Consegnandoci una testimonianza il cui peso non dovrebbe lasciare indifferenti stu­diosi e critici che di poesia si occupano, troppo spesso, in maniera superficiale.
Manescalchi ricorda riviste che hanno dato un contributo importantissimo al dibattito attorno alla poesia («Cinzia», «Quartiere», «Tèchne» – la prima rivista aperiodica ciclostilata -, «Collettivo R», «Salvo Imprevisti», «Quasi», «Stazione di Posta», «Hellas»…), spesso animate da figure carismatiche come Giuseppe Zagarrio; ricorda gruppi, antigruppi ed esperienze di forte carica dialettica («Otto­volante», la poesia in piazza, la poesia visiva – i cui capostipiti sono Eugenio Mic­cini, Lamberto Pignotti e Lucia Marcucci -, «Messapo»); e riesce a raccontare queste numerose e appassionate esperienze integrandole e legandole a una galle­ria di nomi che nessuno troverebbe, ripeto, nelle antologie e nelle frettolose storie della letteratura italiana del secondo Novecento ma che della storia letteraria del XX secolo fanno assolutamente parte (citarli tutti qui richiederebbe uno spazio molto ampio).
L’opera di Manescalchi è importante per molti motivi. Ritengo che il più im­portante consista nel fatto che essa «prova» la profonda – anche se ignorata o sot­tovalutata – partecipazione della poesia toscana alla storia delle nostre lettere su tutti i piani, cioè non soltanto a livello creativo ma anche, e molto, a livello d’im­pegno critico e civile. Dimostrando con i fatti quanto gli autori toscani siano cre­ditori di un appropriato riconoscimento sul piano nazionale e di quanto, in fondo, la loro sottovalutazione faccia poco onore ai famosi «addetti ai lavori».
Tanto più – e questo voglio sottolinearlo – che in Toscana, e in particolar modo a Firenze, continua un’intensa attività che vede protagonisti poeti e critici e che, come altrove ho accennato, si sostanzia tra l’altro nell’infaticabile presenza di lettu­re e di dibattiti critici allo storico Caffè delle «Giubbe Rosse», nella qualificatissima opera di diffusione del messaggio poetico dell’Associazione «Sguardo e Sogno» di Paola Lucarini e dell’Associazione «Segni e tempi» di Piero Grazzini, negli appunta­menti settimanali della «Camerata dei poeti», nel validissimo lavoro critico di riviste come «Michelangelo», «Erba d’Arno», «Feeria», «Città di Vita», il «Portolano»…

Renzo Ricchi

LA CITTÀ SCRITTA

Dal sito on line Literary, s.i.d.

La città scritta di Franco Manescalchi è un corposo saggio che offre un’ampia e minuziosa panoramica sulla letteratura del Novecento. Il polo catalizzatore è Firenze, consacrata indiscutibilmente quale patria della poesia, dal padre delle lettere e vate Dante fino all’ultimo erede dell’ermetismo e della lirica aulica Mario Luzi. Vicissitudini personali s’intrecciano alle contingenze storiche e sociali, ripercorrendo, attraverso lo sguardo illuminato del poeta, aspetti significativi che hanno costellato l’esistenza individuale e collettiva. Addentrandosi in un passato mitico, da età dell’oro, legato ai sapori e agli odori della propria terra di vittoriniana memoria, riaffiorano tutte le sensazioni che gravitano intorno alla personalità dello scrittore, costruita attraverso fecondi scambi letterari e umani, interagendo attivamente con la Storia. La poesia, così, diventa occasione di amicizia, grazie alla frequentazione del celebre caffè delle Giubbe Rosse, inossidabile crocevia per i pensatori che hanno particolarmente segnato la sua formazione; inoltre essa si rivela strumento di conoscenza e di arricchimento interiore. L’autore promuove un’attività letteraria di larghe vedute, estesa a quanti sono intellettualmente vivaci e che non disdegna di “ascoltare” talenti nuovi come di coltivare quelli già consolidati.
Si riunisce, allora, intorno alla creatività di una prima rivista, da “Cinzia” degli anni giovani, a “Quartiere” con personaggi come Giuseppe Zagarrio, che può essere considerato il suo maestro, fino a “Collettivo R.”, un’esperienza più adulta e socialmente responsabile. Ciò che muove Franco Manescalchi è la passione per la letteratura, intesa non come lettera morta, bensì come impegno civile e morale, ciò che gli consente di spendersi gratuitamente e generosamente con un vaglio meticoloso dei valori culturali emergenti e delle forze umane interagenti. È proprio di umanesimo che si deve parlare pensando alla notevole fatica, che può nascere soltanto da un grande amore per l’uomo e per la sua espressione più innata che è l’arte, di tenere in piedi questo corpus letterario colossale, che non è solo l’ingente mole di questo saggio, bensì tutto un organismo che coordina la varietà delle performances della scrittura, le analizza ad una ad una e le inquadra in un contesto che attiene in modo autentico e profondo alla realtà. L’autore abbraccia uno spaccato enorme della produzione letteraria del Novecento, soffermandosi sui grandi poeti che hanno dato lustro alla storia della letteratura con icastiche definizioni, da Ungaretti, “Vate illuminato”, dall’“ulissismo verticale”, Montale con la sua “Storia impossibile”, Campana con il suo “analogismo orfico”, Zanzotto con la sua “genetica tellurica”, Caproni con la sua “serena disperazione”, Sereni, “trapassante perplesso.” Al di là delle etichette sui movimenti culturali più o meno convenzionali, tra decadentismo, ermetismo, neorealismo e avanguardie, una distinzione interessante è quella tra i poeti dell’animo (Jahier, Campana e Palazzeschi), cioè del calarsi pienamente nella realtà e dell’anima (Saba, Govoni, Sbarbaro, Rebora), vale a dire della propria intimistica espressività. In questa prospettiva Ungaretti, Montale e Cardarelli sintetizzano le due correnti in una poetica “generazionale.” Ma Franco Manescalchi accende i riflettori anche su un mondo per lo più sommerso, di autori meno noti, che pure hanno apportato un contributo rilevante alla civiltà poetica. Così, seguendo il filone meridionale, oltre a Vittorini e Cattafi, troviamo Rosa Maria Fusco, Raffaele Nigro e Gavino Ledda che con Padre padrone ha gettato luce sul contesto di povertà e di atavica soggezione del Sud. Edificante è poi scandagliare il versante metafisico con il “magistero interiore” di Mario Luzi, “punto di riferimento generazionale per la componente etica che manifesta dentro la Storia”; Alessandro Parronchi, con la sua “vocalità franta”; David Maria Turoldo, in cui “la sua presenza profetica è rappresentata dalle scelte di vita in favore degli ultimi, dal continuo dialogo con Dio”; Margherita Guidacci, “con l’umiltà fragrante di chi è passato attraverso la prova cruciale del dolore.” E poi ancora Renzo Bersacchi, “legato al vizio di divinizzare / la carne e umanizzare il freddo lampo / di Dio”; Mario Sodi, con “una forma di ‘attesa’ dell’Altro, un’attesa vissuta con animo vibrante, fibra per fibra”; Renzo Ricchi con “lo spavento dell’infinito cosmico”; Roberto Coppini con “la bellezza del dolore”; Paola Lucarini Poggi con “lo splendore primigenio di un mondo pronunciato dalle labbra degli Dei – non ancora bestemmiato dalla bocca degli uomini”; Francesco Marcucci con “un’affranta fraternità.”
Al termine di questa dettagliata rassegna, si svolgono, in un’intervista, alcune riflessioni intorno alla poetica dell’autore, da cui emergono il proprio credo civile e religioso insieme (“in una tensione religiosa verso l’Altro”), il proprio engagement nella Storia, con un’attenzione privilegiata alla Resistenza, “in una tensione etica ed estetica”, volta al poièin, l’amore per la scrittura satirica ed epigrammatica, la riscoperta del dialetto che attinge ad una matrice popolare, la commistione con il linguaggio fotografico e cinematografico. Su tutto, alla fine, insorge un interrogativo sul senso della poesia, “sempre tragica”, anche in rapporto al moderno mercato editoriale che promuove firme prestigiose ma lascia in ombra scrittori meritevoli. Interessante è l’immagine delle ninfee, Muse di Monet, per simboleggiare icasticamente la natura ambigua ed evanescente della poesia, oltre a identificarla in una crisalide che aspira a spiccare il volo; ugualmente calzante è la descrizione della condizione attuale del poeta come angelo decaduto: “Chi è il poeta? Col simbolismo il promeneur rousseauiano diviene flaneur (girovago emarginato), con Baudelaire nel contesto urbano il cigno (ovvero la poesia nella sua bellezza e verità nata ed inserita nel contesto sociale) diventa l’Albatros spregiato dai marinai, inadatto a vivere nella quotidianità e nella storia. Tutto il decadentismo è segnato da questa condizione: Gozzano sarà una Cosa con due gambe, Corazzini un Bambino che piange, Ungaretti Girovago, Uomo di pena, Palazzeschi un Saltimbanco della propria anima, ecc.” Suggestiva è poi questa definizione dell’arte poetica: “La poesia è come una diga che difende i domini dell’essere dalla tentazione dell’avere”.

Flavia Buldrini

FRANCO MANESCALCHI, LA CITTÀ SCRITTA. DA «QUARTIERE» ALLE «GIUBBE ROSSE»

Da Città di vita, anno sessantesimo n. 6, novembre/dicembre 2005

Infaticabile animatore e promotore culturale, poeta di grande sensibilità e di amplissimo registro tematico-diegetico e strutturale (dal poemetto allo haiku, dalla poesia civile alla poesia più intima e attenta alla registrazione sottile dei moti dell’animo e al colloquio continuo e segreto con gli esseri e con le cose); cri­tico lucidissimo e straordinario conoscitore del pano­rama della letteratura contemporanea, con particolare riguardo, alla produzione poetica della nostra regione e dell’area fiorentina. Franco Manescalchi torna con questo ponderoso e ricchissimo volume a offrire un prezioso contributo alla storia delle nostre lettere, frutto della sua vastissima e diuturna personale espe­rienza “sul campo”. Si tratta di una grande raccolta dei suoi saggi, interventi, recensioni, presentazioni di au­tori e opere, che viene a costituirsi come uno spaccato estremamente significativo della vita artistica e cultu­rale della Firenze di oggi e di ieri. L’opera ci consente di passare in rassegna i movimenti letterari e artistici, le iniziative, le tendenze e le corren­ti, gli eventi culturali ed editoriali del secondo Nove­cento fiorentino, dei quali vengono evidenziate e ana­lizzate le linfe, le passioni, le energie palesi e segrete. Ma quel che più conta è che ciò avviene attraverso una miniera di testimonianze di prima mano, offerte da chi di queste vicende è stato fra i diretti protagonisti quando non addirittura fra gli ideatori e ispiratori, sem­pre pronto a valorizzare e incoraggiare le voci nuove e le nuove idee, la ricerca e la sperimentazione di inedite soluzioni espressive, nonché un confronto tra la tradi­zione e le sollecitazioni e le urgenze del presente in un tessuto dialogico che contraddice l’immagine che spes­so si ha di Firenze come di immobile città-museo, ripiegata su se stessa, interamente esaurita nel ricordo di una gloria trascorsa.
La città scritta è l’immagine di una polis complessa e problematica, per certi versi anche labirintica e stratificata, e al contempo ne è la mappa preziosa, come giustamente sottolinea in apertura di libro Giu­seppe Panella citando la celebre quanto suggestiva metafora wittgensteiniana in cui in fondo I'”urbanità” del linguaggio e la linguisticità dell’urbs si rispecchiano l’una nell’altra a costituire la testura della civitas. Il volume si struttura su di un quadruplice architrave. Il primo è costituito dalla traccia autobiografica, evi­dente soprattutto nella prima parte, ma poi via via riaffiorante a soppuntare l’intero cursus documentale avvalorandolo del suo spessore di diretta testimonialità, il cui oggetto storico è una Firenze in difficile e sofferta trasformazione. In questa sezione iniziale trovano spazio le riflessioni circa l’esperienza dei pittori della “figura” accanto a saggi su Cardarelli, Palazzeschi Montale, Sinisgalli, Scotellaro, Pasolini e Pavese . Il secondo architrave è rappresentato dal coté evenemenziale dei movimenti letterari e delle riviste, che copre un arco di tempo cha va dagli Anni Sessanta agli Anni Ottanta e in cui trovano particolare spicco Quartiere di Giuseppe Zagarrio e il suo “sperimentalismo dialettico” tutto proteso a impegnare il valore della scrittura nel confronto con la storia; Collettivo R. che vede lo stesso Manescalchi nel ruolo di fondatore e che promuove una poesia che nasca da una ricerca radicata nella cultura resistenziale e comunque legata a sugge­stioni di trasformazione socio-politica di ispirazione utopistico-rivoluzionaria; Salvo Imprevisti di Mariella Bettarini (oggi Area di Broca), volta a portare in campo elementi riconducibili a un’inquietudine di tratto femminista; Hellas di Carmelo Mezzasalma, che si richiama a valori cristiani e si propone di sviluppare una nuova poiesi attenta alle suggestioni del mito e striata di inflessioni filosofiche e sapienziali. Il terzo architrave è quello dell’analisi critica di autori e testi: un ductus esegetico che viene a comporre il panorama storico di un secondo Novecento poetico fiorentino per lo più legato ai precedenti movimenti. Questa parte è altresì propedeutica all’antologia che Manescalchi ha in preparazione e che presenterà una messe di autori ancora più completa ed esauriente. Ultimo architrave, costituito in prevalenza dalle sezio­ni finali, sono gli elzeviri, di varia intonazione — ironico-allusiva, bozzettistica, elegiaca — che raccol­gono l’eredità della lezione vociana e restituiscono atmosfere, momenti, ambienti, situazioni, personaggi della temperie culturale fiorentina: si veda, ad esem­pio, l’elzeviro in cui si accenna in modo rapido ma icastico alla figura di Pietro Parigi “artista fuorilegge”. A conclusione di questo rapido excursus, in cui è stato necessario procedere pur sempre per via di drastica sineddoche, è doveroso sottolineare che dal libro emer­ge l’immagine di una fiorentinità tutt’altro che muni­cipale, anzi all’opposto aperta, dialogante e partecipativa, proiettata nella polifonia delle moltepli­ci realtà toscane e quindi oltre il perimetro di un appartato, autarchico monolinguismo.

Fornaretto Vieri

FRANCO MANESCALCHI, POESIA DEL NOVECENTO IN TOSCANA

Da Nuova Antologia, dicembre 2009

Poesia del Novecento in Toscana è la seconda opera di una trilogia curata da Franco Manescalchi – uno dei più profondi e attenti conoscitori della poesia ita­liana del Novecento – iniziata con La città scritta edita dalla Edifir nel 2005, e di cui abbiamo già riferito in questa rassegna (il volume raccoglie gli scritti dello stu­dioso dagli Anni Cinquanta ai nostri giorni sulla vita letteraria a Firenze e nel suo contesto) e che si concluderà con uno studio su alcune riviste fiorentine a cui l’autore ha collaborato. Il volume, di ben 480 pagine, è stato pubblicato con il logo della Biblioteca Marucelliana di Firenze sia per evidenziare il prossimo depo­sito di un fondo librario tematico da parte di Manescalchi, sia per rilevare il legame di questa istituzione con la produzione poetica toscana.
Questo volume – un repertorio ragionato – è il risultato di molti anni di lavoro iniziati nel 1963. Manescalchi ha pubblicato numerosi studi e antologie che hanno tenuto conto del contesto toscano con tutti i suoi sviluppi ed innesti nazionali ren­dendo così giustizia a una società letteraria regionale che ha operato, e con frutti positivi, molto al di là dell’attenzione che l’editoria e il potere letterario ufficiali, legati in gran parte all’industria culturale del Nord, le ha dedicato.
Quali sono stati i criteri di inclusione nel libro? Lo spiega, con lucidità e onestà intellettuale, lo stesso Franco Manescalchi nell’introduzione. «Ho dato priorità – egli scrive – a chi ha vitalizzato il panorama culturale anche con un di­scorso critico e progettuale, o a chi consapevolmente ha collegato poetica e crea­tività; quindi ho scelto quegli autori, anche di un solo volume, le cui opere abbia­no dimostrato l’emergenza di un ‘carattere’ umano e letterario capace di offrire al lettore un evidente scarto e una chiara identità fondativa e stilistica, sia da parte di critici giunti tardi all’atto creativo che di cultori della poesia la cui onda temperamentale si sia espressa con un assolo. Insomma, o autori di molti libri, che, nel loro percorso, abbiano almeno colto il senso del rinnovamento, o autori di un solo libro che siano andati oltre la velleità letteraria».
Dunque una rassegna storico-tematica che mentre vuole indicare l’ampiezza del «pianeta poesia», le sue molte anime (sia pure frammentate), i suoi molteplici fermenti, rinuncia a indicare gerarchie, rinviando al tempo le «scelte» e le «sele­zioni» che faranno cadere ciò che è caduco. Un mosaico-collage, meglio ancora, un regesto finalizzato a un obiettivo e basato su un criterio di fondo: partire dalla lettura della poesia e non dei poeti, in quanto la prima è certamente più importa­nte degli altri. Si tratta veramente di una ricerca infaticabile, svolta su numerosi piani critici. Per esempio, Manescalchi cerca di individuare i risvolti tematici e le lingue di ciascuna generazione, consapevole che in una società che è cambiata e cambia continuamente come la nostra, cambiano e si ampliano anche i linguaggi.
Il lavoro di Manescalchi rappresenta una mappa che non esaurisce, ovvia­mente, il territorio, ma lo rende esplorabile e si pone come uno strumento pre­zioso per chi vuole capire cosa sia accaduto nei decenni scorsi e sta accadendo at­tualmente. Inoltre, ponendosi al di là delle categorie «di merito» del potere culturale, dice quanto ormai siano illiberali e fragili i tradizionali criteri della de­finizione dei «canoni»; e se da una parte, in questo senso, acquista un alto valore civile e democratico, dall’altro indica una strada nuova che gli studiosi, gli italia­nisti, gli editori, i critici che operano nel campo della poesia debbono assoluta­mente percorrere se non vogliono essere non solo faziosi, ma anche, in fondo, privi di legittimità e di onestà letteraria.

Renzo Ricchi

IL DIARIO CULTURALE DI FRANCO MANESCALCHI

Da il Corriere, 18 aprile 2006

FIRENZE – Il libro La città scrit­ta, ultima fatica letteraria di Franco Manescalchi, (Edifir Edi­zioni), presentato recentemente al­la Biblioteca Comunale di via Sant’Egidio, vuole essere il diario culturale di Firenze, osservata e studiata negli ultimi cinquanta an­ni, ma è al tempo stesso il diario di un uomo innamorato della poe­sia.
Una mappa critica, di grande va­lore, che analizza e dà voce a poe­ti, movimenti letterari, riviste del secondo Novecento a Firenze. Un’opera impegnativa ed insosti­tuibile per conoscere più da vici­no il mondo della poesia insieme alle sue impossibilità, ai sogni e alle utopie.
Franco Manescalchi rende con­creta l’idea del linguaggio che di­venta una città al cui interno si creano quasi naturalmente dei dedali e dei labirinti, dove riuscia­mo, però, a muoverci senza per­derci e distruggere la nostra iden­tità.
Critico letterario e animatore cul­turale, l’autore de La città scritta delinea un percorso culturale che è iniziato fin dall’immediato dopo­guerra e che continua a tutt’oggi, con alti e bassi, salite e discese. Con precisione, passione e pazien­za entra nei quartieri e nelle pagi­ne della sua città, mettendo in evi­denza il nuovo che andava emer­gendo. Infatti, se da un lato, Manescalchi è stato il critico della poesia che si faceva a Firenze, dall’altro i suoi interessi erano anche per i segni e i linguaggi che attraversavano le strade del mondo. Si muove su un doppio fronte: quello della critica letteraria di poesia e quello della pittura.
Ricostruisce la figura del “mae­stro” Giuseppe Zagarrio, a cui La città scritta è dedicata, e il perio­do storico in cui sono nate le rivi­ste “Quartiere” e “Stazione di Po­sta”, periodo di grandi speranze e grandi progetti.
C’è poi la lezione di Fortini, l’idea di una poesia post-ermetica che vuole andare avanti, di una poesia combattiva, incisiva, che si pone come ricerca, c’è anche l’idea del­la poesia diffusa, democratica, che può nascere in qualsiasi luo­go. È anche importante il rappor­to, sottolineato da Manescalchi, tra la fiorentinità e la poesia meridionale. Non viene dimenticata neanche la poesia popolare e quella dialettale.
Ne La città scritta c’è, dunque, il critico, l’artista, il poeta e l’uo­mo. Il soggetto dell’opera è però sempre la poesia che non è vista come un codice vincente ma è sentita come sostanziale e conna­turata all’uomo. Manescalchi è riuscito, con questa sua opera, a descrivere, con grande efficacia, il perimetro di una polis che va al di là di Firenze e che diventa una città dell’uomo.

Vincenzo Fanizza

LA CITTÀ SCRITTA: UN VOLUME IN PROGRESS DEGLI SCRITTI DI MANESCALCHI

Da Pubblinews, sabato 4 marzo 2006

Quando ho avuto tra le mani il grosso tomo di Franco Manescalchi, La città scritta, da “Quartiere” alle “Giubbe Rosse” – La cultura della poesia del secondo Novecento a Firenze (Edifer, edizioni Firenze), oltre cinquecento pagine, mi sono tuffato a capofitto nella sua lettura, che nonostante la mole, ho fatto tutto d’un fiato. Il merito principale va ascritto alla qualità scrittoria di Manescalchi, uno scrittore, critico e poeta, che non ha mai ceduto alle pruderie delle avanguardie tout court, ma ha sempre guardato soprattutto alla valenza etica, culturale, sociale e civile del linguaggio. Giuseppe Panella, nel suo intervento prefatorio al volume, “L’antico centro – Franco Manescalchi e la poesia come esperienza critica”, ben chiarisce la capacità dell’autore fiorentino a scandagliare i processi creativi nel loro farsi e a sviluppare coordinate critiche di spessore. «Il suo metodo critico trova nel linguaggio il suo punto di resistenza e la sua dimensione di necessità -perché, in fondo, una verifica e una redazione di mappe (letterarie e artistiche) come quella da lui effettuata nascono sempre da una necessità vissuta ed esperita di conoscenza e di individuazione di punti fermi storici e linguistici. E’ questa necessità, allora, che costringe Manescalchi a venire allo scoperto e a redarre con cura e attenzione la sua mappa della poesia italiana contemporanea : un percorso che è iniziato fin dall’immediato dopoguerra e che continua a tutt’oggi, con alti e bassi, salite e discese, scatti e surplaces ma sostanzialmente sempre con il ritmo spedito del passista veloce».
Il volume è ripartito in sette parti, che scandiscono come in un poema sinfonico, tutte le componenti e gli interessi di Franco Manescalchi, il quale ha scritto una storia dai toni puliti e decisi, dalle analisi ferme e ugualmente ricche di pregnanti richiami poetici. Ne diamo qui uno stringato sommario: 1) Gli Anni Cinquanta fra poesia e arte; 2) Gli Anni Sessanta-Settanta e le nuove generazioni; 3) La “Paesia”; 4) Gli Anni Ottanta; 5) La tensione spirituale; 6) Sud e Mediterraneità; 7) Gli Anni Novanta. Rendiconti di fine millennio. Poi una sezione: “Per concludere” e “Lo stato dei lavori”.
Ogni parte è suddivisa in altri paragrafi che attualizzano i diversi momenti storici e le realtà culturali che li hanno animati. In un panorama così variegato, ci ha fatto piacere leggere un capitolo interamente dedicato ad autori del Sud, soprattutto sui pugliesi Vittorio Bodini e Raffaele Carrieri, in special modo lo scritto sul nostro Carrieri, esemplare su più versanti, che ci spronano ad andare avanti, e soprattutto a misurarci e confrontarci con le altre realtà culturali del Paese, perché, è nostra ferma convinzione, soltanto da un atteggiamento dialogico che possono nascere nuovi modelli di cultura. E la miscellanea di scritti di Franco Manescalchi ne è la prova più esaustiva e probatoria. Di tutto questo gliene va dato totale merito.

Angelo Lippo

LA CITTÀ SCRITTA

Da Vernice, n° 33-34 anno XII, Torino

Succede in Franco Manescalchi quanto accade nella lingua latina, per cui civitas significa non soltanto civiltà e cittadinanza, ma anche la città, la metropoli, 1 ‘utero del mondo, l’ origine da cui tutto nasce e che sempre si rigenera. Nel suo meraviglioso libro, La città scritta. Da Quartiere alle Giubbe Rosse. La cultura della poesia del secondo Novecento a Firenze, Manescalchi fornisce la chiave di questa immedesimazione citando l’aneddoto di un’intervista a Ingeborg Bachmann, nel corso della quale la scrittrice austriaca elabora la metafora della città come simbolo del linguaggio, per cui vi sarà un centro storico, più o meno incontaminato dalla modernità, e a degradare verso un ‘ espansione orizzontale di conquista del territorio vi saranno delle periferie ancora urbane e poi suburbane, meno affascinanti e talvolta anche orrende, ma che vanno comunque considerate come corpo integrante della città, un tutt’uno
inscindibile. C’è un’identificazione forte tra territorio, città, civiltà e espressione linguistica, cioè linguaggio, cioè letteratura. Alla radice della ricerca documentaristica di Manescalchi si colloca, dunque, un orientamento teorico che demanda a Ludwig Wittgenstein e al rapporto di comunanza e di appartenenza tra le cose e le parole. È necessaria questa premessa per avvertire subito che Manescalchi non si limita ad essere un puntiglioso osservatore critico
della storia e della cronaca letteraria dei tempi suoi, cosa che di per sè certificherebbe un merito di cultura già bene al di sopra del livello raggiunto dalla stragrande maggioranza delle pletore accademiche che infestano i patrii atenei con scerpellata arroganza modaiola. Ma c’ è in lui anche un convincimento di civiltà e di valore che supera il particolare documentaristico mantenuto Franco Manescalchi nello sviluppo dei suoi interessi dentro la letteratura.

Sandro Gros Pietro

Da Edison square, anno v, n. 55, maggio 2006

Questo panorama critico raccoglie scritti che coprono 50 anni di poesia a Firenze attraverso i movimenti, le riviste, gli autori. È un’opera che nasce dalla presenza e dalla testimonianza di uno scrittore che è stato fra i protagonisti di quanto di nuovo andava formandosi ed emergendo nella città.
Ne è derivato un documento esaustivo, certamente unico, di una fervida tessitura da proporre alla attenzione degli storici.
La scrittura si fonda su tre registri: un tratteggio biografico, particolarmente nel primo capitolo, che ha la funzione di illuminare squarci di realtà, una descrizione di movimenti letterari succedutisi negli anni, un’analisi critica di autori e testi. Questi tre registri si intrecciano offrendo al lettore una panoramica di eventi e figure in una città vissuta di decennio in decennio in modo intenso e filologico. Ogni decennio è aperto da un’intervista all’autore che sintetizza la progettualità di quegli anni
La sezione finale, Per concludere, presenta elzeviri a dimostrazione del gusto dello scrivere e dei sentimenti che hanno mosso l’autore in questo suo viaggio civile e letterario partendo da Quartiere,
la prima rivista a aprire nuove dinamiche culturali alla fine degli Anni 50, portando già nella sua testata la doppia valenza dell’agglomerato urbano e del campo araldico: il Quartiere.
E questo accadeva con uno spirito editoriale nuovo, volto a valorizzare le capacità tecniche e creative dei protagonisti.
Successivamente, riviste e movimenti ne continuarono l’atteggiamento e l’opera in uno spazio aperto alla presenza e alla frequentazione di energie giovani e di talenti provenienti da ogni parte d’Italia che qui hanno trovato un terreno fertile per le sperimentazioni, per le ricerche, per il confronto.
Un esempio fra tutti, la stagione di Ottovolante.
Questo volume mostra tale complessa realtà nel suo articolarsi e divenire e dunque fa emergere una “città scritta” nelle metamorfosi non municipali in modo panoramico e globale.

Redazionale

Silvia Ranzi da Pegaso n° 202

FRANCO MANESCALCHI

“RIVISTE DI POESIA DEL SECONDO NOVECENTO A FIRENZE”

2017 Edizioni Polistampa – Corymbos Narrativa

                                                                                                                                                                                          

Nella Sala Mostre della storica Biblioteca Marucelliana a Firenze dal 23 gennaio al 23 febbraio 2018 è stato  allestito in ordine cronologico il Fondo di lettere, disegni, pubblicazioni di varia natura, quaderni monografici ed il consistente corpus di Riviste Letterarie  donato all’antico Ente  dall’illustre poeta, critico e giornalista Franco Manescalchi, quale protagonista  e testimone delle fasi redazionali di prodotti editoriali sorti nel fervido clima letterario del secondo Novecento fra tradizione ed avanguardia, nell’interdipendenza fra Poesia ed Arti figurative, alla ricerca di nuove semantiche linguistiche in versi ed in prosa nel superamento dei moduli neorealistici per passare dalla stagione ermetica verso un modello neoumanistico interprete di rinnovate valenze etico-sociali. Il ruolo di zelante animatore gli viene riconosciuto dal critico G.Manacorda nel suo saggio:  “Letteratura italiana d’oggi. 1965 -1985” (Roma Editori Riuniti 1987), in cui dichiara che fra  gli anni Settanta ed Ottanta a Firenze si è concentrato il meglio dei gruppi e delle riviste che hanno dato vita ad una rinascita  del linguaggio lirico nel quadro della letteratura nazionale.

Con accenti autobiografici, Franco Manescalchi – Presidente dell’Associazione “ Pianeta poesia”- Centro di studi e documentazione con seminari e incontri d’Autore – nata nel 1991 – ha realizzato con questo libro un prezioso excursus storico-letterario nella veste di reportage memoriale, corredato da fotografie provenienti dal suo stesso archivio che registra l’avvicendarsi dei periodici che hanno segnato la civiltà letteraria, nominando  personalità che hanno operato in forza della convivialità dei talenti e delle mansioni  dal secondo dopoguerra ad oggi, fin dai tempi in cui la democratizzazione delle idee nell’interdisciplinarietà dei linguaggi si diffonde anche grazie all’utilizzo del ciclostile o quello artigianale delle macchine da stampa offset  prima dell’avvento dell’era digitale.

In occasione dell’evento espositivo – curato negli allestimenti  da Giovanna Lambroni e Rosanna Cuffaro – che rende omaggio a questo variegato panorama di contributi cartacei, ha avuto luogo un importante Convegno letterario promosso e presieduto dallo stesso F. Manescalchi, con i saluti istituzionali della Direttrice della Biblioteca Marucelliana Katia Bach, l’introduzione dell’ex Direttore  Roberto Maini, i significativi interventi di Marino Biondi (Univ.di Firenze), Giuseppe Panella ( Scuola normale superiore di Pisa), Lucilla Sacca’ ( Univ. di Firenze) sulle interferenze tra poesia ed arte negli anni ’60 e ’70, cui  è seguita un articolato dibattito nella Tavola Rotonda animata dalla testimonianza degli esponenti legati alla nascita ed alla divulgazione dell’esperienze editoriali delle riviste  stesse.

 Si sono succeduti, con il coordinamento del vicepresidente  di “Pianeta Poesia”Giuseppe Baldassarre, gli ulteriori interventi di relatori  quali Alfredo Allegri per “Collettivo r”; Mariella Bettarini per “ Salvo Imprevisti”; Annalisa Macchia per “ Gradiva” e “ “Pioggia obliqua”; Carmelo Mezzasalma per “Hellas”; Paolo Codazzi per “ Stazione di posta”;  Alessandro Bencistà per “Toscana Folk”.

  1. Manescalchi giovanissimo nel 1955 entra nell’agone letterario collaborando con la Rivista Cinzia (Carlo Galasso direttore) e dal 1963 al 1969 è stato redattore del trimestrale letterario “Quartiere” con l’amico poeta Giuseppe Zagarrio e Gino Gerola; fonda e redige il trimestrale letterario “Collettivo R”( 1969-1991) con Luca Rosi e Ubaldo Bardi; collabora con il periodico “Quasi”(1971) con Favati e Lanuzza;  dirige il mensile satirico Ca Balà (1978 -1980); fonda il trimestrale letterario “ Stazione di Posta” (1984 -2000); redattore dal 1980 di “Punto di incontro”; collabora alle pagine letterarie di periodici e quotidiani nazionali  tra cui : “Il Ponte”, “L’Unità”, “Paese sera”, “Salvo imprevisti”, “Pietraserena”, “Citta’ di vita”, “Tèchne”, “ il Portolano”; negli anni ’80 è stato membro della Segreteria Regionale Toscana e del Consiglio Nazionale del Sindacato nazionale  Scrittori; nel 1983 fonda e dirige con Massimo Mori la rivista “Ottovolante”, circuito internazionale di poesia; nel 1996  ha fondato con Alessandro Bencistà il Centro studi  Tradizioni Popolari Toscane ed il periodico Toscana Folk; attuale collaboratore della Casa Editrice Polistampa per le collane “Sagittaria” e  “Corymbos”.

Il suo ricco profilo di intellettuale, qui parzialmente evocato, viene ben sintetizzato dalle parole di Matteo Crimi che in Cultura commestibile n.49  (rivista settimanale online) definisce F.Manescalchi “…anima e memoria per la città di Firenze” nella ricchezza delle militanze culturali tra esoeditoria  ed editoria, individuando nel  Caffè Paszkowski e  nel Caffè letterario delle  Giubbe Rosse una sede di dibattito conviviale per i cenacoli culturali promossi  nell’onorare il potere salvifico della poesia nella sua prerogativa “interlocutoria” con il reale – per usare un termine caro all’amico Giuseppe Zagarrio cui è dedicato il libro in esame – verso una ricerca lessicale aperta  nel servire il dettato lirico.

Un riguardo particolare viene tributato alla Rivista “Hellas” (1979) che agisce nel terreno del connubio tra spiritualità del Mito e poesia, nella sequela al magistero di Mario Luzi, rivisitando il simbolismo europeo alla luce del Cristianesimo, il cui segretario di redazione è stato il noto poeta Giancarlo Bianchi, ad oggi  stretto collaboratore e segretario delle attuali iniziative ed eventi di “ Pianeta Poesia”, citato con sentito riconoscimento per il suo fattivo operare.

In continuità con la corrente di Poesia visiva di Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini  F.Manescalchi , sensibile  alla sconfinata sinestesia fra le Arti, si è  occupato negli anni di  rubriche di critica d’Arte ed in qualità di artista si  è dedicato alla Fotografia, pratica la Digital Art ed ha realizzato una serie di opere  grafiche,  a collage  e a dècollage in contiguità con il suo verseggiare lirico, richiamando in questo saggio la sintonia spirituale e cognitiva, nonché l’amicizia che l’hanno legato negli anni  ad illustri amici  artisti  del ‘900 Toscano con cui ha condiviso l’intima coesistenza  tra parola lirica ed immagine nei fattori icastici e multisensoriali:  Sirio Midollini, Pietro Tredici, Fernando Farulli, Vinicio Berti.

 

Giuseppe Panella SUL TAMBURO n.66

Franco Manescalchi, “Riviste di poesia del secondo Novecento a Firenze”

 

Quale è stato il ruolo di Franco Manescalchi nella cultura poetica del secondo Novecento a Firenze?

In che modo questo ruolo è stato centrale non cos’altro che a livello di testimonianza?

Il libro, attraverso la memoria evocata e ancora viva dei fatti, cerca di dare una risposta a questa domanda. Le riviste le cui vicende vengono riproposte ed evocate nel nucleo centrale del libro sono state parte importante della ricostruzione culturale del paese all’alba della caduta del fascismo e in vista della fondazione di una nuova coscienza morale e politica per l’Italia repubblicana appena nata. Nel primo dopoguerra, infatti, insieme alla continuazione di riviste già consolidate e nate in periodo fascista (L’Approdo di Carlo Betocchi, Letteratura di Alessandro Bonsanti, ecc.), sorgono e vivono, spesso come meteore, espressioni di gruppi ristretti di intellettuali e di scrittori che si pongono il compito di svecchiare la cultura provinciale fiorentina (e italiana), proponendo giovani autori, rilanciando correnti e personaggi apparentemente dimenticati, creando occasioni d’incontro e di amicizia letteraria.

Manescalchi ricorda qui i suoi esordi di operatore culturale e lo sviluppo progressivo della sua scrittura poetica: la rivista Cinzia, già classicista fin dal titolo (evoca sia la Luna cara ad Artemide che la donna amata da Properzio) fortemente voluta da Carlo Galasso che l’editava in proprio, Quartiere e Quasi, le riviste di Giuseppe Zagarrio in cui vennero coinvolti a vario titolo i principali letterati e artisti fiorentini, Tèchne, rivista passata al ciclostile della proposta underground della poesia visiva del non troppo compianto Eugenio Miccini, Hèllas nata dai ripensamenti di Carmelo Mezzasalma, Stazione di posta, frutto dell’epico sforzo di Paolo Codazzi di incidere su una realtà solo apparentemente scossa dai tentativi di mobilitazione del gruppo di Ottovolante, Salvo Imprevisti (poi L’area di Broca), l’espressione più matura della proposta poetica di Mariella Bettarini… Nel compilare la sua autobiografia culturale, Manescalchi scrive insieme a quest’ultima la biografia di una città e delle sue vicende poetiche, un “diario di bordo” intenso e forse un po’ straziato. Emergono situazioni e autori di spessore: il ruolo di Mario Luzi, ad es., viene messo in evidenza attraverso la sua partecipazione all’attività di scoperta di nuovi autori e di nuove tendenze poetiche (è il caso del suo allievo senese Mario Specchio ma anche di molti altri meno noti).

Allo stesso modo, riviste come Pietraserena (voluta dall’ottimo Valter Nesti) o Titus (diretta da Filippo Nibbi) o Ca Bala’ dove lo scrittore esercitò lungamente la sua abilità (e la sua lucida cattiveria) di feroce epigrammista (attirandosi le reprimende di Pier Paolo Pasolini prima e di Walter Siti poi) sono significative per la forza che ebbero di agitare acque culturali stagnanti fino ad allora rimaste troppo a lungo ferme e inerti, riposanti su se stesse.

Ma il libro di Manescalchi invita e forse costringe con le osservazioni che contiene anche a riflessioni più generali sul destino della poesia in Italia.

Infatti, le riviste di cui il libro si occupa non erano diffuse o stampate in grandi tirature, circolavano in ambienti ristretti, non erano conosciute dal grande pubblico, eppure hanno inciso in maniera notevole sulla formazione della coscienza culturale italiana nel periodo del dopoguerra e sicuramente anche molto oltre. Il loro compito storico è stato quello di illuminare di luce radente la crescente necessità di una democratizzazione dell’agire poetico rispetto alla ristretta dimensione di nicchia in cui era precipitato con la grande stagione dell’ermetismo. Gli autori del secondo dopoguerra italiano, i più famosi e citati nelle antologie successive, si erano da sempre presentati come i custodi dell’ortodossia poetica e selezionato i poeti a loro successivi come loro eredi designati – lo sforzo delle riviste era stato, invece, quello di allargare l’area dei lettori e anche dei possibili autori in un tentativo di rendere più popolare la poesia come genere letterario. Compito spesso improbo e non sempre coronato dal successo, quest’ultimo – ma degno di essere tenuto in considerazione non foss’altro perché è stata l’occasione finale di una riscossa della pratica poetica rispetto all’omologazione successiva ed incombente. La sconfitta non è stata comunque solo e soltanto da attribuire ai protagonisti di quell’epoca.

La storia degli esperimenti riportati nel libro di Franco Manescalchi è, quindi, la storia di un’aspirazione a incidere nella vita di una città culturalmente viva ma spesso tentata dal rinunciare a mettersi in discussione sotto l’aspetto dell’innovazione e della trasformazione sperimentale dei paradigmi stilistici e poetici precedenti.

Il superamento dell’ermetismo, la nascita della poesia visiva, la ricerca linguistica (spesso collegata in maniera importante alla dimensione pittorica e delle arti plastiche), l’uso della poesia in chiave di ricerca culturale totale, la dimensione dell’impegno civile sono tutti aspetti che hanno caratterizzato quella stagione del secondo dopoguerra.

Manescalchi l’attualizza riportandola al confronto con il più magro presente e vi si immerge come un palombaro alla ricerca delle perle nascoste sul fondo del mare per riportarle alla luce.

Il suo merito è appunto questo, aver mantenuta accesa e attiva la fiaccola della memoria e non essere mai venuto meno al suo compito di attore e/o di testimone.