PREMESSA

Franco Manescalchi è presente in storie letterarie e saggi storici di Giuliano Manacorda (Editori Riuniti), Silvio Ramat (Rebellato), Stefano Lanuzza (Spirali e D’Anna), Pier Paolo Pasolini (Mondadori), Giuseppe Zagarrio (Mursia e Bastogi), Marco Marchi (Stazione di Posta), Gino Gerola (Longo e Cronorama), Giorgio Barberi Squarotti (Lucarini e Utet), Francesco De Nicola e Raffaele Pellecchia (Di Mambro), Franco Fortini (Laterza), Alberto Frattini (Bastogi), Elisabetta Mondella (Milella), Daniela Marcheschi (Marcos Y Marcos), etc.
È incluso in antologie storiografiche, di area, di tendenza o tematiche, curate da Mario Lunetta (Newton Compton), Giuseppe Zagarrio (La Nuova Italia), Marcello Conti e Lamberto Pignotti (Campanotto), Agata Italia Cecchini (Editalia), Fabio Doplicher (Quaderni di Stilb), Luciano Luisi (Newton Compton), Pietro Civitareale (Olifante), Guido Ballo (La Pergola), Giuliano Manacorda (Empiria), Sangiuliano (Florida), Stefano Mecatti (Le Lettere), Antonella Cini (Ecig), Francesco De Nicola e Giuliano Manacorda, (Caramanica) etc.
Sue poesie sono apparse in riviste come «Letteratura», «Galleria», «Quartiere», «Quasi», «Anterem», «Prospetti», etc.
Tesi di laurea di Silvia Asoli sulla sua attività e la sua poesia, La Sapienza, Roma, anno accademico 1987-1988.
Giurie presiedute e composte da studiosi e poeti come Giacomo De Benedetti, Roberto Longhi, Giorgio Caproni, Mario Sansone, Giuliano Manacorda, Giorgio Luti, Ugo Fasolo, Massimo Grillandi, Enrica Collotti Pischel e Walter Pedullà, Raffaele Nigro gli hanno assegnato i seguenti primi premi.
Per la poesia inedita: Alpi Apuane, Massa 1963; Lentini – sonetto, Agrigento 1964; Critica poesia, Lanciano 1967; La spiga d’oro, Rovigo 1970; Università di Padova, Padova 1971; Romena, Arezzo 1980; Bari – Palese, 1994.
Per il libro edito: Alte Ceccato, Vicenza 1971; Gatti, Bologna 1972; Ragusa – Anni Settanta, 1977; Camaiore; Marisa Priori, 2001; Adelfia, 2001.
Per gli studi sulle tradizioni popolari: Viareggio 1974 (finalista); Pozzale (premio speciale), Empoli 1986.
Per la monografia sul Movimento operaio e discriminazione in fabbrica (Firenze 1943 -1960) premio Vittoria Giuliani Sostegni – I diritti e le lotte per la libertà, Folgaria 1998.
Dall’Associazione Manna (Roma) premio Fiore di roccia – Omaggio alla carriera 2000.

LA NEVE DI MAGGIO

La neve di maggio comprende tre stagioni umane e letterarie. La prima, fra il 1955 ed il 1965, è documentata dalle Poesie giovanili che comprendono una trilogia: Città e relazione, 1960; L’età forte, 1962; La macchina da oro, 1964. In questi quaderni, editi da Quartiere, è espresso il tema dell’inurbamento e della sua problematica individuale e storica.
La seconda, fra il 1966 e i11980, è documentata dalla trilogia Il paese reale, 1970; La nostra parte, 1977; Il delta degli anni, 1981. In questi quaderni, editi da Collettivo R, è espressa la “resistenza” dall’interno dell’alienazione del sistema neoindustriale.
La terza, fra il 1980 e il 1995, è documentata dalla trilogia Le scapitorne, 1987; Aria di Confine, 1991; La casa delle comete (inedito, in cui è reinserita una scelta da Aria di confine). Questi ultimi quaderni esprimono le dissolvenze di un mondo che si rigenera e motiva nell’azione poetica.
Tre fasi del secondo Novecento, della storia del “secolo breve”, tre stagioni di una “vita d’uomo”, tre cicli letterari diversi ma connessi da una loro interna progressione.

NOTA INTRODUTTIVA (BILANCIO CRITICO PER UN’ANTOLOGIA POETICA)
Inedito

Nella collana “Sagittaria” delle Edizioni Polistampa di Firenze, destinata a raccogliere testi poematici o antologici “di poeti significativi del nostro tempo”, è uscita una corposa antologia di Franco Manescalchi, che rispecchia i tre momenti fondamentali del suo itinerario: il primo, col tema “dell’inurbamento e della sua problematica individuale e storica”, comprende la produzione giovanile (Città e relazione del 1960, L’età forte del 1962 e La macchina da oro del 1964); il secondo testimonia “la resistenza dall’interno dell’alienazione del sistema neo-industriale” (Il paese reale del 1970, La nostra parte del 1977, Il delta degli anni del 1981); il terzo riassume “le dissolvenze di un mondo che si rigenera e motiva nell’azione poetica” (Le scapitorne del 1987, Aria di confine del 1991, La casa delle comete, inedito). Nel complesso, sono “tre cicli letterari diversi ma connessi da una loro interna progressione”, corrispondenti a “tre fasi” della linea evolutiva riscontrata nell’assetto sociale, ma colte nei riflessi della coscienza di un uomo-poeta che vi si cala totalmente, con animo ora stupito ora turbato.
Di qui si può subito comprendere come e quanto, in Manescalchi, siano legate tra sé biografia, poesia e società. Sarà utilissimo, per questo, dare un sia pur fuggevole sguardo al suo “curriculum vitae”.
Nato a Firenze nel 1937, appena diciottenne Franco Manescalchi entra nella redazione di “Cinzia”, diretta da Carlo Galasso in collaborazione con Frattarolo, Laurano e Tecchi. Si avvia ben presto alla poesia e alla critica d’arte “frequentando alcuni fra i maggiori artisti fiorentini”. Nel 1963 entra nella redazione di “Quartiere”, la rivista di Zagarrio e Gerola che partecipa attivamente al dibattito culturale del tempo. Ma nel ‘69, sotto la spinta dei mutamenti in corso, passa a “Collettivo R”, una rivista in ciclostile che si batte per un nuovo rapporto tra cultura e società. Con altri amici si fa promotore di doposcuola popolari sul modello della esperienza di Don Milani. Dirige il periodico satirico “Ca Balà”; con Paolo Codazzi fonda il periodico “Stazione di Posta”, e con altri “Ottovolante”. Nel 1992 istituisce una “Libera cattedra di poesia”, una sorta di laboratorio di “scrittura creativa”.
Pur coinvolto tra tante iniziative di ordine pratico, Manescalchi non smette mai di coltivare la sua passione per la poesia: pubblica le otto raccolte poco sopra citate, cura antologie, traduce poeti di lingua ispano-americana, scrive saggi e note varie. Una presenza dunque, la sua, tra le più vigili e attive, sia sul piano creativo che sul piano del dibattito culturale.
E c’è da dire, inoltre, che in poesia, come dimostra l’apparato critico aggiunto al volume, egli ha goduto di riconoscimenti e apprezzamenti sempre più incoraggianti lungo il suo cammino, a partire dalla raccolta d’esordio, in cui Zagarrio vide già un “maturo autocontrollo della ricerca e dei limiti”. Nella seconda raccolta, pur non sfuggendo “a suggestioni della scuola ermetica di Firenze”, secondo Frattini, appare più evidente la sua “tendenza a un linguaggio medio, familiare, di confessione e di testimonianza”, rivolta a contestare “un modello di vita e di società strumentalizzate dal consumismo, dall’industrializzaaione e dall’etica del profitto”.
Con la terza raccolta Manescalchi compiva una più marcata rottura col modello di certo neo-lirismo degli anni ‘60, talché Silvio Ramat poté intravedervi una sorta di “caduta di stile” mentre altri vi scorsero “una più ricca dimensione” (B. Pento), una più ardita “spericolatezza” (E. Isgrò, “Gazzettino Veneto”, 5 ottobre 1965) poichè egli “affila una buona lama poetica, con la quale bisognerà fare i conti” (Gianni Toti, “Paese Sera”, 21 agosto 1960).
Col poemetto Il paese reale Manescalchi prosegue il suo cammino in autonomia sia dai “neo-lirici” sia dai “novissimi”: se Pasolini dà l’impressione di voler elaborare una sua “poetica sperimental-crepuscolare” (cfr. “Nuovi Argomenti”, gennaio-marzo 1971 ); a giudizio di molti altri, egli sottolinea un più stretto “rapporto fra ideologia e poesia” in un clima di tipo resistenziale, nel senso più umano e naturale (A. Frattini, Icit.); non soccombe agli “stilnovismi neo-avanguardistici” e al “nientificante pragmatismo” (G. Manacorda, “L’Argine Letterario”, marzo 1971), anzi denuncia “l’urto con la realtà, il dolore sociale, l’angoscia del tempo alienato (i giorni orizzontali), l’ingiustizia e l’oppressione che ancora degradano l’uomo” (G. Amici, “Corriere dell’Adda”, 26 febbraio 1972).
La trilogia della seconda stagione della poesia di Manescalchi si chiude con Il delta degli anni, un “libro di sintesi” e anche di nuove aperture, in cui l’autore appare come “un poeta d’atmosfere”, capace di passare “da un’invettiva a un abbandono scorato” (A. M. Moriconi, “Il Mattino”, 27 aprile 1982), senza cedimenti a “facili avanguardismi” in quanto legato “a vive esigenze di comunicazione” (G. Gerola, “Toscana qui”, 4 aprile 1982), anche se si muove sempre “nell’area di una riottosa rivolta ( …) per cercare nel profondo della dissoluzione qualche scaglia di luce che riesca a proteggere l’illusione della vita” (G. Pandini, “Messaggero Veneto”, 1983), con l’intento di far uscire la poesia “dall’ambito tragicamente solitario di una condizione espressa come topos assoluto di assenza, per attestarla sulla coscienza e conoscenza della realtà di tutti i giorni” ( P. Civitareale, “Oggi e Domani”, dicembre 1982).
Il passaggio dal secondo al terzo momento è segnato da due libri di “viaggio”, metaforico: “un percorso in dialetto nella memoria contadina”, con Le scapitorne, ed “un approdo nel mito del Sud”, con Aria di confine. Il primo, “in calata fiorentina”, è un “viaggio ironico e mesto, ma non meno vigoroso, attuato sul palinsesto di una storia contadina e di un esodo che assurge a emblema di tutta una generazione, la generazione dei costruttori senza storia” (W. Nesti, introduzione al volume). Il secondo viaggio disegna “un percorso dall’elegia privata alla visitazione del mito mediterraneo del sud ed in particolare della Basilicata”, alla ricerca di un “pezzo di terra dell’infanzia e poi della maturità che gli ha creato quel paradiso artificiale di cui è orgoglioso e che costituisce il motivo, la molla della sua esistenza” (U. Bardi, “La Voce Repubblicana”, 18-19 luglio 1991).
Per una valutazione complessiva, si può ripetere con Barberi Squarotti che Franco Manescalchi, nel tempo, “si è mantenuto fedele al doppio registro della riflessione politica e civile, con un’ombra sempre più vasta di malinconia col trascorrere degli eventi storici e col dissolversi delle utopie e delle ideologie, soprattutto a sinistra, e della confidenza personale, del colloquio con gli amici e i compagni, in famiglia, alla ricerca sempre più difficile di una speranza” (cfr. Storia della civiltà letteraria italiana, Utet, Torino 1996).
Per ampliare e approfondire sul piano dei principi teoretici, diremmo con Franco Fortini che Manescalchi ha operato nell’ambito di uno “sperimentalismo dialettico”, secondo cui la poesia ha “dentro di sé le sue giustificazioni”, ma trova “ancora fuori di sé le sue tentazioni”, poichè essa “non può e non deve in alcun modo prescindere” dall’umano, cioè dal reale, “a meno che non vogliamo spingerci nei territori del silenzio, dei solipsismi, delle evasioni”.
Risponde pienamente a questi principi anche la densa silloge di inediti con cui si conclude l’antologia: s’intitola La casa delle comete e comprende testi scritti nel periodo 1981-1995, gli anni in cui culmina l’esperienza umana del poeta, che finisce come per riassumersi e riesprimersi in una sorta di “autoritratto interiore”. Vi predomina, pertanto, la confessione autobiografica: “fui ragazzo in un’altra stagione / con la fame segnata sul viso / ed in cuore una pietra che canta / che cantava un futuro deriso” (Plettro); “per noi che volevamo il socialismo / la vita era una rosa senza stelo / in un’aria di neve che (ricordo) / gelava la speranza” (Senza la rosa); “…e la mia collera / urta – come la tua – dentro una bolla d’aria” (Perchè, a Ferdinando Farulli); “sono un albero carico di neve / che molto presto si discioglierà / sino all’ultima foglia” (Vene di neve nera); “Mi viene spesso un pianto forte e scuro, / un pianto che mi spegne le parole / ed io mi sento asciutto come un muro, / come un cane disteso muto al sole” (Un futuro antichissimo).
La sezione che presta il titolo alla raccolta, nel suo insieme, contiene testi in stile epistolare, indirizzati a persone care: come ad un’amica che vive nel Sud ed ha “occhi grandi che portano al mare – misura perfetta del nostro perire” (Come una lettera); oppure per confessare di sentire “il morso bruno di antiche radici”, prigioniero di una città illuminata che “è un cimitero / a cui non porto fiori” (Altra lettera); di non essere felice, ma nemmeno infelice, giacche “intorno rifioriscono le cose / che non videro nascere e che presto / mi vedranno morire” (Risposta).
A volte il poeta sente d’essere come “la nube che trascorre in alto / nel tuo cielo lontano”; oppure d’essere un uomo che vive e che fa vivere, anche se spesso gli accade di non essere più niente, “proprio niente” (Nugae), essendo come “appoggiato al limite di un buio”, mentre una voce gli mormora dentro “come un fiume palpitante di luce”, che emana dal sorriso della donna amata e sempre “dal fondo della notte” lo guiderà “verso una sponda chiara” (Fine di tutto).
Tra le persone più care, naturalmente, vi sono la madre, il padre, la moglie, la figlia, e la loro presenza è insistente soprattutto nella terza e quarta sezione dell’ultima silloge, ma senza mai assumere accenti pateticamente intimistici e toni sia pur vagamente celebrativi: al padre, ad esempio, il poeta confessa di dover “certezze leggere / nel varco del Tempo (…) e l’essere nudo e sconfitto / di fronte al destino” (In un canto); la madre poi, ricorda, “piccola donna di antiche abitudini”, gli ha insegnato soprattutto “come tramare un ricamo di stelle / con 1’uncinetto del proprio dolore”; a moglie e figlia sembra voler chiedere perdono di non poter lasciare altra eredità che “un tesoro di mente”, in cui soltanto “miniere d’angoscia scintillano”(L’enigma dell’alba, a Laura e Mary).
Avviandoci alla conclusione, vogliamo ricordare una bella e lunga lettera, riprodotta in appendice tra le pagine critiche, in cui Oreste Macrì accosta Franco Manescalchi ai grandi poeti ermetici meridionali (Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, il primo Quasimodo), ma anche a Machado “andaluso” e all’autentico “Gabriele primitivo”. A noi francamente sembra un po’ una forzatura, poiché la poesia di Manescalchi nasce proprio in polemico contrasto con l’esperienza ermetica, con quella almeno che si ridusse ad un puro “esercizio di retorica”. Crediamo, a tale proposito, che abbia colto più nel segno Rosa Maria Fusco nel rilevare che, con 1’ultimo libro edito, senza discostarsi sostanzialmente dai precedenti, Manescalchi ha dimostrato “come la poesia possa essere ancora scritta in modo chiaro, in modo d’altronde anche suggestivo, e possa raggiungere il lettore e comunicare tutti i suoi contenuti, senza rimanere al di qua delle possibilità d’interpretazione della gente comune” (cfr. vol. Amicizia e cultura, Tursi, 1982-1992). E per quanto riguarda la visione d’insieme, dell’uomo e della sua storia, altrettanto bene ha fatto Giuseppe Baldassarre, nelle sue note conclusive al volume antologico, là dove rileva che Franco Manescalchi ha percorso finora il suo sentiero, sul piano umano e poetico, “con una fede razionale, culturale e affettiva, sulla fantasia e sul desiderio di miglioramento personale e comune”.
Aggiungeremmo, da parte nostra, solo una riflessione: una fede che si ostina ad essere viva, nonostante l’amarezza subita dagli eventi storici, nonostante la forte delusione per il crollo di tanti ideali, nonostante il senso di sconfitta negli impegni per la lotta quotidiana della vita.

Vittoriano Esposito

BIBLIOGRAFIA DELLA CRITICA SULLA POESIA:

Giovanili, 1960-1964:

  • Adriana Noferi, “Cynthia”, numero 4-5, 1962
  • Giuseppe Rosato, Dimesioni, numero 5, 1962
  • Silvio Ramat, L’intelligenza dei contemporanei, Rebellato editore, Padova, 1968
  • Bortolo Pento, “Galleria”, Caltanissetta-Roma, n. 4-5, luglio-ottobre 1964
  • Emilio Isgrò, “Gazzettino veneto”, 5 ottobre 1965
  • Gianni Toti, “Paese sera”, 21 agosto 1964

Il paese reale, 1964-1970:

  • Pier Paolo Pasolini, Cos’è un vuoto letterario numero 21 di “Nuovi Argomenti”, gennaio-marzo 1971
  • Giancarlo Ferretti, “L’Unità” del 26 marzo 1971
  • Gianni Toti, su “Paese sera” del 27 agosto 1971
  • Giorgio Fontanelli, sul “Telegrafo” del 27 marzo 1971
  • Gino Nogara, sull’“Avvenire” del 12 settembre 1971
  • Alberto Frattini (op. cit.)
  • Giuliano Manacorda, su “L’argine letterario” del marzo 1971
  • Gualtiero Amici, sul “Corriere dell’Adda” del 26 febbraio 1972
  • Giuseppe Zagarrìo, in “Aut” del 5 settembre 1972 e poi in Febbre, furore e fiele, Mursia, Milano, 1983
  • Franco Fortini, in I poeti del Novecento (Letteratura italiana, Laterza, Bari, 1977)
  • Giorgio Barberi Squarotti e Francesco Spera, in Letteratura italiana contemporanea (diretta da Gaetano Mariani e Mario Petrucciani), Lucarini, Roma, 1982

La nostra parte, 1970-1977:

  • Rolando Certa su “Impegno 70”, 12/18, 1974-75
  • Massimo Grillandi, su “L’osservatore politico letterario” del giugno 1977
  • Stefano Lanuzza. Sul periodico “Prospetti” e nell’Apprendista sciamano, edito nel 1979 da D’Anna, Messina-Firenze
  • Ugo Reale “L’Avanti” del 20 febbraio 1977
  • Francesco Muzzioli, “L’Unità” del 27 aprile 1977
  • Giancarlo Pandini, “Messaggero veneto” del 18 marzo 1977
  • Antonio Basile, “Prospetti”, n. 48, dicembre 1977
  • Giuliano Manacorda, “Rapporti”, n. 12-13, marzo/giugno 1977
  • Alberto Frattini (da Inchiesta sulla poesia, Bastogi, Foggia, 1979)

Il delta degli anni, 1970-1981:

  • Alberto Mario Moriconi, “Il Mattino” del 27 aprile 1982
  • Rodolfo Di Biasio, “Italian Quarterly”, XXV, 1994
  • Gino Gerola, “Toscana qui” del 4 aprile 1982
  • Giancarlo Pandini, “Messaggero veneto”, 1983
  • Stefano Lanuzza, “Il Ponte”, n. 9 del settembre 1982
  • Si deve a Pietro Civitareale, “Oggi e domani” n.12, Pescara, 1982
  • Giuseppe Zagarrìo, su “Il Ponte”, n.7-8, luglio-agosto 1982
  • Antonio Lotierzo e Giuseppe Settembrino, numero 4 di “Nodi”, 1982
  • Giuseppe Zagarrio, Febbre furore e fiele, Mursia, Milano, 1983
  • Maria Grazia Zamparini, su “La rosa”, n. 11-12, gennaio 1989
  • Aldo Olati, su “Fermenti”, n. 1-3, gennaio-marzo 1986

Due viaggi (Le scapitorne, Aria di confine), 1982-1991:

  • Guido Garufi, su “Punto d’incontro”, n. 4-7,1987
  • Liana De Luca su “L’eco di Bergamo” del 19 agosto 1987
  • Luciano Cherchi su “Il punto”, n. 1, 1988
  • Carlo Lapucci sulla poesia e sull’uomo, su “Toscana oggi” del 5 luglio 1987
  • Daniele Giancane, su “La Vallisa”, n. 18, dicembre 1987
  • Paolo Codazzi su “Stazione di Posta”, n. 14-16, aprile 1987
  • Gino Gerola, in La maschera e la metamorfosi, forme della poesia degli ultimi venti anni, edizioni Università popolare, Ragusa 1977
  • Ubaldo Bardi, su “La voce repubblicana” del 18-19 luglio 1991
  • Rosa Maria Fusco, in “Amicizia & cultura”, Tursi 1982-1992, ed. Ottomano, Tursi 1994
  • Giorgio Barberi Squarotti, in Storia della civiltà letteraria italiana, Utet, Torino, 1996
  • Daniele Giancane, “La vallisa”, n. 29 dell’agosto 1991

La neve di maggio, 1959-1995 :

  • Alma Borgini ,su www.novecentopoesia.it
  • Redazionale, Edison square Librerie Giubbe Rosse, luglio/agosto 2001
  • Laura Maria Gabrielleschi, Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002
  • Giuliano Manacorda, I limoni nel 1999 e nel 2000, Caramanica editore
  • Luigi Fontanella,Gradiva, number 20/21, Fall 2001/Spring 2002
  • Renato Nisticò, Il Ponte, anno LVIII n.12, dicembre 2002
  • Renzo Ricchi, Nuova antologia, luglio-settembre 2001, fasc.2219
  • Gino Gerola, Dialogica , semestrale di riverca e culture letterarie, n° 1, agosto 2001
  • Gino Gerola, Lungostrada, Longo
  • Guerino Levita, Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002
  • Stefano Lanuzza, Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002
  • Achille Serrao, Periferie, luglio-settembre 2001 n° 19
  • Francesco Graziano, Il filo rosso, 34/2003
  • Elio Andriuoli, Vernice n° 24/25, maggio 2003
  • Giuseppe Panella, Erba d’Arno, primavera estate 2001 n° 84-85
  • Fornaretto Vieri, Città di vita, settembre-ottobre 2001
  • Angelo Lippo, Il corriere del giorno, mercoledì 20 marzo 2002
  • Innocenza Scerrotta Samà, Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002
  • Anna Maria Guidi, Da Il Portolano, n. 47/48, luglio/dicembre2006

La selva domestica, 1956-2006:

  • Marco Marchi, Prefazione a La selva domestica
  • Annalisa Macchia, La selva domestica di Manescalchi, Erba d’Arno, n.124/125, primavera/estate 2011
  • Giuseppe Panella, portale on line Retroguardia, 13 febbraio 2012
  • Renzo Ricchi, Nuova Antologia, giugno 2011
  • Mariagrazia Carraroli, inedito

SELEZIONE DELLA CRITICA:

Le opere giovanili (Città e relazione, L’età forte, La macchina da oro), 1959-1964

Città e relazione è il primo quaderno di poesia di Franco Manescalchi. Esce per le edizioni Luigi Leonardi di Bologna nel 1960, nella collana Presenze diretta da Giuseppe Zagarrìo. Una collezione di giovani emergenti in quegli anni.
Nella introduzione Zagarrìo scrive: “La sua giovane esperienza è anche la sua poesia, di pura captazione fattuale del mondo. È perciò sintesi del rapporto soggettivo-intersoggettivo e insieme maturo autocontrollo della ricerca e dei limiti”.
Appare poi sul quotidiano “La Nazione” una nota siglata E. M. e titolata Poeti di Quartiere. Il giudizio sull’autore: “Si sente la lezione di Montale e della sua affascinante sintassi, ed è già manifesta la bravura con cui Manescalchi si muove nel calcolato spazio del verso”.
Sul numero 4-5 del 1962 di “Cynthia” Adriana Noferi scrive: “Si deve notare un impegno sincero e profondo, cosa che non solo è già rara in questi tempi di vacuità e di facilità, che può preludere a future realizzazioni veramente positive”.
Nel 1962 esce, per le edizioni di Quartiere di Firenze, il secondo quaderno di poesia, L’età forte, che trova giudizi molto positivi nella critica militante.
Giuseppe Rosato, sul numero 5 del 1962 di “Dimensioni”, una rivista di gruppo edita a Lanciano: “La poesia di Manescalchi è pienamente dentro la linea fiorentina, pur completandosi in proprio dei caratteri di una peculiare fiorentinità, geografica e sentimentale, che sono poi le componenti complementari di una visione ancor quasi georgica della realtà (Manescalchi è di famiglia contadina), sempre tuttavia nella chiara consapevolezza di quale sia il punto di rottura, ossia il limite della contemplazione e l’inizio della denuncia e della protesta. Protesta, aggiungiamo, tanto più valida quanto più contraddistinta da una compostezza che ci pare il segno dell’appassionato dolore, alla cui espressione giovano il ritmo serrato e pieno della verseggiatura, la fedeltà quasi assoluta all’endecasillabo, la sospensione drammatica di certe chiuse”.
Gino Gerola, nell’introduzione, propone una lettura attiva dall’interno della tradizione: “Il punto d’inserimento nella storia, come si diceva, per l’autore nasce qui, da questo mondo che egli scopre, studia e soffre ex imo con partecipazione piena e affettuosa. I ricordi della guerra e delle sue tragedie, la realtà della società industrializzata con i suoi drammatici corollari, si avvertono solo per cenni, nella raccolta, brevi sintomi che ancora non raggiungono il centro d’interesse del poeta. E a tale posizione è coerente il linguaggio formulato da Manescalchi; un linguaggio che accetta le nuove esigenze fin dove esse lasciano intatto l’equilibrio al quale era giunta la poesia anteguerra. Fedeltà a se stesso quindi e alla propria struttura umana e culturale, perseguita anche a costo di più vistosi consensi”.
Concludiamo con un commento di Alberto Frattini (da Inchiesta sulla poesia, Bastogi, Foggia, 1979) che fa da ponte fra L’età forte ed il quaderno successivo, La macchina da oro: “Fiorentino di nascita e di formazione neppure Manescalchi sfugge a suggestioni della scuola ermetica di Firenze, anche se già nella seconda raccolta si afferma quella tendenza a un linguaggio medio, familiare, di confessione e di testimonianza, che prevale nella successiva silloge (La macchina da oro), dove la contestazione di un modello di vita e di società strumentalizzatte dal consumismo, dall’industrializzazione e dall’etica del profitto trova più duri e taglienti registri”.
La macchina da oro, uscito ancora per le edizioni di Quartiere nel 1964, è un testo di rottura con una serie di conseguenze stilistiche e tematiche che divisero la critica.
Silvio Ramat, ad esempio, scrisse un saggio uscito prima sul quotidiano “La Nazione” e raccolto poi nel volume L’intelligenza dei contemporanei, Rebellato editore, Padova, 1968, in cui espresse molte riserve per una provvisoria “caduta di stile” rispetto al modello neolirico. “Se proprio di stile, a questo punto, si è registrato una perdita, nulla ci spinge a negar fiducia a chi altra volta si è rivelato in possesso di qualità spiccate di educazione formale e sentimentale. La macchina da oro, nella vicenda personale di Manescalchi, sarà appena uno di quei gradi opachi, di cui una storia può anche segretamente arricchirsi più che non si creda”.
Bortolo Pento, in “Galleria”, Caltanissetta-Roma, n. 4-5, luglio-ottobre 1964, entra nel merito di questi arricchimenti: “La lezione ermetica ha fruttificato. Lo si avverte nel modo nuovo con cui gli oggetti vengono accostati fra loro, nella reperibilità di sempre nuove relazioni tra i dati della realtà, nella inesausta propensione a rinvenire nelle cose del mondo storico e naturale sottili nessi metafisici, che finiscono per conferire alla concretezza dell’esperienza sensibile una nuova e più alta significazione, una più ricca dimensione […] Accanto ai tratti distintivi e comunitari, e in certo senso “egualitari”, della scuola (questa corrente di moderata neoavanguardia), sono reperibili anche gli elementi in cui meglio si riconosce la privata indole e insomma la personalità umana e poetica del giovane scrittore fiorentino: un dono di fantasia alacre e snodata, un’emotività lucida che, in uno con la precedente virtù, ha la possibilità di manifestarsi con più probante efficacia di lirici risultati nella tematica amorosa, domestica e paesistica […] Piega anche sovente all’aggrottato scandire dell’ironia storico sociale; ed emette alcune volte suoni e clausole di satira che paiono riecheggiare il maggiore nostro poeta satirico in lingua dell’Ottocento, il toscano Giusti”.
Emilio Isgrò, sul “Gazzettino veneto” del 5 ottobre 1965, sottolinea l’aspetto della novità lirico-ironica: “Un’aria di giovinezza corre in questo libro… in questo caso, è chiaro, la parola giovinezza non è posta come un limite; ma, piuttosto, come il segno caratteristico di un poeta che fa della spavalderia e della spericolatezza la sua bandiera. Manescalchi predilige i ritmi aperti e variabili della ballata, per calare in essi tutta la sua esperienza del mondo. Non si allontana da una concezione istituzionalizzata della poesia, ma gioca felicemente sul baratro della non-poesia, cioè della realtà bruta (per anime candide), con i suoi juke-boxes, con i supermarket, con i suoi emblemi violenti. Manescalchi, per quanto lo riguarda, ne è attratto e respinto”.
Gianni Toti, su “Paese sera” del 21 agosto 1964, nota un progress non ancora liberato dalla tradizione neolirica, ma dà atto di una crescita complessiva non facile nel clima iconoclastico delle avanguardie: “con la discrezione delle cose serie, si affila così una buona lama poetica, con la quale bisognerà fare i conti come già si è costretti a fare con gli impietosi saggi che Manescalchi continua su Quartiere a dedicare agli stakhanovisti del successo […] Il giovane poeta è andato avanti nel suo lavoro, si è quasi del tutto liberato dal gusto antiquario per i lemmi aspri di certe parlate che stavano a simboleggiare una resistenza contadina alla nuova retorica urbana […] La versificazione di Manescalchi è tuttora fondata su ritmi brevi, cesure rapide, quinari, senari, settenari, molto spesso con lo scatto dell’endecasillabo finale e mimèsi leopardiane liberate dalle letture montaliane”.

Il paese reale, 1964-1970

Fra il 1964 ed il 1970 l’autore dedica il suo impegno alla stesura di un poema, Il paese reale, apparso nei quaderni di “Collettivo R”, un periodico ciclostilato da lui ideato e fondato. Su questo poema, vincitore nel 1971 dei premi Alte Ceccato di Vicenza e Gatti di Bologna, si esprimono alcuni fra i maggiori intellettuali del tempo.
Pier Paolo Pasolini gli dedica l’editoriale Cos’è un vuoto letterario del numero 21 di “Nuovi Argomenti”, gennaio-marzo 1971. Nell’ampio articolo teorizza l’impossibilità di fare poesia per chi non abbia vissuto le precedenti esperienze generazionali ed attribuisce all’autore una poetica sperimental-crepuscolare: “I ricordi della lotta recente e, mettiamo, l’immagine di Che Guevara, si son fatti… crepuscolari! Cito da “Il paese reale” di un ragazzo, Franco Manescalchi (edito secondo l’esigenza vigente da certo Collettivo R); con i suoi bravi teppismi linguistici dell’irrisione della neoavanguardia ludica, mescolate, col massimo candore, alle più serie professioni di fede e di impegno marxista”.
Giancarlo Ferretti su “L’Unità” del 26 marzo 1971 sottolinea i caratteri di una trasgressione interna al contesto letterario: “Le poesie a stampa di Franco Manescalchi […] ripropongono – con più cultura, modernità formale e coscienza di una situazione precaria – il riassorbimento di una problematica storico-politica nei termini di un destino privato”.
Gianni Toti, su “Paese sera” del 27 agosto 1971 risponde direttamente alla lettura, dettata da polemica generazionale, di Pasolini: “Franco Manescalchi non è un ragazzo come l’ha visto Pier Paolo Pasolini […] Perché non leggere invece con spirito di critica militante non stroncatoria la consapevole ironia delle anafore e delle citazioni? “Del nostro grande amore mi chiedi cosa fu”: comincia così il libretto, ma è già in questa andatura di ballata popolaresca messicana che la ironia linguistica si esprime per precipitare poi nei colpi d’accetta lessicali, nella ri-combinatorietà delle parole fatte a pezzi e ricucite… Poca violenza, poca trasgressione forse (la “intima autosufficienza e ben munita separatezza” che imputa Ferretti). Ma anche un impegno tenace di lavoratore del linguaggio”.
Giorgio Fontanelli, sul “Telegrafo” del 27 marzo 1971 offre una chiave di lettura essenziale per decriptare il rapporto fra ideologia e poesia: “Quando sull’opera di Brecht sarà passato più tempo, è probabile che sempre meno egli appaia come il cantore della certezza socialista. Più tempo sarà passato, più egli apparirà il testimone di una civiltà (quella occidentale) in piena crisi, della quale ha saputo farci vedere e odiare tutte le carenze, prima fra tutte la incapacità di capire che l’ultima sua salvezza sarebbe nel socialismo: e tuttavia, senza che mai la sua voce si riscatti dalla tragedia e approdi all’ottimismo. Da qui un senso di frustrazione e di impotenza, aggravato dalla nostalgia di un’età irrecuperabile, in cui la poesia – nel suo incosciente cantore – poteva ancora cantare donne e tramonti, mentre l’ira pur santa contro l’ingiustizia arrochisce la voce alla Musa. Bene, tutto questo è in Bertolt Brecht, tutto questo ci pare di ritrovarlo in Franco Manescalchi e nel suo libretto di versi Il paese reale: e non ripetuto in maniera pedante e passiva, bensì riscoperto e sofferto di persona, come un calvario che attende chiunque oggi, e son pochi, abbia della poesia un rispetto e un amore che si paga forse più che mai nel passato”.
Gino Nogara, sull’“Avvenire” del 12 settembre 1971, coglie esattamente la sintesi interna fra poiesis e polis: “Siamo di fronte ad un temperamento lirico che alimenta la materia espressiva di una schietta, virile commozione. La testimonianza si appoggia, confortandosene, a due componenti portanti: l’evocazione del paesaggio naturale e urbano, di un elegiaco contratto, e il sentimento amoroso […] manifesto di un’accorata gentilezza. Coscienza e responsabilità regolano il discorso, sostanzialmente politico, in questa tramatura di affetti e di interessi interiori”.
Alberto Frattini (op. cit.) sigla epigraficamente questa condizione: “Il paese reale ci porta in un clima di tipo “resistenziale”, sviluppando della poesia l’idea di “resistenza” come condizione ad essa naturale, necessaria: e la memoria, tra rabbia e rimpianto, disegna una mappa della battaglia perduta a Firenze negli anni “non più certi””.
Giuliano Manacorda, su “L’argine letterario” del marzo 1971, individua la collocazione storica dell’opera dell’autore: “Non crediamo sia l’amicizia a farci velo se diciamo che da tempo non leggevamo, entro la breve misura della plaquette, una più ricca e convinta testimonianza del nostro essere oggi, che si risolve, senza inutili grida, ostentazioni e abbracciamenti, in una drammatica pagina di poesia… L’assurdo, l’orrore del mondo che ritorna, con l’immagine qui più frequente sino a divenire simbolo, sulle pagine dei giornali, canali di banalità e falsificazioni cui solo la verità della poesia si può opporre, con una proclamazione che potrà sembrare ingenua e romantica se Manescalchi non la inverasse in queste stesse pagine. Ed è una poesia “non compromessa con gli stilnovismi neoavanguardistici e non avvilita dal nientificante pragmatismo di certe ondate giornalistiche”, che sa muoversi con totale dominio tra l’eventuale usufruizione dei mezzi tradizionali ancor validi, una libera invenzione lessicale e il discorso più aperto e polemico”.
Infine due critici colgono l’aspetto anticipatore del Paese reale.
Gualtiero Amici, sul “Corriere dell’Adda” del 26 febbraio 1972 si esprime in questo senso ed ascrive all’autore un impegno attivo restituendo a Pier Paolo Pasolini – che glielo aveva attribuito – “lo stantìo pianto” civile-crepuscolare: “La tematica di fondo del Manescalchi è in ultima analisi una tematica in gran parte comune a molti poeti della sua generazione e del suo stesso orientamento ideologico: l’urto con la realtà, il dolore sociale, l’angoscia del tempo alienato (i “giorni orizzontali”), l’ingiustizia e l’oppressione che ancora degradano l’uomo, gli assurdi conformismi e, di contro a tutto questo, la propria carica umanitaria frustrata dalla sordità delle cose e dalle stesse remore accampate dall’uomo invecchiato che è in ciascuno di noi, come partecipi di una società che si oppone con ostinazione all’avvento dell’uomo nuovo. Nel caso di Manescalchi si tratta però di una tematica non solo descrittiva del presente ma anticipatrice e quasi profetica di un futuro ancora forse lontano ma che non potrà alla fine deludere. Ma per il solo fatto che il poeta non guardi al passato, già egli si salva dal pericolo di certa lacrimosa poetica à rebours, irrimediabilmente soggetta al processo di retrive involuzioni crepuscolareggianti (e chi non ricorda lo “stantìo pianto” di certo Pasolini degli Anni Cinquanta?)”.
Giuseppe Zagarrìo, in “Aut” del 5 settembre 1972 e poi in Febbre, furore e fiele, Mursia, Milano, 1983, riprende il tema dell’anticipazione profetica e ne rivela il nucleo animatore: “Se dovessimo scegliere una definizione per Manescalchi suggeriremmo quella della rabbia-amore (“eppure credo all’amore…”) che implica il tormentato passaggio all’atto di fede; entro cui si bruciano, giustificandosi, dissenso e interrogazioni, cruccio e rovello, rabbia e rodìo. E si afferma come modo di intensa commozione (si veda quel bel finale con cui si chiudono Le interrogazioni), ma anche come dura, asciutta volontà di resistere a tutto ciò che del sistema è ingiusto e ossessivo; come irta capacità di “erosione”: appunto, da eros-ione, come dice il poeta; e vuole intendere non solo il modo di una violenza straordinaria che esalti o di una distruzione che costruisca, ma anche, nello specifico rapporto col sistema, l’unico mezzo oggi disponibile per roderne gli schemi”.
Due notazioni “storiche” siglano i quadri inerenti questo periodo. Franco Fortini, in I poeti del Novecento (Letteratura italiana, Laterza, Bari, 1977), evidenzia un aspetto generazionale: “La poesia della tristezza sociale e della sconfitta politica ebbe, nel periodo fra il 1956-66, esiti vari secondo le diverse radici ideologiche e culturali. Una dominante è quella cristiano esistenziale come nelle scritture di D. M. Turoldo. Un’altra è invece più fondata su premesse laiche e socialiste, come nel gruppo fiorentino raccolto a suo tempo intorno alla rivista “Quartiere”. I nomi sono quelli di G. Zagarrio, G. Gerola, E. Miccini, A. Zani, S. Salvi (Il vento di Firenze, Firenze, 1960; L’oro del Rodano, Milano, 1972), F. Manescalchi (Città e relazione, Firenze, 1960; La macchina da oro, ivi, 1962; Il paese reale, ivi, 1970). Giorgio Barberi Squarotti e Francesco Spera, in Letteratura italiana contemporanea (diretta da Gaetano Mariani e Mario Petrucciani), Lucarini, Roma, 1982, rilevano: “Occorre premettere che Firenze agli inizi degli Anni Settanta, eccelle come centro fra i più vitali, con “Collettivo R”, dove si porta avanti il discorso del ciclostilato ed emergono soprattutto le opere di intensa coscienza sociale e morale di Franco Manescalchi e Ida Vallerugo”.

La nostra parte, 1970-1977

Dopo Il paese reale Franco Manescalchi rimane per anni in silenzio. Sono anni in cui si consuma per intero la speranza dell’uomo nuovo coltivata in un ventennio di grandiosa elaborazione storico linguistica (sono gli anni del Politecnico, di Officina, di Quartiere e di altre esperienze fra storia e letteratura). Nel 1977 esce una plaquette, La nostra parte, per le edizioni di Collettivo R, in cui l’autore sigilla con misura epigrammatico poematica una lunga stagione di militanza. Il libretto ottiene il premio Ragusa – Anni Settanta di quell’anno.
La critica nota un’evoluzione di una tèchne intesa a decriptare ex imo il rapporto fra storia e rifondazione poetica.
La prima testimonianza, quando ancora il lavoro è in corso d’opera, è offerta da Rolando Certa su “Impegno 70”, 12/18, 1974-75: “Poeta malinconico, scrisse tempo fa di lui Pasolini, ma quella di Manescalchi non può che definirsi malinconia attiva come di pessimismo attivo si è parlato di altri poeti. Manescalchi ha coscienza che viviamo in un mondo che sanguina, ma non si chiude nel suo malessere privato e non si fa retore delle sue pene e del mal di esistere di montaliana memoria.
Risponde ai suoi e agli interrogativi degli altri con tono discorsivo, mantenuto a livello di tensione lirica e indagatrice sulla sorte di ognuno: “oggi la risposta è domani ma già nasce nel gesto che dissolve le parole” Per Manescalchi si potrebbe dire, ancora – e il discorso naturalmente non può esaurirsi – che la sua poesia può rappresentare certamente un contributo al rinnovamento dell’istituto letterario, un contributo pacato e cosciente, meditato nell’esplicazione di quell’analisi del tempo presente, dove anche il passato coi suoi detriti inevitabilmente affiora, ma è riscattato ed espurgato da uno sforzo di autocoscienza liberatrice”.
Massimo Grillandi, su “L’osservatore politico letterario” del giugno 1977, sviluppa la sua analisi nello spazio della coscienza liberata: “Poesia dunque la sua come rinnovazione e permutazione continua; ma non preconcetta, perché Manescalchi dimostra di essere in possesso di un suo mondo né tolemaico né copernicano, semplicemente un mondo in cui gli uomini hanno tutte le possibilità; la politica invece e le imposizioni, i gesti di costrizione, i vincoli storici nessuna. In tale ambito, i rari interventi calligrafici, le abilità descrittive si bruciano e rientrano rapidamente, si fanno corpo e schermo dell’idea e al di là di esse traspare una passione, un rodimento, un affanno al calor bianco, che nega quasi l’enunciazione all’istante stesso in cui essa si crea”.
Stefano Lanuzza si interessa due volte a La nostra parte. Sul periodico “Prospetti” e nell’Apprendista sciamano, edito nel 1979 da D’Anna, Messina-Firenze. Il suo discorso approfondisce aspetti inerenti la visione del mondo e la tecnica della scrittura: “Il passaggio per la poesia lirica ed epigrafica […] aiuta adesso a sgomitolare un filo rosso che attraversa in linea retta l’intrico linguistico, davvero inedito, de La nostra parte di Franco Manescalchi, il racconto in poesia di un’educazione sentimentale e politica di grande coerenza e misura, senza visceralità populistiche né superficiali velleità sloganistiche”. “La poesia di Manescalchi è una meditazione lucida, socraticamente provocatoria, sul rapporto fra poesia e poetica, fra poeta e polis. Il poeta maneggia disinvoltamente i registri di un disegno poetico – e anche pedagogico, compromesso con certo didatticismo engagé di ascendenza brechtiana (su pensi al team work di Brecht) – impegnato a rendersi compatibili con una forma di politica culturale vissuta nel “movimento”. La nostra parte, estremo di un binomio progressivo avviato con Il paese reale (1970), è, infatti, anche il messaggio a un ideale “collettivo rivoluzionario”, un’esortazione più dialogica che maieutica ai compagni di lotta. Non mancano, fra i molti versi in stile ottativo, alcuni estenuati sprazzi lirici, taluni aromi e furori espressionistici”.
La nostra parte ebbe una notevole ed ampia attenzione, ed altri critici si soffermarono su aspetti meno ideologici, più umani, a partire da Ugo Reale su “L’Avanti” del 20 febbraio 1977: “Franco Manescalchi concilia le ragioni della poesia e dell’ideologia, l’io e il noi, il poeta ed il collettivo. In modo serio, contro l’immobilismo e contro certo ribellismo postavanguardista, perché la vergogna di far versi possa riscattarsi e servire. Prevale qui l’interesse per le esperienze da comunicare o da discutere; i fatti della contestazione, le delusioni, il nuovo progetto, le ricerche sociourbanistiche, in carceri, caserme, manicomi, scuole. Nel rievocare fatti e avventure comuni, nel denunciare soprusi e nel servire la causa, la poesia impone la sua voce, la sua presenza”.
Ed è su aspetti più tecnici, della voce poetica, che ferma la sua attenzione Francesco Muzzioli, in “L’Unità” del 27 aprile 1977: “In La nostra parte anche Franco Manescalchi si dimostra consapevole della distanza fra poesia e realtà, che conduce a una necessaria autocritica (il poeta è rappresentato con “un libro di versi cancellati”). Scontando questa negatività con un irriducibile disperazione, Manescalchi tenta il colpo di dadi dell’impatto sul reale-politico; da un lato aprendo il soggetto “privato” alla dimensione collettiva di chi “lavora a ciglia basse”, ma dall’altro mantenendo una dimensione ironica con un recupero di metri tradizionali, di rime e paranomasie”.
La nostra parte è una plaquette-cerniera nel quadro generale dell’opera dell’autore per quanto concerne la messa a punto di un registro umano e stilistico come bene individua Giancarlo Pandini nel “Messaggero veneto” del 18 marzo 1977: “Manescalchi è tanto poeta che, pur indicando i compiti dell’uomo che non voglia essere travolto dalla menzogna e dalla violenza, lo fa con gli strumenti più efficaci e più felici della poesia: e senti allora salire dai suoi versi la genuinità di un discorso quanto mai terso, colmo di immagini, di sensazioni, di visioni, che riconducono alla disperazione dei nostri anni per quegli accenni, per quelle indicazioni che sono disseminate dentro i suoi versi in una compattezza formale e in una invenzione scoppiettante che ancora una volta dimostrano quanti sia valido il lavoro in profondità di chi vive la contraddizioni del proprio tempo anche attraverso una ricerca ossessiva del modo con cui esprimerle.
Manescalchi ha un modo singolare di procedere: parte da una visione reale e, dentro una sequenza di parti narrate, arriva al centro della propria valutazione con scarti fortemente analogici, saldamente ancorati al richiamo allitterativo, fino a dare della realtà un’interpretazione inquieta”.
Luca Rosi, nella postfazione al libro, evidenzia perfettamente la messa a fuoco di un discorso, la coscienza di una crisi storica a cui rispondere con un eppure, e la dolorosa intuizione di una dispersione irreversibile del nucleo sociocultuale: “È anche da questo bagaglio di “storia personale” che deriva il fatto che in molti versi si alternino linguaggi ora lirici ora cifrati, oltre il metaforico, quasi surreale, che comunque attualizza la realtà con un colloquio serrato, forse e nuovamente cifrato, ma vero e profondo, con uno di quei compagni ‘che vi si riconoscono’[…] E in questi giorni duri, sono convinto che Manescalchi abbia colto il segno di un “malessere” profondo, d’una nuova e più potente rabbia che, ancora una volta per amore, non per odio, cioè ipotesi globale ci spinge a ravvivare la nostra lotta non senza soffermarsi anche a datare i nostri pensieri, a scrivere, appunto, certi versi-dialoghi-con-gli-amici-e-i-compagni, sapendo, come dice Franco, che ‘disuguali ci gettiamo in qualche futuro’”.
Lo spazio di Utopìa è fissato da Antonio Basile in “Prospetti”, n. 48, dicembre 1977: “Il fare poesia di Manescalchi si avvicina, tenendo presenti le distanze storiche, alla poetica di certa poesia russa del nostro secolo, in modo particolare ricorda Bloch con i suoi ricorrenti appelli alla “massa barbarica” portatrice di nuovi valori: ed è così che l’autore fa la sua “operazione sul reale”, reale capovolto come il cono in nome di una nuova realtà che è poi la sola realtà […] Resta comunque, malgrado tutto, lo spiraglio e la speranza dell’avvenire, del tempo fuori del tempo aperto all’immissione nel tempo dell’Utopia, non certamente recepita come elemento vago e illusorio, ma tutto al contrario come elemento “reale”, sede, vale a dire, di quel Paese reale che in tante pagine di Manescalchi si fa avvertire come punto d’arrivo e risoluzione delle palesi contraddizioni che sono alla base della nostra esistenza attuale”.
Giuliano Manacorda, in “Rapporti”, n. 12-13, marzo-giugno 1977, riprende il tema del cono capovolto, dell’“imbuto rovesciato” della storia sottolineando la risposta utopica: “Franco Manescalchi riprende il filo della sua poesia già avviato alcuni anni fa con Il paese reale […] ora, fra i poeti fiorentini presi in considerazione, ci appare forse il più attento e il più esperto nel cogliere le cadenze della nostra più legittima tradizione poetica recente, ma per ritradurle in un linguaggio tutto proprio […] La storia si configura oggi per Manescalchi come un buio sprofondare di eventi in uno stretto imbuto rovesciato dove passa e scompare la realtà che tanto angoscia le nostre giornate e i nostri anni, alla quale si può reagire soltanto con ‘ira ed ironia’”.
Alberto Frattini (op. cit.) completa la definizione del quadro storico-stilistico: “La nostra parte, riflettendo un’esperienza di gruppo di circa sei anni, intende porsi, da un lato, contro il ristagno dell’immobilismo e del conformismo, dall’altra contro il superficiale ribellismo postavanguardistico, puntando su un rinnovamento globale dell’uomo: una direzione di ricerca che, per quanto attiene alla realizzazione espressiva, scopre il tentativo di integrare procedimenti e strumenti diversi, dal nudo referto alla scaltra allitterazione, dalle parole sezionate per “riconversione” semantica, al ricorso all’amalgama plurilinguistica”.

Il delta degli anni, 1978-1982

Il delta degli anni è un libro di sintesi, la conclusione di una trilogia iniziata col Paese reale in cui la dimensione arduamente umana si manifesta in tutta la sua interezza. E più di altri Alberto Mario Moriconi su “Il mattino” del 27 aprile 1982 coglie questo aspetto: “Passati gli anni, l’erosione di Manescalchi resta, ma a patto di sentirlo, il suo vocabolo composto e scomposto, come emblematico di quanto basilarmente egli può e vuole esprimere oggi: eros, l’amore per la vita, fatalmente eroso dalla vita che non riama, che può solo averci illusi più o meno a lungo.
Manescalchi è uno dei poeti più significativi degli ultimi lustri… Passa da un invettiva a un abbandono scorato, da una trepidazione a una nostalgia musicale a una bruschezza prosastica, da rarefazioni a concretezze plastiche. Le deviazioni e i ghirigori, gli stacchi netti e le dissolvenze sul meglio, le allitterazioni e l’improvviso canoro o magari un avvio di filastrocca con sùbito ripensamento non sono in lui un gioco, ma mezzi. Contribuiscono a darci un poeta d’atmosfere. Di altura, non schematizzato, in progress”.
Rodolfo Di Biasio, su “Italian Quarterly”, XXV, 94, 1983 pone l’accento sulla ricomposizione dello iato interiore e storico: “Comincio con tre libri a me carissimi […]che ho tenuto sulla mia scrivania e a cui sono tornato spesso, persuasivi come sono e scritti da poeti autentici che hanno inciso il loro nome nella poesia italiana di questi anni. Il primo è Il delta degli anni […] la raccolta fa avvertire come un attrito fra negazione e guizzo, perché Manescalchi, sincronicamente, nella diacronia delle cose, tenta di smuovere per interna ribellione il momento dello scacco e allora la sua scrittura procede sorretta da una volontà pertinace di dire, di dialogare per frenare un’ulteriore diaspora”.
Gino Gerola, su “Toscana qui” del 4 aprile 1982, focalizza la maturità della ricerca e la conclusività di questo libro rispetto al Paese reale e a La nostra parte: “Una poesia senza facili avanguardismi, legata a vive esigenze di comunicazione. Lo dice anzitutto la metrica, fondata sul settenario e l’endecasillabo, opportunamente liberati alle esigenze ritmiche di oggi. Lo confermano alcune peculiarità del linguaggio… che ha raggiunto una maturità sciolta, intensa, vibrante, e quel tu colloquiale che esprime un atteggiamento di fondo. Tutta la raccolta è una sofferta meditazione sul già trascorso (il motivo del viaggio torna insistente), sulle esperienze raccolte, sui succhi estratti e insieme, la ricerca di una comunità (i familiari, ma anche gli altri) a cui donare questa dolorosa saggezza: la condanna dell’inumanità presente e la speranza in un mondo animato dall’amore. Il consuntivo di una vita, insomma, anche se Manescalchi è poco più che quarantenne”.
Giancarlo Pandini, critico da sempre attento all’opera dell’autore, individua in questo libro un aspetto segreto, da pochi altri rilevato: “Franco Manescalchi si muove nell’area di una riottosa rivolta: … egli progetta il disvelamento di nuove realtà tecnologiche, non sorrette più dalle proiezioni spirituali dell’uomo, corrotte e guastate da un che di storto, di malefico che si annida in ogni dove; e tuttavia la coscienza poetica ne sa risvegliare i significati più nascosti, sa guardare oltre i punti dolenti, per cercare nel profondo della dissoluzione qualche scaglia di luce che riesca a proteggere l’illusione della vita”.
Stefano Lanuzza, altro critico da sempre attento all’opera dell’autore, su “Il Ponte”, n. 9 del settembre 1982, nota la maturazione di una ricerca umana e stilistica: “Il poeta si esprime su costanti di canto modulatissime, con variabili minime, con maturità e discrezione davvero rare, dove il processo vitalistico della natura liricizzata s’accompagna alla prassi di un’utopia politica vissuta “qui ed ora” malgrado sia oggi diventato inevitabile fare i conti con “quel senso di sconfitta infinita” […] L’autore, che innesta il metro epigrammatico congeniale alla poesia civile, nell’immagine e nella metafora sviluppate sopra un terreno di solida consistenza culturale, riesce a realizzare una forma leggibilissima di linguaggi in tensione e marcati da un tono medio oppure dimesso che è la scelta di uno stile mai sottratto all’esigenza del senso”.
Si deve a Pietro Civitareale un giudizio ampio teso a recuperare un intero arco operativo: “La poesia di Manescalchi ha mostrato sin dagli esordi di volersi muovere tra la prosecuzione rivisitata di un’idea novecentesca della poesia… e l’affermazione di una sua diversa funzione, capace di farla uscire dall’ambito tragicamente solitaria di una condizione espressa come topos assoluto di assenza, per attestarla sulla coscienza e conoscenza della realtà di tutti i giorni […] Il discorso poetico di Manescalchi si configura come una lucida e compiuta esperienza del travaglio del nostro tempo, un’esperienza che tenta di sostituire all’uomo incerto o inerte (comunque negativo) d’oggi, l’immagine di un uomo consapevole delle direzioni del tempo e della necessità del suo impegno contro tutte le fenomenologie storiche e politiche degenerative, di violenza dell’uomo sull’uomo; un’esperienza dunque di salda consistenza morale, in cui la penetrazione meno privata ed occasionale delle cose richiama su un piano naturalistico sempre affollato da nozionio novecentesche, di meditazioni e riflessioni interiori, di tratteggi ironici e surreali, un certo andamento narrativo, e dove su scorci di vita minima, su ambienti e condizioni di classe, spiccano personaggi con una loro esatta verità, in un linguaggio molto elaborato, ma atto a coprire la compattezza della sua espressività, le insidie di una materia facile al populismo e alla retorica”.
Giuseppe Zagarrìo, su “Il Ponte”, n. 7-8, luglio-agosto 1982, tocca la corda più profonda e poetica di questo libro, che è il punto finale di una trilogia e la cantica di un solo poema: “Con Il delta degli anni ci dà una ulteriore prova di scarto della sua già alta operazione di sintesi (tra il fattuale e il “sublime”). Qui quello che domina è il viaggiare nel (e del) tempo fra “futuro e passato” […] dunque in un presente che non è mai tale se ci spinge avanti o ci riporta indietro, mentre i secoli si ammucchiano in esso, e noi ne sentiamo lo strano sapore (“e nel sapore dei secoli ti lascio”). Il dramma è dunque al suo colmo, ma non ha nessuna traccia di enfasi: una severa quiete tragica sovrasta gli eventi individuali e collettivi, e tuttavia è essa stessa, quella calma infinita (la radice leopardiana si sente operare vicina, se si vuole in condizione e azione di “rizoma”) a fare da argine alla nullificazione, da margine resistenziale ancora positivo”.
Ancora nel 1982, sul numero 4 di “Nodi”, appaiono due saggi, uno di Antonio Lotierzo ed uno di Giuseppe Settembrino, che approfondiscono il rapporto fra significato e signficante.
Per Lotierzo “La raccolta Il delta degli anni […] ci porta in una dimensione diversa, qualitativamente altra essendo il realismo vitale, l’umanesimo robusto e creativo di Manescalchi distinto dal descrittivismo di tanta poesia sentimentale, meridionale e nazionale. Vi è un senso di precisione, anzi di individuazione, che trova basamento nei continui ed ancoranti: queste, questi, qui, così e nei verbi al presente e nei frequenti predicati nominali. La poesia ben costruita di Manescalchi è un diario di appunti, ricognizioni, ipotesi, tradimenti, incertezze, domande, accertamenti, discese, fusioni e miscugli. L’amore, come dimensione conoscitiva più che affettiva, e il paesaggio toscano (dall’Arno storico ai nuovi quartieri dormitori) sono l’endiadi entro cui si trama il dialogo col “tu” e da cui fioriscono immagini indimenticabili, le metafore dell’amarezza e del dolore, della nebbiosa vita e del desiderio sognante quanto ansioso”.
Per Settembrino “Ogni cosa nel libro ha una sua presenza, non solo fisica, ma storica e la parola ha una valenza tellurica pronta a cogliere i legami o le avversioni tra un significato e l’altro, tra passato e futuro, tra presente e futuro. La memoria politica ed antropologica scatta ad ogni paesaggio delle vicende umane che hanno attraversato storia privata e storia collettiva. Affluiscono nelle pagine dialoghi, fatti, segmenti di vicende e di storie di un continuum poetico che sempre ne traduce i momenti e la vita in un equilibrio perfetto di suoni e sapori. Ed è la tredicesima lettera dell’alfabeto la vocale che unisce o esclude due proposizioni di uguale valore o due termini simili di una stessa proposizione. Su questa uguaglianza o diversità si gioca lo stesso destino della civiltà che non sa trovare un suo punto d’equilibrio, un livello di base cui raccordare lo stesso profilo d’acqua”.
Anche Maria Grazia Zamparini, su “La rosa”, n. 11-12, gennaio 1989, pone l’attenzione, oltre l’impegno privato-pubblico, sull’aspetto stilistico: “Il linguaggio non è mai casuale e non si lascia travolgere dai contenuti seppur coinvolgenti: ha una sua identità, un peso portante. La struttura del verso e del testo lungo ha intervalli strategici (spazi bianchi, segni d’interpunzione, stacchi finali ed incipit) che danno ampio respiro al dettato profondo, un uso discreto ma ricorrente di isotopie foniche e sensoriali, contribuiscono alla vitalità del tessuto semantico percorso da sussulti e consonanze. Ma questi possono essere dettagli stilistici mentre il fulcro di questa operazione è l’antinomia tra pessimismo ed amarezza ed i loro contrari. L’autore con il pensiero in croce sulle antenne vive la giovinezza come un fitto fumo alle spalle, (di spalle si sente anche la luna, falce e machete) eppure non cede il bisogno di sentire lo schianto delle metaforiche catene di ostaggio che si rompono sugli spalti di città calce e cemento […] Così tra disincanti e disamori, tra negazioni e ritrovamenti, le mezze lotte e il futuro murato, si produce il sortilegio di ‘vibranti infiorescenze’.E la rabbia cede il posto alla dolcezza virile di: “sciogliere la treccia del nostro male antico”. Vocazione di poeta ineluttabile: patire, stratificare ed infine sciogliersi in canto”.
Aldo Olati, su “Fermenti”, n. 1-3, gennaio-marzo 1986, individua un aspetto ulteriore della poetica dell’autore nell’iconicità mitopoietica: “Tipico è questo cercarsi, questo fondarsi nel concreto per ritrovarsi fatalmente a riconoscerne i limiti fenomenici e/o per contro, risalendo da reperti mnemonici tutt’ora vitali, caparbiamente rifondare, se non il reale, un suo inalienabile ancor che vago progetto. Non di ambiguità si dovrà parlare. Semmai di quella particolare ipersensibilità della strumentazione di bordo, da cui sono afflitti in special misura i poeti: una sorta di dubbio biologico, od originale, da cui il Manescalchi tenta di salvarsi tuffandosi nella azione (“La parte principale è nell’azione”) o ristabilendo ordini e rapporti naturali compromessi (“Essere vivo dove urge la terra”). Ed ecco allora emergere la virtù figurativa del Manescalchi: una essenzialità del tratto fugace, concrezione retinica da porre in salvo, fissandola su di una lastra o un foglio di carta: il risultato è il rammarico, un composto, controllatissimo malumore per la labilità dell’ornato, dell’ordito, del disegnato e per la imprevista, o non messa nel conto, capacità revulsiva degli inchiostri.
Tale virtù figurativa è comunque uno degli aspetti più accattivanti, più immediatamente accattivanti: certi tratti restano impressi nella memoria del lettore: “o se compagni con la giacca posta/ a volo sulla spalla uscite all’aria.” E dietro l’occhio dell’osservatore non c’è solo il rammarico, o la rabbia contenuta: c’è un collante specifico per quelle appassionate obbiettivazioni dei fantasmi della memoria”.

Due viaggi (Le scapitorne, Aria di confine), 1982-1991

In parallelo alla elaborazione del nuovo libro La casa delle comete in cui l’autore entra nel limbo di una storia in radicale modificazione (nell’arco che va dal 1982 al 1995) escono due libri di viaggio: un percorso nella memoria “contadina” in dialetto ed un approdo nel mito del sud.
Le scapitorne, che sono l’unico libro in calata fiorentina dell’autore, trovano un’attenzione molto positiva della critica.
Walter Nesti, nell’introduzione epistolare, premette che il dialetto “è uno strumento linguistico di difficile manovrabilità” e che “presuppone una simbiosi perfetta tra l’autore e il sostrato socioculturale nel quale si innerva, una sintonia tra il proprio sentire e la capacità di esprimersi nella lingua “bassa” e quindi porsi, culturalmente e sentimentalmente, al livello espressivo adeguato: e pochi ci riescono”.
Individua poi il nodo primario dell’operazione: “Un viaggio ironico e mesto, ma non meno vigoroso, attutato sul palinsesto di una storia contadina e di un esodo che assurge a emblema di tutta una generazione, la generazione dei costruttori senza storia, (ricordi la definizione di Villaggio? Troppo giovani per aver fatto la Resistenza, troppo vecchi per aver fatto il ’68, abbiamo mancato tutti i grandi appuntamenti della storia, in compenso però ci è stato riservato l’anonimo, duro lavoro della ricostruzione e della costruzione di una civiltà che poi stentiamo a riconoscere come nostra…); su quel palinsesto dunque riemergono vocaboli e gnome, modi di dire, filigrane linguistiche che conservano ancora la fragranza del lontano latino parlato o del più lontano ma non mai cancellato etrusco”.
Guido Garufi, su “Punto d’incontro”, n. 4-7, 1987, annota: “La particolarità dei suoi versi affidati al fascino del dialetto consiste in una ricapitolazione di forme metriche spesso dimenticate, o, meglio, passate d’uso. In questo modo il verso acquista una connotazione a metà strada tra l’ironia e l’elegia, in un territorio scomodo, nel quale l’affabulazione è giocata quasi unicamente sulla pregnanza semantica e sull’utilizzo delle articolazioni foniche. Ne deriva un andamento quasi tagliente e memoriale che ha, mi pare, un suo risvolto “politico”, nel tentativo riuscitissimo, di non far coincidere l’uso del dialetto con l’uso del lirismo impressionistico (e/o pittorico). Un discorso “forte”, che rinnega sia il versante propriamente cantabile sia quello “vischiosamente” funerario”.
Giancarlo Pandini, su “La Gazzetta di Parma” del 4 giugno 1987 trova, all’interno di questo sviluppo, il nodo di “un’entità psichica indistruttibile”: “un libro bellissimo, che ha dalla sua il recupero della rima, la gioia dell’onesta apparenza reale, la forza viva del dialetto fiorentino. Manescalchi è un poeta schivo, appartato, eppure così moderno dentro quella sua versificazione non artefatta, che sta al concreto delle cose, al profondo dei sentimenti, alla visione spesso solare di certe strade, di certi scorci cittadini e li ritrae con una ovvietà che sembra persino fotografica, se non accadesse nella parte più segreta di una poesia d’emozione e di istinto.
Una poesia, dunque, quella di Manescalchi, che prefigura un entroterra umano profondissimo e che offre al lettore momenti di consolazione, nel recupero del dialetto come lingua che attinge alle radici ma anche di una tradizione linguistica che bada al sodo, a quell’entità psichica indistruttibile e che forma il viluppo, il magma eterno della poesia”.
Le scapitorne sono scritte in una calata strettamente fiorentina, della periferia agraria, e giustamente Liana De Luca su “L’eco di Bergamo” del 19 agosto 1987, nota: “Per antica tradizione risalente a Dante e passata attraverso la risciacquatura in Arno di Manzoni si identifica la lingua italiana con il toscano. In realtà esistono molti toscani, cioè molti dialetti come in tutte le regioni […] In accordo con l’espressione è la tematica, basata sull’esaltazione del mondo contadino, sull’amore alla terra intesa in accezione georgica, sul valore della tradizione, sull’onesta dei costumi”.
Luciano Cherchi su “Il punto”, n. 1, 1988, approfondisce ed amplia in modo esaustivo il nucleo tematico accennato dalla De Luca: “Rinasce la tradizione, perduta, che si ricollega alla “Tancia” e alla “Fiera” di Michelangelo Buonarroti il Giovane? E si ritrova quell’aura di alto manierismo espressa dalla pittura toscana del XVI secolo? A leggere il prezioso volumetto di Franco Manescalchi, Le scapitorne ossia “le querce scapitozzate, prive dei rami ormai secchi”, sembrebbe di sì, di ritornare, cioè, se non al Buonarroti, almeno al poemetto georgico del Pascoli e del Fucini, oppure al clima del “trebbo” degli Anni Cinquanta, quando l’amore per la poesia veniva fatto rivivere all’incrocio delle strade o nelle piazzette dei paesi, al contatto di gomito con la gente comune, semplice, assetata di ideali schietti e di sincere parole. Invece, c’è di mezzo tutto il tessuto culturale degli ultimi ventanni: la ribellione contro la cultura accademica, il ’68, il ritorno alla cultura orale, su modelli non letterearii, la linguistica, la semiotica, la satira, il gioco formale e formalistico, con tutti gli effetti autre. C’è tutto, salvo l’apparente semplicità delle tematiche. È l’aspetto ludico di questa poesia, così lontana dai messaggi filantropici e socialisti dell’inizio del secolo, che esprime dissonanze e distinzioni anche raffinate e che introduce senza sospetti nel grande falansterio della lingua, di una realtà cioè creata unicamente dal linguaggio parlato. A questo punto, è giusto ricordare, attingendo dalla presentazione di Walter Nesti, quanto irrilevante sarebbe definire tale poesia sic et simpliciter dialettale, poiché qui ‘l’uso del dialetto non è un fine, ma un mezzo. Non un mezzo espressivo però (e soltanto tale), ma un mezzo di indagine’ […] È doveroso qui registrare la riapparizione, a distanza di tanti anni, dopo Lorenzo Viani e Enrico Pea, di modelli di poesia toscana, a livello di gergo e di fonazione, finora trascurati dagli autori del nostro Novecento, sospinti semmai, dall’esempio di un Palazzeschi, ad uso del toscano di stampo manzoniano. Nel caso di Manescalchi assistiamo ad una trasgressione dei principi manzoniani in fatto di lingua nazionale, ed anche per questo a un documento di poesia contemporanea assai singolare ed interessante”.
Dopo una così ampia disamina sembrano utili le riflessioni di Carlo Lapucci sulla poesia e sull’uomo, su “Toscana oggi” del 5 luglio 1987: “Manescalchi ha al suo attivo raccolte di poesie che lo tolgono dal novero dei poeti dialettali e se questa volta, non casualmente, ha cambiato lingua, le implicazioni sono assai complesse. Infatti ci si trova di fronte a una sorta di prestito di un linguaggio, o se si vuole un recupero, per tentare una strada direi disperata, viste precluse, via via tutte le altre… Manescalchi non ha l’ingenuità del cittadino che mitizza il mondo tradizionale: sa già esattamente quello che ci si trova, quello che vi ha lasciato l’uomo non molti anni fa. In questi versi formalmente tradizionali, in questi sonetti perfetti si rivive, è vero, la vita di un tempo: le cose sono piantate nel mondo con la stabilità e la sicurezza che pare incrollabile e definitiva. Solo l’occhio che le guarda sa come anche esse siano labili, legate ad una visione del mondo in cui resta soltanto la nostalgia. È toccante la figura di quel poeta che si aggira per le periferie, alla frontiera incerta con la campagna, tenendo per mano la figlia e chiedendosi cosa resta della propria infanzia, cosa resta nel mondo di “vero” da consegnare a chi vi arriva. È forse questo il dramma più segreto e più sentito del nostro tempo, dramma che è passato quasi inavvertito e che Manescalchi ha toccato con grande profondità e delicatezza”.
Daniele Giancane, su “La Vallisa”, n. 18, dicembre 1987, entra in modo univoco sulla questione dello stile e del dialetto: “Franco Manescalchi ormai da molti anni ci ha abituati ad uno sperimentare non fatuo (com’è stato per gran parte della neoavanguardia), sempre legato ad una dimensione in qualche modo popolare, e direi che questo è il nucleo della scrittura di Manescalchi. Quest’ultima opera ce lo conferma: con Le scapitorne l’autore tenta un interessante esperimento, quello di poetare in dialetto fiorentino […]E allora l’ubi consistam del libro non è certo nei significati, nelle cose che dice, ma come le dice, il centro del discorso è insomma il linguaggio […] Ora, se è vero che il dialetto toscano è assai simile alla lingua italiana che di esso si è nutrita – e quindi non si assiste alla estrema diversità linguistica e stilistica, che so, del dialetto siculo o di quello pugliese – è pure vero che non si tratta della medesima cosa, e Manescalchi oltretutto tende a far sentire (con quel gioco di acca e di apostrofi) la ‘sonorità’ del toscano, che ha una serie di aspirazioni, tonalità, accentuazioni, troncamenti che lo rendono più vivo e vitale della stessa italica lingua, così stereotipata ed anodina”.
La stessa funzione del dialetto come strumento di più interna espressione è sottolineata anche da Paolo Codazzi su “Stazione di Posta”, n. 14-16, aprile 1987: “Il curriculum di Franco Manescalchi propone eccellenti prove creative utilizzando canoni espressivi per così dire attuali: in pratica però si avverte, leggendo Le scapitorne, che il suo mondo interiore, la sua cultura, la profonda sensibilità ai ‘lager’ (nell’originale accezione del termine) del privato non siano compiutamente esprimibili senza il ricorso alla sua antropologia storica e culturale: non la storia dei ‘quotidiani’, non la storia canonizzata attraverso guerre e trattati… Tuttavia Manescalchi è anche e soprattutto autore e critico di questo tempo e come tale riesce con lievi indugi, fuggevoli imbarazzi, a comporre una osmosi tra la ‘sua’ lingua e l’altra ‘antagonista’ soccorrendo con questa là dove l’eccesso di lirismo potrebbe sembrare voluttà”.
Gino Gerola, in La maschera e la metamorfosi, forme della poesia degli ultimi venti anni, edizioni Università popolare, Ragusa 1977, conferma e corrobora con ampiezza il giudizio di Paolo Codazzi: “Oltre che critico e attivissimo animatore culturale, Manescalchi ha pubblicato anche diverse raccolte di poesia, da Il paese reale al recente Il delta degli anni, conquistandosi un suo posto nel panorama del secondo Novecento, come dimostrano diverse antologie e studi d’insieme […] In questa raccolta, con la vita di una volta simboleggiata dalle scapitorne (querce a cui sono stati tagliati i rami e che quindi restano mutilate, ma hanno possibilità di buttare nuovi e robusti polloni) ha rotto ogni esitazione e è andato fino in fondo… Ne risulta un impasto che rivive l’ieri senza nessuna concessione al sentimentalismo (e poteva essere un pericolo pronto a ogni componimento), con una passione e al tempo stesso una fermezza di sguardo da colpire al primo impatto. Un ieri che si presenta assunto a simbolo (tanto è umanizzato e sobrio, concentrato sull’essenziale, ma in modo che rimandi, echi, sapori e atmosfere germinino a ogni passo) di qualsiasi civiltà contadina: i particolari sono fondamentalmente toscani, ma il quadro, nel suo complesso, ha i tratti di tutti i suoi consimili. È proprio questa capacità di analisi e di sintesi insieme, in grado di riuscire a universalizzare una realtà particolare, che rende il poemetto una uscita notevole. Lo può subito confermare uno sguardo al linguaggio. Il dialetto, si è detto. Ma l’abilità stilistica di Manescalchi, la sua capacità di utilizzare regole, tradizioni letterarie […] e di amalgamarci le novità della propria ricerca, ne fanno qualcosa che da una parte conserva appunto il sapore dell’antico e dall’altra diventa invenzione linguistica, creazione poetica, contributo al rinsanguamento della nostra lingua, sclerotizzata dai mezzi di informazione di massa”.

Aria di confine, 1980-1990

Con Aria di confine (edizioni Libria, Melfi, 1991) l’autore ordina un percorso dall’elegia privata alla visitazione del mito mediterraneo del sud ed in particolare della Basilicata. Il libro ottiene il premio Camaiore del 1991.
Si evidenziano – su altri – gli interventi di Ubaldo Bardi, Rosa Maria Fusco, Daniele Giancane, Vito Riviello, Giorgio Barberi Squarotti, oltre ad alcune testimonianze inedite fra le quali emerge uno scritto di Oreste Macrì, uno dei primi a leggere le poesie dell’autore, nel 1959, avviandolo alla collaborazione con Giuseppe Zagarrìo e il gruppo di Quartiere.
Ubaldo Bardi, su “La voce repubblicana” del 18-19 luglio 1991, scrive: “Questo mondo – che ha senza dubbio connotazioni toscane ma nel quale si ritrovano anche terre diverse – ha il fluire incontrastato di quegli eventi personali che hanno coinvolto, appassionato, forgiato Manescalchi. […] Tutto è legato a quel pezzo di terra dell’infanzia e poi della maturità che gli ha creato quel “paradiso artificiale” di cui è orgoglioso e che costituisce il motivo, la mola della sua esistenza”.
Bardi mette in luce anche il rapporto dall’interno con alcune figure del suo tempo, alle quali si integra: “Alcune poesie sono dedicate al poeta Gatto, alla scrittrice Fusco e a Farulli, il pittore fiorentino, e c’è anche il ricordo di un grande poeta spagnolo, Machado, di cui viene proposto una interessante rivisitazione lirica. In Aria di confine, che ha vinto il premio Camaiore 1991, c’è dunque una precisa presa di coscienza dell’identità dell’uomo e del poeta in un mondo che oggi tende a soffocare l’identità personale; un atto di coerenza e di vitalità, un’impennata nel campo contemporaneo che lo porta ad occupare un posto a parte fra tanta confusione ed approssimazione di certa letteratura”.
Vito Riviello, nella prefazione, coglie la nuova dimensione, lirico-onirica, che permea la realtà ed i suoi naturali (o innaturali?) confini senza dissolvere il senso delle cose: “Si ha come un’impressione di essere perseguiti da una dolente e affaticante mimesi della vita. La fuga ovvero l’esito è in un’area appunto di “Confine”. Dove inizia “nell’ovale lunghissimo del sonno” una vita utopica e rasserenante, costellata di blande memorie contadine. Un margine in cui si può edificare il resto del mondo, quel che rimane delle tenzoni, degli scontri dialettici, dei nostri caparbi desideri vestiti di chiara eloquenza…
Manescalchi che non è certamente un romantico è consapevole però che quando ci si trova ai margini delle cose si è anche giunti ai confini del verso. Dopo vi è la scrittura trasgressiva della negatività e più in là il deserto cosmico.
L’aria dev’essere dunque per l’illustre fiorentino un territorio evangelico e tribale in cui convergono forme diverse della creatività, visualità e gesti che ripetono i riti essenziali della vita.
Ma il libro in questione è anche e soprattutto coi temi monosillabici della propria poetica, una sorta di riconoscenza della identità di uomo e di poeta. Un atto di coerenza nel campo contemporaneo delle divergenze errate, una logica che si capovolge senza mai mutare senso, una vita attratta dalla forza di gravità di una distesa maestranza poetica”.
Rosa Maria Fusco, nel volume Amicizia & cultura, Tursi 1982-1992, ed. Ottomano, Tursi 1994, chiarisce nel dettaglio il senso di questa partecipazione e di questa maestranza: “Aria di confine, o come il prefatore Vito Riviello preferisce, Confine d’aria, potrebbe portare, con riferimento allo stile il titolo di “Esercizio di retorica”, intendendo il termine retorica nel suo significato primario d’insieme di stili e di figure e di espedienti e di toni: tutto quello che uno scrittore deve sapere e saper fare, e saper capovolgere e disfare, per essere degno, professionalmente, di questo nome. Maestria poetica, insomma, per dirla ancora col prefatore, come dimostra l’uso delle varie tecniche scritte di composizione. dall’epigramma alla ballata, al sonetto minore, scritto in novenari, proprio per dare l’indicazione che non si tratta di un sonetto altisonante, ottocentesco, ma di tipo elegiaco. Questo libro dunque ha l’intenzione di indicare al lettore come la poesia possa essere ancora scritta in modo chiaro, in modo d’altronde anche suggestivo, e possa raggiungere il lettore e comunicare tutti i suoi contenuti, senza rimanere al di qua delle possibilità d’interpretazione della gente comune […] In questo libro direi che Franco Manescalchi fa l’inventario delle sue possibilità espressive, senza paura di sporcarsi le mani rendendo lirico il quotidiano e viceversa […] Si materializza dunque, fra sonno e veglia, quest’aria di confine, o questo confine d’aria, punto d’approdo della poesia di Manescalchi, ultima spiaggia se si vuole, prima della trasgressività, a lottare ancora con la forza della parola, col prezzo delle parole, come diceva Camus, contro il silenzio perché in definitiva la poesia non può che sconfiggere la morte, che è silenzio, vincere l’afasìa”.
In questo senso, è di conforto il giudizio di Giorgio Barberi Squarotti in Storia della civiltà letteraria italiana, Utet, Torino, 1996. Dopo avere evidenziato una matrice luziana comune ai poeti del gruppo di Quartiere, il critico precisa e correttamente distingue: “Ma Franco Manescalchi, nel tempo, si è mantenuto fedele al doppio registro della riflessione politica e civile, con un’ombra sempre più vasta di malinconia col trascorrere degli eventi storici e col dissolversi delle utopie e delle ideologie, soprattutto a sinistra, e della confidenza personale, del colloquio con gli amici e i compagni, in famiglia, alla ricerca sempre più difficile di una speranza”.
Anche Daniele Giancane, su “La vallisa”, n. 29 dell’agosto 1991, conferma il carattere lirico-civile di questa poesia evidenziando la costante “creativa”, sperimentale del laboratorio dell’autore: “Un volume straordinario di poesia è il recente Aria di confine di Franco Manescalchi, autore ben noto alla critica e critico militante egli stesso. Manescalchi conferma in questo libro la sua sapienza letteraria: egli manovra la parola con consumata abilità, in un difficile equilibrio compositivo fra abbandono all’immagine e narratività monologante, che è la scelta ponderata del poeta per non cadere nelle secche dell’ermetismo, del frammento e mantenere alla poesia una coscienza che potremmo ancor dire “civile”, nel senso di parola che attiene sempre anche al pensiero luminoso e – d’altra parte – al gioco, all’intreccio di omofonìe e rime interne.
È vero che la poesia non può contenere tutto, né tutto chiarire, non può sciogliere tutti gli enigmi né mostrare tutti i segni (“Né versi né prosa / racchiudono / a pieno / quel segno”), ma il poeta stempera questa impossibilità col movimento ludico della parola”.
A conclusione di questa sintetica bibliografia della critica si riporta un contributo epistolare di Oreste Macrì, che nel 1959 aveva avvicinato il poeta esordiente al gruppo di Quartiere nel 1991 gli dedica uno “sguardo panoramico” rivolto, particolarmente, all’ultima produzione.
Il discorso di Macrì, naturalmente connotato dalla sua specifica postulazione letteraria, si riferisce ad una plaquette in cui l’autore si confronta stilisticamente con i maggiori poeti del Novecento.
“Caro Manescalchi, grazie dell’Aria di confine, che sto leggendo anzitutto con piacere, rinfrancandomi da tanti orrori postsperimentali, neosemiologici, enigmistico-potenziali, etc., per quanto rimanga qualche relitto (“Feli(c)nità”). Notevole è il suo métier d’ingegno e congegno rimico-allitterativo, giusta organizzazione d’oggetto poetico, ormai disintegrato o scimmiescamente parodiato. Essa composizione invita il Lettore ai fili della x incognita o mistero che sia; fili che lei dipana con grazia e discrezione. Ho appuntato qualche sinonimo del simbolo: “quel segno; qualcosa; metafora; cose vere; qualche scoria / divina; il segno che non può venire; le stigmate; nomi senza cose; ultimo sigillo”. Certo, lei non va oltre, perdurando la poetica dell’“eppure” notata da Zagarrio; perplessità quasi crepuscolare di alcuni, i migliori, della sua generazione tra i vari processi destrutturanti del referente o significato che sia, e quindi del significante metrico-sintattico. La vostra resistenza fu indecisa, ma sostanziale; rammento il vecchio gruppo di “Quartiere”, non propriamente del “Collettivo R”, sempre più sballato, anche se in buona fede. Lei credo si sia salvato in grazia di un fondamento di dimora vitale, prima radice della poesia; mi appare dai profondi pagi toscani, rilevato dal Riviello nelle “blande memorie contadine”, nel “territorio evangelico e tribale”. Sì, “evangelico”, ma di un cristianesimo anteriore al Cristo, forse protoetrusco, come quello di Caproni, cui lei è affine per certa facilitas di gomitolo ritmico. Sua dimora vitale coincidente con quella dei grandi poeti ermetici (pur aggettivo convenzionale e senza senso) meridionali: il suo ricordo simpatetico di Gatto (strofetta betocchiana, elementarismo aereo…), la Lucania sinisgalliana d’epigrammatico incidere scrittorio, la luna di Bodini, la versione metrica del Viajero di Machado andaluso, reduce nel “nido” familiare (tema del “viaggio”), l’Orsa e il “nido di fame” del primo Quasimodo, le figure parentali d’immota essenza statuaria, i lavori dei campi (“un filo di ferro annoccato”, da ‘piegare il tralcio di una pianta per propagginarla’), i “santi lucani” e “Matera” cavernicola, l’“erba” (dal Poema paradisiaco dell’autentico Gabriele primitivo) tra “millenaria” e “annerita alle le mani” (con la preposizione tipicamente ermetica come “morto ai paesi”) nel dittico quasi martiniano dai genitori.L’“aria di confine” del titolo emblematico sinonimizza il “paese reale”, contro il “lager”, non più polemica, ma in luce-ombra; “l’aria” limite concreto, insulare, arcaico-rurale, da esso l’ascesa al cielo e la discesa nell’“ade”, l’impennata astrale e la morte sotterranea. La resa ai padri è sempre un rischio per la poesia, ma conta sincerità e verità di coincidenza tra le proprie forze poetiche e qualche possibile d’illuminazione pur discontinua dell’enigma. Infine, è una specula da cui contemplare e ridurre le “forme”, cui s’intitola la poesia che mi ha colpito, Forme: “di tempo in tempo vagano le forme / dell’essere profondo […]”. Essenziale è recuperare il “seme” del tempo vero pagando con la propria sofferenza accettata tra “metamorfosi inconclusa” e “patria del nulla” come colpa della indicibilità (“né verso né prosa”) di essa x, la non-soluzione come testimonianza. Ancora grazie e auguri. Oreste Macrì”.
Sul tema, tutto da verificare, della resa ai padri, si chiude questo nostro percorso nel corpus della critica sull’autore ricordando come Rosa Maria Fusco, nel saggio appena sopra indicato, affermi che per la presenza “della quotidianità fatta poesia, vissuta in poesia, deriva al lettore di Manescalchi e di questo libro in particolare, la sensazione che questo poeta così colto non abbia padri letterari ma fratelli, compagni di strada, come accade nel viaggiatore, ispirato a Machado e come avviene ancora in Morte di un poeta dedicato a Gatto”.
Come si può notare, la Fusco offre una chiave di lettura che risponde alla tesi del “vuoto letterario” generazionale avanzata da Pasolini ed anche alle derivate novecentesche indicate da Macrì. Il poeta, in quanto tale, assimila talmente i propri modelli da liberare un discorso naturale, oltre gerarchie o, all’opposto, iconoclastie.

LETTURE DI “LA NEVE DI MAGGIO”
di Alma Borgini, Laura Maria Gabrielleschi, Giuliano Manacorda, Luigi Fontanella, Renato Nisticò, Renzo Ricchi, Gino Gerola, Guerino Levita, Stefano Lanuzza, Achille Serrao, Francesco Graziano, Elio Andriuoli, Giuseppe Panella, Fornaretto Vieri, Angelo Lippo, Innocenza Scerrotta Samà, Giuseppe Baldassarre

NOTA INTRODUTTIVA

Si potrebbe dire, della poesia di Franco Manescalchi, quello che afferma di sé Margherita Guidacci: ” I miei interessi erano soprattutto di contenuto. La mia ricerca avrebbe dovuto svolgersi in un accostamento drammatico di significati anzichè in un accostamento magico di suoni” (da “Poesia italiana contemporanea” a cura di G. Spagnoletti, Guanda, Panna, 1959); quindi una spiccata avversione al frammento, una concezione impura della parola, una poesia vincolata al processo logico ed umano dell’insieme in cui si trova.
Da questa premessa potrebbe derivare la tentazione di farci coinvolgere, scorrendo come un romanzo interiore (e lo è) il libro di Manescalchi, più dall’uomo, dal suo discorso civile sobrio e schivo, dal suo impegno politico- sociale, che dal poeta, il quale non ci intriga con i versi fumosi e con gli sperimentalismi di chi fa il critico su di sé. Ma Franco Manescalchi è indubbiamente un poeta, sia perché per lui il significato è sempre, come per Montale, Saba, Caproni, Gatto, la condizione prima del significante, sia perché questo non è mai casuale ma calibrato attraverso esperienze diverse di cultura, classica e contemporanea, colta e popolare, in cui la novità è accolta purchè rientri nell’ambito di un personale umanesimo che esclude il segno vuoto (“il tradire diviene tra-dire”, La neve di maggio, pag.143)
Gli echi dei poeti maggiori del Novecento sono perciò significativi: la “stagione dei limoni” ed i “muri screpolati ” (op. cit. pag. 171) ci rimandano a Montale in direzione antielegiaca; la “terra di nessuno” e “le ombre” sono echi di Caproni (op. cit. pag. 180), però non diventano mai il nulla, in quanto il poeta è uomo non solo di fede ma di immagini forti, reali, robuste, di matrice contadina; fino ad esprimersi nella raccolta Le scapitorne in un vernacolo colto e denso di cose, che non è un gioco attinto alla tradizione burlesca ma indica una volontà di impegno, di ricordo, di partecipazione anche attraverso questa scelta.
Dal gruppo di “Quartiere” e dai suoi modelli, Luzi, Gatto, Fortini (per l’impegno civile) Manescalchi parte per un suo viaggio di immagini dense di cose attraverso il tempo, senza mai dimenticare il quotidiano; dalle raccolte giovanili, in cui si differenzia subito dai post-ermetici (“arcadia renitente”, pag. 51) per “l’amara passione ferita”, con un impegno ingenuo e tenace (“sono popolo”, pag.36 ) che diviene ben presto robusta e malinconica reazione partecipazione alla storia degli anni ’60-’70, mai vissuta retoricamente. Infatti la cerniera fra le prime raccolte e le successive (di un più pacato ripiegamento interiore) è in Il paese reale, testimonianza di una crisi, di un vuoto sociale vissuti, dopo la guerra, da tutta una generazione che aveva creduto nel rinnovamento, soprattutto morale, del vento del nord, e di cui il poeta trae il consuntivo: ciò non lo porta però a rifiutare le convinzioni connaturate al suo spirito né la matrice contadina (che è causa prima della sua concretezza anche espressiva, ma a ripartire da questa “bancarotta”, senza farsi li coinvolgere), da uno sperimentalismo solo espressivo (pur mostrandone l’acquisizione) , ma riprendendo dal “margine bianco in cui non entra il discorso” (pag. 75 “Da tempo immemorabile”) attraverso 1’io interiore, che, saldo e critico nello stesso tempo, ricompone la realtà, la accompagna, sempre tenendo salde le radici, siano esse quelle della propria terra, colle figure emblematiche del padre e della madre, o della propria casa come nucleo familiare fatto anche dagli arredi quotidiani, dai libri, dagli animali, o anche del quartiere cittadino periferico (non di quella periferia degradata che tanto lo avvilisce) in cui il poeta si ritaglia, senza tradire, uno spazio vitale, senza mai identificarsi però colla mentalità del piccolo borghese.
Anche se i suoi versi sono segnati dalla meditazione intima, da una vena di sconforto solitario, Manescalchi è uno che non sa “andare” da sé “per questo mondo”, ma “insieme a chi lavora a ciglia basse” (op. cit. pag.125), perciò la sua è sempre una poesia sociale, anche quando rielabora accortamente il quotidiano di matrice crepuscolare.
Vedrei dunque in questo libro un cammino coerente, anche strutturalmente, in quanto l’illusione – delusione politica, i temi sociali rivissuti nel privato, il ricorrere di figure e paesaggi esemplari, i binomi campagna- periferia, città-tecnologia segnano il percorso di quaranta anni di storia tradotti in una ricerca stilistica mai fine a se stessa, per cui la parola, nelle raccolte più recenti, diviene più leggera, più aperta alla meditazione interiore, ma non astratta, di una religiosità laica, legata a quel “qualcosa” che resterà del “bene che hai compiuto” nella vita (op cit. pag.320). Franco Manescalchi è un poeta serio, che vuole dare un messaggio senza gridarlo, è un uomo onesto, che sa scrivere, ma non gioca colla scrittura, è, infine, un educatore senza volersi definire tale.

Alma Borgini

POESIA (DI) CON/FINE
Edison square Librerie Giubbe Rosse, luglio/agosto 2001

La neve di maggio, opera completa della poesia di Franco Manescalchi, fino al 1995, comprende tre stagioni umane e letterarie. La prima, fra il 1955 ed il 1965, è documentata dalle Poesie giovanili che comprendono una trilogia: Città e relazione, 1960; L’età forte, 1962; La macchina da oro, 1964. In questi quaderni, editi da “Quartiere”, è espresso il tema dell’inurbamento e della sua problematica individuale e storica.
La seconda, fra il 1966 e il 1980, è documentata dalla trilogia Il paese reale, 1970; La nostra parte, 1977; Il delta degli anni, 1981. In questi quaderni, editi da Collettivo R, è espressa la “resistenza” dall’interno dell’alienazione del sistema neoindustriale.
La terza, fra il 1980 e i11995, è documentata dalla trilogia Le scapitorne, 1987; Aria di confine, 1991; La casa delle comete (inedito, in cui è reinserita una scelta da Aria di confine). Questi ultimi quaderni esprimono le dissolvenze di un mondo che si rigenera e motiva nell’azione poetica.
Tre fasi del secondo Novecento, della storia del “secolo breve”, tre stagioni di una “vita d’uomo”, tre cicli letterari diversi, ma connessi da una loro interna progressione.
La neve di maggio è un’opera in cui la storia di un uomo coincide attivamente con la Storia dell’uomo del suo tempo.
Scrive Giuseppe Baldassarre nella postfazione: “L’autore, dal suo luogo di partecipazione, rivendica una piena consapevolezza: «l’essere incosciente / …è una salvezza / una forma / diciamo / di salute / da cui rifuggo come da un vaiolo» (Neutroni in Il delta degli anni). Consapevole anche della solitudine e della necessità di intervenire, di fronte ai molti problemi che l’esistenza propone: «a un certo punto ti trovi / solo con i tuoi nodi / e devi scioglierli tutti» (L ‘interno paese straniero in Il paese reale).
Nella sua opera omnia, il poeta , testimone partecipe, è «un uomo…corso da troppe nervature» (L’interno paese straniero), un «cane / sciolto dietro gli odori di una pista / diversa» (Nel delta in La nostra parte). Il dibattito interno è serrato: non si può ignorare l’ evidenza: «non è questa più la mia stagione /un estenuarsi di perché / privi di risposta / …non è rimasto niente di certo» (Senza lari in Il delta degli anni).
La città è diventata «cubi radi tra erbe» e «torri di vetrocemento e strade mobili» (Per dopo in Il delta degli anni). La condizione personale e particolare diventa riflessione sulla umana condizione di tutti, per cui forse «reclusi in un cerchio di gesso / battiamo la testa contro muri invisibili» (Enunciato galileiano in Il delta degli anni). La natura mostra, seducente e impenetrabile, il suo mistero. Nonostante le molte denunce, di un pessimismo virile: «dolce […] amaro del mondo amaro-e-amaro» (Per dopo in Il delta degli anni) e «tutte le cose se ne sono andate / il guscio di cicala dell’ estate / giace al suolo: / adesso sono veramente solo» (Rame antico in La casa delle comete).
Resta solida la figura del poeta ostinato indagatore dichiarata nella raccolta La nostra parte: «amo l’inquietudine del sogno / il gesto il tratto il segno il muro l’osso / la pietra il corso (della storia) il filo rosso […] che rimane da fare / fra dati tanto sconfortanti (un fuoco / brilla ancora laggiù sempre più al largo / dove il suburbio turba la polis razionale) / e allora non rimane che un sentiero segnato / fra sabbie mobilissime al nostro ceduo sperare».
Il sentiero viene percorso con una fede razionale, culturale e affettiva. È fiducia che riposa sulla storia dell’uomo, o almeno sulla sua parte migliore, la parte intellettiva e affettiva, sulla fantasia e sul desiderio di miglioramento personale e comune.
Di tutto questo indubbiamente l’arte è l’espressione più fedele.
Moltissimo si potrebbe dire sulle scelte stilistiche, sulla fluidità del ritmo, sulla padronanza del lessico che si mostrano, evolvendosi ma soprattutto via via definendosi, all’interno dell’intera raccolta. È un lavoro da fare con attenzione, con esiti certamente interessanti. Qui voglio solo indicare che in tutta la raccolta si nota un fluire musicale “naturale”, che viene, consapevolmente, frammentato, indirizzato, sospeso, per adeguarlo al dettato “drammatico”, alla riflessione interiore o dialogica. Crepuscolarismo gozzaniano, sperimentalismi, ironia, allusioni letterarie intervengono, quando intervengono, a contemperare (direi a difendersi da) proprio questa musicalità prorompente.
Questo per quanto concerne l’aspetto etico-estetico; per un giudizio globale, definitorio, si deve indicare questo breve inciso di Oreste Macrì che si riferisce ad alcuni titoli interni trovandone i nessi profondi e collocando così nel quadro del Novecento l’opera di Franco Manescalchi:
L’Aria di confine del titolo emblematico sinonimizza il “paese reale”, contro il “lager”, non più polemica, ma in luce-ombra; “l’aria” limite concreto, insulare, arcaico-rurale. Da esso l’ascesa al cielo e la discesa nell”‘ade”, l’impennata astrale e la morte sotterranea. La resa ai padri è sempre un rischio per la poesia, ma conta sincerità e verità di coincidenza tra le proprie forze poetiche e qualche possibile illuminazione pur discontinua dell’enigma. Infine, è una specula da cui contemplare e ridurre le “forme”, cui s’intitola la poesia che mi ha colpito, Forme: “di tempo in tempo vagano le forme / dell’essere profondo […]”. Essenziale è recuperare il “seme” del tempo vero pagando con la propria sofferenza accettata tra “metamorfosi inconclusa” e “patria del nulla” come colpa della indicibilità (“né verso né prosa”) di essa x, la non-soluzione come testimonianza.
Anche se sul tema, tutto da verificare, della resa ai padri, Rosa Maria Fusco afferma che per la presenza “della quotidianità fatta poesia, vissuta in poesia, deriva al lettore di Manescalchi e di questo libro in particolare, la sensazione che questo poeta così colto non abbia padri letterari ma fratelli, compagni di strada”.

Redazionale

QUASI UN SOMMARIO
Da Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002

Il libro La neve di maggio comprende tre stagioni poetiche dell’autore, la prima che va dal 1955 al 1965, la seconda dal 1966 al 1980 e l’ultima dal 1985 al 1995, che comprende anche la silloge inedita La casa delle comete. Tre stagioni poetiche che riassumono la vita di un uomo, un uomo che ha vissuto prevalentemente un ambiente culturale e urbano. Nato e cresciuto a Firenze, Manescalchi proviene da un ambiente contadino, e non stupisce se nella sua poesia riflette sempre le proprie origini, sapendo bene quale sia il punto di rottura con l’inizio della protesta e della rinuncia.
Nella prima parte del libro si nota soprattutto la sintesi del rapporto oggetto-soggetto, con una discreta ricerca di controllo e di limiti. Si risente della lezione montaliana, degli ermetici come Fortini e Luzi, poi però Manescalchi si allontana e prosegue un proprio percorso, forse più legato alla realtà della terra, una realtà quasi georgica. I ricordi della guerra, delle sue tragedie vengono passati al setaccio del ridicolo anche attraverso le parole del padre, e gli oggetti vengono accostati fra loro diventando così il nesso tra passato e futuro. Ne Il paese reale, il poeta canta soprattutto la sua certezza di essere socialista, ma il senso di impotenza aggravato dalla nostalgia di un’età ormaì irrecuperabile rende possibile solo l’ideale, per dare più ricchezza alla voce della musa. Non potendo più contare sulla realtà da vivere ci si affida al tempo, e la poesia si sa resiste oltre il tempo. Anche l’evocazione del paesaggio rurale e urbano natale si contrappone al sentimento amoroso per la moglie, con una gentilezza accorata. Ma c’è in Manescalchi soprattutto l’urto con la realtà, con il peggioramento delle cose, dei sentimenti il dolore sociale legato alla sconfitta politica e il degrado dell’uomo si va uniformando verso un uomo nuovo, che all’inizio il poeta rifiuta.
La poesia impone comunque la sua voce, la sua presenza, e i versi sono ora lirici ora cifrati, oltre la metafora, in un colloquio quasi surreale.
Il delta degli anni, è la conclusione di una trilogia iniziata con Il paese reale, dove si coglie un vocabolario composto e scomposto e dove l’eros, l’amore per la vita che non ci ama ma ci illude (e qui si torna al D’Annunzio della favola bella) resta il tema principale.
Le scapitorne rappresenta un capitolo a parte nella poetica di Franco, poesie in dialetto, quasi a fermare i ricordi della fanciullezza, le cose di ieri, che non ci sono più. Ma che vengono salvate dalla poesia, dai ricordi. Si arriva così alla silloge inedita La casa delle comete e se il titolo può sembrare una metafora, non è causale. In Manescalchi il senso teorico e scientifico si uniscono, precisando che esiste, è stato provato, fra la Terra e il sistema solare una fascia di aria fredda dove vivono le comete, e pare che staccandosi da questa massa abbiano fecondato la terra, dando origine alla vita. Ecco perchè il titolo finale ci porta veloci verso la rinascita, verso il futuro cui l’uomo con coraggio deve andare, verso l’attesa, che è anche la poesia, un ritorno a casa, e la nostalgia di ritrovare intatte le proprie origini (come Ulisse ritrova la sua Itaca). E il cerchio si chiude.

Laura Maria Gabrielleschi

UNA VIVA PRESENZA: NON DUE MA CINQUANTA ANNI DI PRESENZA
Da I limoni nel 1999 e nel 2000, Caramanica editore

Nel volume La neve di maggio (1959-1995) Firenze, Edizione Polistampa, 2000, Franco Manescalchi raccoglie quasi quarant’anni di attività poetica sempre affiancata da una viva presenza organizzativa e culturale in Firenze e non solo. Il volume odierno ci permette di ripercorrere la sua lunga strada dalla prima poesia in eco montaliana (Costa San Giorgio, 1959) fino alle raccolte degli anni ’90, attraverso un percorso che batte anche la via della poesia dialettale fiorentina, in cui rinnova quella matrice campagnola, prima origine della ricchezza umana e della purezza linguistica di Manescalchi. È, insomma, il legame che lo ha sempre tenuto fermo al “paese reale”, come dice la raccolta degli ultimi anni ’60, ripresa e arricchita in La nostra parte. In realtà, la vita e la poesia sono state sempre per Manescalchi una continua presenza nelle battaglie anche politiche che noi tutti abbiamo conosciuto lungo i molti anni della nostra vita: “Non siamo andati in guerra eppure / alcuni di noi sono morti / altri feriti / altri ancora hanno disertato / al primo scontro frontale”. È così la poesia di Manescalchi, nobile e impegnata, come si diceva un tempo, un atteggiamento al quale egli non ha mai rinunciato, ma più pensoso e ingentilito negli ultimi Origami: “Niente, del reale / in lunghi anni d’attesa / ho messo da parte / un tesoro / di niente: / soltanto miniere d’angoscia scintillano”.

Giuliano Maacorda

UNA PROPRIA IDEA DI POESIA
Da Gradiva, number 20/21, Fall 2001/Spring 2002

Un’occasione complessiva per conoscere questo variegato poeta fiorentino, dagli anni successivi all’ermetismo e al neorealismo, allo sperimentalismo degli Anni Settanta e ad ogni altro inutile “ismo” del secondo (o terzo) Novecento; inutile perché Manescalchi ha sempre saputo tenere fede a una propria idea di poesia che trova(va) nell’interieur del poeta (come diceva Artaud) la propria plausibilità e necessità, aldilà, appunto, delle spinte poetiche esterne. Ne esce fuori un’esperienza letteraria e umana fra le più ricche e significative dell’ultimo quarantennio, all’interno di un “ben difeso àmbito della propria autonomia da ogni forma di condizionamento” (Giuseppe Panella).

Luigi Fontanella

DOPO AUSCHWITZ: TRASFORMAZIONI DELLA POESIA A FIRENZE
Da Il Ponte, anno LVIII n.12, dicembre 2002

Non c’è niente da fare. Guardando alla storia del secolo appena trascorso è impossibile non pensare alla seconda guerra mondiale, e al grumo catastrofico di nazismo, olocausto e bomba atomica quali suoi spartiacque. Benché qualcuno, anche con argomentazioni non prive d’arguzia, come Romano Luperini, si ostini a considerare la guerra come un evento non decisivo per la coscienza letteraria del secondo Novecento, è comunque impossibile, per chi scriva o studi la letteratura, non avere presente, come ostacolo difficilmente aggirabile, l’interdetto di Adorno sullo scrivere poesia dopo Auschwitz. Diciamo: la valenza metaforica che indica a ognuno l’impossibilità di essere incoscienti dell’orrore del mondo, della sua brutale struttura di dominio. E allora: a che il “sublime”?
Dopo la guerra, e in Italia più accentuatamente che altrove, scrivere poesia non è più un gesto innocente e, come tale, da serbare fra i valori più alti della spiritualità umana. Se fra i suoi officianti qualcuno si volge al culto della “purezza” lo fa sempre e soltanto in uno stato implicito di relazione all’istanza contraria, che potremmo chiamare della coazione al realismo. Vale a dire del criterio che vanifica il principio dell’autonomia poetica, basandosi sul rimorso della rimozione: che cioè chiunque scriva di mondi fantastici, transitanti per la soggettività del poeta, lo faccia per nascondere l’inferno vero della realtà storica di mezzo secolo. Si scrive poesia anche contro e sopra la sua “impossibilità”; e da allora la poesia vive della sua negazione.
Parafrasando le intuizioni di Debenedetti sul romanzo, potremo scrivere che, a rigore, dopo il 1945 non ci sono più poeti, ma soltanto antipoeti. Ciò che li distingue uno dall’altro, come valore implicito nella loro opera, è solo il diverso grado di antipoesia (il tasso di vergogna, cioè, in esso contenuto ). Il realismo poetico degli Anni ’50 e la svolta dei più grandi ermetici o classicisti “paradossali” della prima metà del secolo (Sereni, Luzi, Zanzotto ), si deve leggere anche come tributo al precedente postulato, oltre che come effetto dello shock di fronte alla massiccia modernizzazione della vita quotidiana e all’eclissi dei valori. Anche il grande Montale ha dovuto pagare questo tributo, molto tardi, con la sua Satura. Ovviamente, i poeti hanno saputo trasformare l’interdetto in una risorsa e hanno praticato, talvolta con grande intelligenza, una forma di poesia che è concresciuta sulle ceneri del genere morto in via presuntiva. Diciamo anzi che la difficoltà della poesia è stata la forza della poesia lungo tutti questi ultimi decenni; arrivando a livelli di sublimità, serietà e interesse, che potevano essere forniti al genere solo da una serie di eventi così tragici e decisivi per la sorte dell’intero genere umano, e rielaborati dall’immaginario collettivo. Il più grande poeta del secolo, Paul Celan, è la riproposizione di una sorta di neoclassicismo postsimbolista dall’interno dell’interdetto adorniano. La Neovanguardia esprime il trionfo della impossibilità della poesia produttivamente poetica almeno fino al ’68, fino a quando, cioè, come scrive Berardinelli nell’Introduzione alla storica antologia del Pubblico della poesia, la rivoluzione sembra aver integrato, soppiantandola, la Poesia; e dunque la ghettizza nuovamente -e la suscita – nella “impossibilità produttiva”. Poi, di nuovo, la rinascita; fino alle esplosioni dionisiache di Castelporziano e alla Parola Innamorata; con l’isteria tipica e i meccanismi di rimozione di chi vuole negare l’evidenza. Infine, è arrivato il postmodemo, che accetta la sfida di un nuovo rapporto con la tradizione, risolta fagocitandola. Da questa situazione, dalla soglia di un postmodemo maturo, e forse ormai transeunte, scriviamo.
I tre volumi che qui presentiamo ci aiutano a comprendere quasi tutte le fasi della short story , essenziale fino alla colpevole semplificazione, che vi abbiamo raccontato. Essi rappresentano il lavoro di tre autori collocabili, per spunti ed esiti, in tre diversi momenti storici. Stiamo parlando di Franco Manescalchi (La neve di maggio, Firenze, Polistampa, 2000), che inizia a operare nel pieno degli anni ‘50; di Giuseppe Favati (Ameleto, in nome dei padri, Firenze, Polistampa, 2000) che, sebbene più anziano del precedente – è nato nel ’27, Manescalchi dieci anni dopo – inizia a scrivere alla fine degli anni ’60; e, infine, di Giuseppe Panella (Il terzo amante di Lucrezia Buti, Firenze, Polistampa, 2000), appartenente a più giovane generazione, che scrive a partire dai primi anni ’90. Direi che nella loro stimolante diversità, i tre volumi presentano comunque, rispetto al quadro tracciato poc’anzi, qualche tratto comune. Ad esempio, rispetto a una componente almeno della “impossibilità della poesia”, alimentata dalla neoavanguardia, e cioè il rifiuto della comunicazione, essi si collocano invece decisamente sul versante della poesia che presuppone e cerca un pubblico, anche se non in tutti e tre i casi si può parlare di intenti discorsivi, comunicativi: vedremo allora volta per volta in che senso. Ma i tratti comuni non si fermano qui. Ce n’è un altro, macroscopico; esteriore solo in apparenza. Quello di operare in una città, Firenze, che, dal punto di vista della storia letteraria di questo secolo, è ben più che un luogo e ben oltre che un simbolo: è, diremmo, la concretizzazione urbanistica della poesia. In almeno due autori su tre, Manescalchi e Favati, il rapporto obbligante, d’amore e d’angoscia con questa città è esplicitamente tematizzato, anche in forma articolata. Firenze, meno città emblema che luogo dell’anima, quasi si identifica con la tradizione che ha nutrito o sovrastato la formazione letteraria di diverse generazioni di letterati italiani. Nel caso della città letteraria, infatti, l”‘angoscia dell’influenza” che Bloom ha descritto in relazione ai rapporti di singoli poeti-individui, qui si carica di un accento collettivo. Impossibile dunque, per i nostri autori, non transitare dalle immagini poetiche della città per ribaltarle e rifarle proprie, come in una sorta di violazione-riappropriazione simbolica della Madre. Bisogna poi precisare che la tradizione poetica fiorentina è tutt’altro che morta, ma, come dimostra l’attività dei poeti che andiamo a leggere, si è incarnata in nuove interessanti personalità poetiche (a parte i presenti, mi vengono in mente almeno: Alba Donati, Rosaria Lo Russo, Elisa Beneforti, il pistoiese Carifi, e tanti altri che non c’ è lo spazio di elencare ). Diciamo anzi che Firenze è una delle poche città o regioni italiane nella quale possa identificarsi una precisa fisionomia poetica: se non proprio una scuola, almeno un ambito, un agone che ha una certa individuabile identità. In essa, tutti e tre i nostri poeti si sono distinti come operatori e organizzatori di cultura, oltre che come scrittori: basti qui fare i nomi di “Quartiere”, “Collettivo R”, “Il Ponte”, “Ottovolante” le “Giubbe Rosse”, tutte imprese alle quali i nostri poeti hanno partecipato direttamente, fornendo un contributo fondamentale. Qui li presentiamo perché possano rappresentare l’evoluzione della poesia fiorentina (e, ipso facto, nazionale) dall’ermetismo “crepuscolare” al realismo e all’informale politicizzato, e da questi, infine, al “beat” e al postmoderno culto e citazionale.

Una sotterranea impresa di consuntivo e commiato apporta gravità e grazia al volume di Franco Manescalchi, che raduna antologicamente quasi tutte le sue opere, da Città e relazione del 1960 a La casa delle comete: di questa tendenza all’autoritratto ideale viene interessato anche l’apparato paratestuale. Fedele al vaticinio fortiniano, esplicitamente riproposto «la nostra poesia sarà giudicata dalla prosa che l’accompagnerà»), il volume include un repertorio di valutazioni critiche, che gettano luce sul significato complessivo dell’attività poetica e intellettuale dell’Autore, attivo a Firenze dai primi Anni Cinquanta, animatore di riviste di importanza non solo locale, come «Quartiere» e «Collettivo R», nonché divulgatore e didatta delle arti e della poesia, inteso sempre, come si esprime lui stesso, a coniugare “giustificazioni interiori” con “motivazioni” da reperire nel contesto sociale. Inoltre, pittore; e anche di notevole tratto, come documentano, forse in misura troppo avara, le illustrazioni allegate. Rivolto a tramandare una compiuta fisionomia di “figura d’autore”, sembra anche lo struggente album fotografico ricompresso nel volume. Le istantanee immortalano il poeta fanciullo, con la famiglia contadina; e da giovane, un bel ragazzo dallo sguardo ombroso atteso a studi e riflessioni. Infine, lo vediamo com’è oggi: un distaccato, un po’ anglosassone, signore di oggi, cui si assegnano “premi alla carriera”. Lo sguardo è sempre quello aggrottato di chi scruta il panorama davanti a sé, a cercare i segni di una felicità possibile per tutti, i vaticinii di un oroscopo sociale. Sarà per quest’aria di bilancio e di epicedio, che l’esergo del volume, da una poesia di Machado, si riferisce al “secolo nuovo”, e fornisce l’impronta di un bilancio epocale. Certamente una delle poesie più riuscite dell’intero florilegio è, fra le ultime, e non a caso, l’ Epigrafe. Il riferimento al secolo non è peregrino. Il volume offre la rara emozione di poter essere letto come un viaggio diacronico nel Novecento, secolo della poesia; diremmo anzi che segnale dell’indubbio valore del volume e dei testi in esso contenuti è la sua singolare capacità di fondere, quasi paradigmaticamente, direi didatticamente, almeno quattro livelli: quello storico-sociale, quello biografico-esistenziale, quello storico-poetico, e quello linguistico-stilistico. I momenti essenziali nei quali è possibile suddividere la poesia di Manescalchi sono sostanzialmente tre: quello della fase giovanile di apprendistato e di ricerca di una lingua poetica oltre che di una propria “personalità d’autore” (dalla citata Città e relazione a La macchina da oro del 1963), in cui l’eredità più vistosa è ancora la grammatica ermetica, sottoposta allo shock delle contraddizioni infernali della ricostruzione postbellica e post-fascista. Il secondo è quello della maturità (da Il paese reale, del ’70 a La nostra parte del ’78), nel quale la lezione di maestri più vicini porta le strutture della poesia a confronto con le contraddizioni che sono, diremmo, coestese fra corpo sociale e coscienza dell’Autore stesso: a quest’altezza, infatti, la lirica matura nella dislocazione verso un Soggetto sociale di cui quello individuale è mera figura, portando alle prove migliori e più tipiche. Infine, l’ultimo periodo, quello “postumo” (nel senso specificato da Ferroni nelle pagine iniziali del suo Dopo la fine), da Il delta degli anni, dell’82, a La casa delle comete, del ’95. In esso la personalità artistica doppia quella biografica ed opera una sublime sterzata all’indietro, che si pone come garanzia di durata, addivenendo a una ulteriore felicità d’espressione, la cui complessa maturità esalta, a parer nostro, la sua inattualità. Il ritorno al classicismo poetico del Novecento, al linguaggio dei padri putativi dell’arte (così come, a livello dei contenuti materiali, al dialogo con il genitore reale), è in netta controtendenza rispetto al postmodernismo più estenuato, e veicola effettivi contenuti memoriali, antinostalgici, che potrebbero essere utili ai giovani poeti odierni, come modello di strutturazione diacronica dei propri “capi d’opera”. Chiamerei il primo periodo della “accumulazione originaria dell’essere”. Il giovane provinciale apprende al linguaggio dell’ ermetismo e di Montale la grammatica dei sentimenti (perplessità, assenza, religione della memoria, turbamento di fronte al miracolo terreno), che in lui si complicano da subito per via di quella sua condizione, più culturale che reale, di ‘contadino inurbato’, assai diversa dalla esaltazione per la/nella città che maturava nella borghesia e nella piccola borghesia che l’ermetismo avevano sostenuto. La città, che si offriva così fraterna e consustanziale in Sereni, Luzi, Bigongiari, qui è vissuta, nell’ epigonismo evidente della situazione, come il suggello di un imbarazzante ritardo ( del soggetto rispetto alla caotica modernità) e termine di un confronto antagonistico (del soggetto contro la modernità oppressiva), ma anche simbolo, con la sua discronia evidente, della frattura interna all’Io e alla storia: una costante, in Manescalchi. Non casuale è il ricorso frequente a insegne epifaniche provenienti dal mondo della tecnologia e della modernità dispiegata («auto-frigorifero», «scooter», «clacson», «strepiti di camiom», “juke-box” ), che si sostituiscono a quelle animali/botaniche o persefoniche che invece avevano abbondato nei decenni precedenti. Mutati i contesti sociali, tuttavia la vicenda psicologica è sempre quella della “sospensione”, la gioventù appesa o sacrificata a una non-rivelazione dell’essenza della realtà, e dunque a un’attesa della vita vera; di cui è emblema la figura della «carestia» («al vento forte delle nostre dita / fiorisce il cardo della carestia»). La memoria di una “vita anteriore”, baluginata nei paesaggi campestri, si offre come precondizione del furto di presente, altra costante, che trarrà molta della sua linfa dalla sospensione-confronto-conflitto fra passato e futuro, e dalla condizione di loro reciproca reversibilità. Il tutto ricompreso dentro la cornice di una disponibilità evidente all’incontro con le occasioni della storia (e della antistoria): questa voce poetica tende a porsi come un frammento di “opera civile”.
Il metodo di composizione di Manescalchi rimarrà abbastanza fedele a se stesso, nel corso degli anni. Quasi sempre si risolve nella partenza di un dettaglio macrofotografico di reale: un procedimento genuinamente antisimbolista, che porta la poesia a scaturire dalle cose concrete (la sua poesia è una forma di diario esistenziale), e a sfaldare l’oggetto, la realtà facendole attraversare da fasci di luci e materia che ne sconvolgono la piana ricezione, come in molta della pittura contemporanea: una sorta di realismo espressionista. Ciò può avvenire perché il mondo è il luogo della rivelazione di un altro, di una diversa vita, e sulla sua concrescente negazione questa soggettività poetica edifica la sua identità. In Fiorisce il cardo, ad esempio, là dove il poeta è colui che «ritaglia dal nulla i confini / di un mondo appena diverso», questo “appena”, è la cifra eloquente della discreta utopia allusa. Vi si accorda la formula, di gusto crepuscolare (sulla crepuscolarità di questo poeta, pur nella sua generosa disattenzione, non credo che avesse torto Pasolini nel 1971) della «amara passione ferita / della semplicemente poesia».
La seconda fase è quella della “contraddizione produttiva”. Manescalchi affina la coscienza del suo posizionamento etico nell’acuirsi dei conflitti sociali. La risposta non è un radicalismo alternativo che alimenti una oltranza espressiva, ma piuttosto una lunga e pervicace “guerra di posizione”, in cui la veggenza poetica si fa, giorno dopo giorno, sabotaggio critico dell’esistente. In fin dei conti se Montale resiste come fonte di poesia e modello etico-stilistico (vedremo in che senso) è perché esso è letto anzitutto come l”‘idolo” delle “Giubbe Rosse”, così come era stato acutamente percepito, per conto di una intera generazione, da Vittorio Sereni: non a caso la prima poesia di questa antologia si intitola Costa San Giorgio. Ma, a quest’altezza, i modelli che più contano, soprattutto da un punto di vista stilistico-espressivo, sono il Sereni degli Strumenti umani, il Luzi del Magma, e il Giudici della Vita in versi, nonché, e forse soprattutto (secondo soluzioni assai lontane dalla sua “maniera” classica e borghese) il Fortini di sempre; in Poesia ed errore, ad esempio, poesie come Camposanto degli Inglesi o Il forte di Belevedere, si candidano a ipotesti di molte cose del Manescalchi. Non escluderei neppure certo Majorino degli esordi, tipo La Capitale del nord (vedi taluni allucinati mix di metropoli e rabbia in Il fumo, la rabbia, la giovinezza) e una costante frequentazione oltrefrontiera, di cui alcune efficaci traduzioni punteggiano l’antologia stessa. Vale a quest’altezza la forza e la suggestione della parola “compagno” più che quella di “padre”, protagonista delle raccolte precedenti. Nell’ottica della poesia, l’impegno politico e la passione ideologica di Manescalchi sembrano solo un registro del repertorio etico; il che consentirà, nell’ultima fase, proprio a fronte della frana ideologico-politica, la possibilità di abbandonarsi ai tempi lunghi della memoria, di classe o familiare che sia, fino ad aperte suggestioni cosmologico-apocalittiche, che accolgono dentro di sé, senza rinnegarlo, lo slancio per un ribaltamento utopico dell’esistente (e usando la civiltà contadina, riesumata anche con l’acribia dello studioso, come serbatoio non solo di virtù morali ma di un intatto e sempre rinnovato imagismo edonistico: vedi, antologizzate, Le scapitorne). La forza descrittiva-evocativa di Manescalchi presuppone, per dover reggere il peso delle contraddizioni in atto, una precisione implacabile. Vedi in Lettera, «questi rioni residenziali / in questo lager in cui si vive / con una fame di storia che è storia di fame / ed altre lacerazioni / nella notte incipiente / come una spiga Isotterranea». Sin dal Paese reale si manifesta una discreta concessione alla sperimentazione, quasi soltanto concentrata nella frammentazione polisemica della parola (ad esempio, in Nel vetro nel quadro, «fin/extra» e «telaio tela-io»); e la cui importanza è già presente alla coscienza di Manescalchi sin dai tempi del rinnovato “Quartiere”. Nel confronto con il rutilante, pervasivo mondo dei nuovi media, la poesia si consolida in una sorta di visione subliminale del “paese interno”, («di questo non si parla nei giornali / per questo ha un senso ancora la poesia / e il tuo nome segreto che non scrivo»). La politicità dei versi di Manescalchi risiede anche in questo non avere paura di fare entrare la politica, i suoi gesti e le sue nevrosi nell’ ottica del banale, nel malessere quotidiano, se questa consapevolezza serve a far sperare ancora un’emancipazione dall’ arido deserto della condizione presente. Il fine nobile di Manescalchi, e che fa poeta da serbare alla memoria della nostra storia nazionale, è quello di sottoporre la politica e l’ideologia alla critica quotidiana del poetico, mediante uno sguardo ubiquo, che percorre squallide strade periferiche e perciò, proprio come in una sorta di nuovo evangelio, può frequentare alti spazi celesti: «dietro…le altre cose (banali) / di un salotto qui in parte riassunto / sono il segno di un agio che è disagio / di cambiali scadute di rancori / proletari che sembrano coscienza / e una serie dl fatti di passioni / legati al disamore / …quello che è stato detto / bene o male / è un’ipotesi di lotta / contro il capitale». Infine, nell’ultima fase il poeta attua una sorta di “ritorno al padre”, da intendere sia come rinnovata interrogazione interiore del genitore biografico, sia come ritorno espressivo a una sorta di classicismo novecentesco (in primis Montale, al limite della parodia: «oh potessi staccarla da quest’ombra / offrirla in dono …», Fine di tutto, 283). La poesia di Manescalchi, che qui e là accenna anche o allude a una certa regolarità metrica (misura preferita, il decasillabo ), acquista una scioltezza, una scorrevolezza e una musicalità mai prima raggiunte, ai limiti della cantabilità, con abbondanza di assonanze e rime interne. Più che accrescimento di mestiere, sembra il raggiungimento di una felice condizione espressiva, la cui marca caratterizzante è soprattutto il porsi in controtendenza rispetto al proliferare del citazionismo e del cultismo (detto in un ampio spettro di significati) della poesia postmoderna contemporanea. C’è, nella maturità, la conquista tardiva ma decisiva di un candore poetico, che prima era negata dalla dissoluzione ancora incompiuta delle sistemazioni ideologiche postbelliche: «ho fatto in tempo a sentire / l’odore di un millennio / da un cesto di formaggi». L’assoluta bellezza di un verso come questo si raggiunge solo a patto di riconquistare se stessi oltre le imposizioni della storia.
La vena satirica ed epigrammatica di Manescalchi, antologizzata efficacemente nel volume con prelievi dai Corsivi / in calce (1963-80) («L ‘avanguardia è quella cosa / veramente eccezionale / che sul labbro tiene Marx / ed in cuore il Capitale») può servire a introdurre la seconda figura della nostra trilogia, cioè Giuseppe Favati.

Renato Nisticò

UOMO DEL NOSTRO TEMPO
Da Nuova Antologia, luglio-settembre 2001, fasc. 2219

Questa ampia antologia delle poesie di Franco Manescalchi riunisce varie raccolte: Giovanili (1959-1964), Il paese reale (1964-1970), La nostra parte (1970- 1977), Il delta degli anni (1976-1981), Le scapitome (1977-1987) e La casa delle comete (1981-1995, inedite).
Fin dall’inizio Manescalchi cerca di dare voce poetica alla sua esperienza di uomo del nostro tempo che dal nostro tempo trae insieme motivo per scrivere e testimoniare – e la scrittura è per lui uno strumento etico – e motivo per essere preoccupato. Così nei suoi versi c’è amarezza, protesta, denuncia; ma anche contemplazione. Il suo «no» alla società dell’alienazione e del consumismo, del profitto e dell’offesa al territorio è serio, ma sereno; il poeta non grida mai, ma la sua attestazione è drammatica e decisa. Ripeto: la poesia è per Manescalchi uno strumento morale di richiamo, di attenzione, di coscienza profetica. La voce, sempre contenuta nello stile e nel linguaggio, modulata su toni familiari, si fa dolore privato e sociale per l’ingiustizia, l’oppressione, il conformismo imperanti e anche per le attese deluse dalla storia. Delusioni che rafforzano però la carica umana del dire, del confessare, del meditare scrivendo.
Franco Fortini, da par suo, definì questa poesia la «poesia della tristezza sociale e della sconfitta politica». Che però non ha i toni dell’autocommiserazione, sempre si riscatta nella tensione lirica venata di malinconia, nella passione civile e artistica. Una poesia «morale», tanto più se la si legge tenendo conto di quanto, oggi, la cosiddetta «globalizzazione» pesi sulle coscienze; e quindi una poesia attualissima, ricca di trepidazione, che non sottovaluta l’abbandono salvifico al calore degli affetti primari per recuperare, nella dimensione dell’amore, anche il valore e il senso della vita e della letteratura.
Il dialetto de Le scapitorne, le reminiscenze d’una società contadina umile ma sapienzale, fanno da battistrada alla riconquista d’una dimensione «altra», che richiama a quanto di buono c’è sempre nel segreto del mondo. Allora luoghi, tempi, camminamenti, ricordi, si fanno anche radici al di là degli eventi che sembrano travolgere la storia, tanto «è poca vita che bisogna vivere» e «verranno altri giorni altri uomini» (l’ottimismo dell’intelligenza); frattanto occorre salvare il bello, il buono, il giusto, «questa voglia / di semplice umiltà / di essere pane / buono / da spezzare»: la fede nella forza dell’uomo di rinascere, la consapevolezza che in molti opera sempre «il grido a bassa voce il grido dentro». La barbarie del reale non è irreversibile.
Il volume raggiunge, credo, il vertice della sua tensione e maturità ne La casa delle comete. Qui il canto coincide con il vissuto, la consapevolezza della perdita; ma poi la speranza viene recuperata – come accennavo prima – sul piano degli affetti (la madre, il padre, la moglie, la figlia). Intanto il mondo prosegue il suo autonomo e ineluttabile cammino con e attorno all’uomo: «Nella notte le cose si addormentano / come dentro una madre» e risuona «la bellezza antichissima del nulla». L’ascolto e il sussurro si fanno delicati, sottili, profondi: «A volte le domande sono croci, / ombre di croci, lunghe, all’infinito». C’è una maturità che travalica, ormai, le vicende terrene contingenti: «Questo giorno di pioggia mi somiglia / per un volto disperso – voglio dire / per una dolorosa meraviglia / ch’è delle cose nate per morire». È già la conquista di una mèta; che impegna il futuro di questo poeta così pensoso e riservato.

Renzo Ricchi

IL POETA DELL’ESODO*
Da Dialogica semestrale di ricerca e culture letterarie, n° 1, agosto 2001

Indispensabile anzitutto qualche cenno biografico. Franco Manescalchi (poeta, critico, giornalista, animatore culturale tra i più attivi e concreti) è fiorentino di nascita, ma è vissuto coi suoi nel contado circostante, per diversi anni, tanto da assorbire i valori umani e sociali più vivi, più vivificanti di quella civiltà. Quando, ancora giovane, si devono trasferire in città, per lui diventa uno scombussolamento, proprio perché il nuovo ambiente è, per troppi aspetti, disumanizzante. Si apre così nella sua esperienza una ferita profonda, che lo accompagnerà nell’intero percorso delle sue esperienze poetiche, dando voce a un disagio, una sofferenza, una lacerazione, che non è soltanto sua, ma rispecchia un passaggio di civiltà, con quanto si porta dietro di cambiamenti, di drammi profondi.
Tutto questo, come linee essenziali, rivive nelle pagine de La neve di maggio, un’antologia che va dalle Giovanili del 1959-64 fino a La casa delle comete del 1981-95. Il panorama della sua attività poetica si può dire completo.
Le caratteristiche più rilevanti sono una imperterrita coerenza e un altrettanto imperterrito ricercare e sperimentare. I due elementi non sono in contraddizione, si fondono insieme, dando ai testi una notevole ricchezza, sopratutto stilistico-compositiva.
Nell’ambito dell’espressione, il poeta, negli Anni Cinquanta, parte dalla lezione postermetica, con un suo particolare tono e risonanza. Presto però comincia l’esplorazione linguistica (s’incontrano forme epigrammatiche, componimenti costruiti su rime o allitterazioni, in contesti degni di un’antologia delle migliori avanguardie) e la continua con saldo interesse, pur mantenendo una rilevante fedeltà alle forme consacrate dai classici e dal Novecento (si hanno esempi di sonetti dalla metrica perfetta).
Per quanto riguarda la tematica (anche qui l’esplorazione è costante, per riuscire a capire l’ambiente nel quale è stato costretto), il motivo conduttore risulta appunto la sconvolgente sofferenza del distacco dal suo mondo. Lui porta “nel sangue…. memorie lontanissime di giorni / appoggiati all’odore arso dei fieni / sotto portici dove/pendeva a mazzi il granoturco”. Si sente un “uomo che cerca una misura d’uomo” e invece resta un “uomo offeso nel girone borghese”. In fondo, “la città illuminata è un cimitero / a cui non porto fiori”.
Certo, “basta a volte un azzurro a consolare”. E difatti, quando irrompono nella sua tematica i motivi della famiglia (i genitori, la moglie, la figliola) anche la poesia, la dolorosa ricerca sembra trovare una sua particolare tregua. Solo i valori profondamente umani lo possono salvare. Un libro coinvolgente.

Gino Gerola

*Si pubblica, a integrazione di questa lettura, anche la lettera di Gino Gerola, dove sono trattati aspetti che ne arricchiscono il senso.

FRA FORMA E CONTENUTO
Rovereto, 6 aprile 2001

Caro Franco,
più di tre mesi da quando ho ricevuto La neve di maggio: da non credere a quanto vedi. Sai in che condizioni mi trovo e quindi spero tu possa scusarmi.
Il libro mi ha accompagnato per diversi giorni (una lettura lenta, per poter assaporare tutto, possibilmente): una compagnia ricca di soddisfazioni estetico – letterarie, ma anche di ricordi, di ripercorsi, di esperienze in comune. Ti ringrazio per la lettura.
Ho trascurato tutto l’apparato critico (tu giustamente lo hai messo a contorno dei testi) per non influenzare le mie impressioni immediate e non. Certo, di pagina in pagina, s’incontra una coerenza direi imperterrita e insieme un continuo sperimentare o sondare possibili soluzioni. Il che dà all’insieme una sua particolare consistenza e validità. È un po’ come percorrere una strada dove puoi poggiare sicuro il passo e al tempo stesso scoprire scorci nuovi, sapori e sostanze inedite, tanto da sentirti coinvolto a fondo, verso per verso, componimento per componimento.
Cominciamo dalla fedeltà a te stesso, alla tua formazione, al tuo universo, alle tue esigenze. Dal punto di vista metrico, resta essenziale l’endecasillabo (magari con la compagnia del settenario) e strutture che rispecchiano le ricerche del Novecento, ma anche quelle classiche, tanto da approdare al sonetto, in qualche parte.
Per quanto riguarda lo stile, anche qui si rivela fondamentale la lezione novecentesca, diciamo postermetica, in qualche modo: dalle prime pagine fino alla conclusione si mantiene, per lo meno come telaio, in questa direttiva.
La tematica poi ruota appassionatamente, dolorosamente intorno alla civiltà contadina (ricchezza umana e sociale inestimabile) ormai sradicata e alla città che va sempre più disumanizzando il contesto sociale (sei e resti “l’uomo offeso / nel girone borghese”): una lacerazione profonda che fa sentire la sua protesta, i suoi urli smorzati, quasi pacati, ma cavati dal cuore, lungo tutto il tuo percorso poetico, rendendolo pacatamente, vivamente drammatico. Solo nell’ultima parte, quando appaiono Mary e Laura, pare che quella sofferenza riesca a trovare una sua particolare tregua.
A tutto questo si affianca quella che si può chiamare sperimentazione o per lo meno ricerca, viva, incessante, che si manifesta in vari modi, dai moduli giocati sulle allitterazioni o rime o rimalmezzo fino agli epigrammi, senza mai abbandonare comunque quella tua drammaticità, quel tuo impegno umano, presente dall’inizio alla provvisoria conclusione. In fondo, sei partito, tutto sommato, luziano, sia pure con connotazioni personali ben evidenti e hai continuato in fondo a sperimentare, pur nell’ambito cui accennavo prima.
E siccome tutto quanto risulta autentico, il lettore ne viene conquistato, il suo interesse resta legato alla musica che circola nei versi, al loro forte sentimento, al loro sforzo di superare o smorzare il dolore attraverso la comunicazione, attraverso il sorriso o l’ironizzazione, in un contesto che io ho percorso convinto e appagato.
Spero capiti l’occasione di segnalarlo con una scheda, magari su “Dialogica”. Vedremo. E in ogni modo ti farò sapere.
Salutami la Mary e la Laura. Tutti i miei auguri e un abbraccio

Gino Gerola

LA PASSIONE DEL TEMPO
Da Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002

Nelle valli toscane in primavera puntualmente ritorna “la neve”. Lungo i cigli delle strade e nell’aria, il polline di gattici e pioppi imbianca il paesaggio. E questa è la neve di maggio. II fenomeno surreale che ripropone la vita attrae l’attenzione del poeta, il quale, come in apnea, obbedisce al suo moto di respiro quasi timoroso di provocare effetti “collaterali”. Il respiro si fa lieve, rispecchiando così il passo silenzioso, volutamente muto del suo essere tra uomini e cose.
La neve di maggio è la radiografia di un uomo, ma anche chiave di lettura di un’epoca. Poiché se un uomo rifiuta di asserragliarsi nell’autoesclusione, in quanto la partecipazione alla storia costituisce l’unica via per vivere, non per sopravvivere, quell’uomo diventa vero e si raffigura nell’anello indissolubile della catena cosmica.
Il percorso del poeta testimonia di grandi eventi che si sono succeduti nel costume e nelle speranze di un tempo, che corre dal dopoguerra ai giorni nostri. Umori, slanci e cadute di un processo di sviluppo e di nuove dimensioni umane che si affacciano e crollano in un ritmo incalzante della storia, quasi in una partita di spareggio per la vittoria finale.
Attraverso questa radiografia che sonda cinquant’anni di vita dove è accaduto di tutto, dai grandi mutamenti politico-sociali a quelli scientifico-tecnologici che hanno persino stravolto l’equilibrio umano, si viene introdotti nella visualizzazione di uno spettacolo a volte cristallino, a volta opaco (ma non privo di luce) a seconda del moto ascendente o discendente della civiltà.
Dice bene Giuseppe Panella, nella nota introduttiva, quando scrive che “sulla base di aspirazioni etiche e di intimazioni estetiche si è sviluppato il percorso di scrittore e di lotta di un poeta tra i più significativi del Secondo Novecento italiano.”
Anche se, come lo stesso Manescalchi suggeriva da qualche parte, il pericoloso scenario che si è venuto a creare nel panorama della poesia italiana del XX secolo, si caratterizza per la grande attenzione rivolta alla poesia del Primo Novecento e per la totale negazione del Secondo Novecento che si colloca fuori dalle mode e dalle correnti.
II decadimento morale caratterizzato da una radicale avversione contro quel processo di apertura culturale favorevole a una società umanistica di diritto, è l’agente-killer che da sempre tende a emarginare la coscienza critica dell’arte in una riserva indiana.
Nell’opera di Franco Manescalchi emerge una presenza e un’analisi del tempo impietoso e feroce contro le “minoranze”. E ne deriva una scrittura amara spinta fino quasi alla mancanza di prospettiva. Ma questo “negativo” va inteso come provocazione e non come gesto di sudditanza o di resa. La poesia non è vissuta come decorazione intimista, bensì quale strumento di conoscenza e quindi di modificazione del paesaggio umano.
Si attesta così in quella dinamica espressiva capace di definire tempi e spazi. Da queste movenze scatta la consapevolezza storica e con essa l’immane gesto poetico volto al mutamento di ogni vincolo relazionale.
La poetica di Franco Manescalchi, nonostante sia venuta a trovarsi nelle acque profonde tipiche del “naufragio”, nonostante istanze e segnali di crudo disagio da cui essa si diparte, si attiene sempre e scrupolosamente a un dettato di suoni quasi impercettibili, di ovattato comunicare. Quasi un dire in silenzio. La poetica di Franco Manescalchi propone spettacoli sublunari anche quando, senza avarizia, trascrive immagini della bella Firenze. Il poeta sorprende in ogni caso per la sua tenace assenza di lamento.
Questa poesia è fiume amaro, la radiografia di un “corpo” storico malato. E, certamente la finalità cui è chiamata,e cioè di curare un corpo sull’orlo dell’abisso, non lascia spazio a facili festini.
Nel tessuto connettivo che accompagna la sua opera, assistiamo a una mattanza da “televideo”. Siamo di fronte a una requisitoria minuziosa, avverso l’alienazione di massa contro cui è destinata.
“…ci ha lasciato stringendo in braccio i libri / i versi infine uno sull’altro amari / i versi infine / una casa distrutta dal fuoco”. Una casa distrutta, per Ida Vallerugo, dopo il terremoto del Friuli.
L’urgenza di recupero di quei valori umani fondamentali, fondanti e necessitanti per un’esistenza liberata da barriere e da ogni forma di caducità, si pone così fortemente alla base della poesia di Manescalchi, che in fondo, quasi per arroganza del destino, sembra ritrovarsi tradita e sempre elusa. E, come prostrata, scoprirsi in una terra bruciata.
Sotto questo aspetto appare incalzante il richiamo alla visione camusiana del “Mito di Sisifo”. Ma, mentre in Camus tale sentimento è ordinato nel segno dell’inutilità dell’azione, senza remissione, nel poeta fiorentino lo stesso sentire discende invece da un invasivo senso di panicità: di smarrimento beninteso che scaturisce da una profonda necessità di mutamento del soggetto umano, troppo lungamente nella storia sottoposto a inaudita violenza.
Il sogno del poeta che non connubia la poesia come valore di pura decorazione intimista, è e rimane quello di veicolare un indirizzo di rinnovamento e di civiltà, a partire da se stesso, dal suo ambito esistenziale e storico.
Franco Manescalchi è poeta di questa straordinaria, singolare avventura,vissuta e esibita senza sosta.

Guerino Levita

FUORI DALLE CORRENTI, UN CERTO MODO DEL CANTO
Da Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002

Una soggettività che non si rinserra nell’ego, una consapevolezza tesa alla ricerca costante del senso e sostanziata da alto tasso comunicativo marcano la poesia di Franco Manescalchi; che fa del suo volume antologico La neve di maggio (1959-1992) un cuneo opposto all’entropia del nostro secondo Novecento letterario. Così, poca o nessuna connessione col discorso dell’autore hanno le poetiche degli ultimi decenni, caratterizzate, alfine, da alchimie oniriche, sentenziosità minimalistiche, dissolventi combinatorie sperimentali, neoarcadismi panici, filosofemi vacui.
Perché per il poeta la poesia è, né più né meno, che un ‘certo modo’ del canto; ed esiste non per le sue implicazioni concettuali o speculative ma per ciò che essa è. “La poesia” scrive un maestro dimenticato, Lu Hsün, certo congeniale anche all’opera critica e agli orientamenti politici e morali di Manescalchi “non si può conoscere sulla base della filosofia e dell’intelletto. Perciò i pensatori dalla sensibilità raggelata spesso pronunciano giudizi errati sui poeti”.
A tale proposito, anche contro la nuova sempre vecchia moda del ‘pensiero poetante’, i versi di Manescalchi non mimano la retorica delle ‘domande’ ma, fedeli alla vocazione dei poeti autentici -ribadita da un altro grande dimenticato, Quasimodo, che ravvisa un’insanabile incomprensione o addirittura ‘inimicizia’ tra poeti e filosofi – puntano a dare ‘risposte’: a schiudere coscienza e conoscenza.
Reso in quinari e settenari e catafratto in cristallini endecasillabi, con soprassalti espressionistici, fondali pittorici, rovelli esistenziali e nostalgie domestiche, talvolta con foggia di ballata georgico-memoriale o di idillio impressionistico intersecato dal grammelot dialettale toscano, La neve di maggio esprime una sorta di generale antropomorfismo per il quale la realtà è degna di essere nominata solo se ‘umana’. Allora il poeta si pone a testimone ad ‘antieroe’ nemico d’una Storia straniante che vorrebbe conformarlo ai suoi miti e riti del disagio in un ambiente alienato e tutto ‘improprio’.
Ne consegue che gli squarci aperti sul reale introducano i temi della disillusione; mentre il ‘parlato’ critico prende a impostare la voce metrica – ‘cantante’ – di un Io che dapprima mima l’epica del soggetto gravato dalle personali metafore ossessive e poi si dissolve nel simbolo lirico, in scansioni narrative e accenti allegorici, in scenari dinamici e sigle tematiche sempre plastiche: modulando l’incessante metamorfosi dei sensi.

Stefano Lanuzza

POESIA E DIALETTO
Da Periferie, luglio/settembre 2001 n° 19

È un volume antologico che ricapitola l’intera vicenda creativa di uno dei poeti più signifiativi del secondo Novecento, dalle esperienze giovanili di Città e relazione (1959-60) e L’età forte (1960-62), passando per Il paese reale (1964-1970) e La nostra parte (1970-77), fino alla recente fase di operatività, fra le più avvincenti della poesia anni Ottanta, di Il delta degli anni (1976-81) e La casa delle comete (1981-1995), davvero un momento esemplare di assoluto affidamento per quanti, nello stesso torno d’anni, intraprendevano o proseguivano il difficile compito della scrittura poetica. In antologia è anche un inserto dialettale, di certo non un incidente” nell’impegno di Manescalchi, rappresentato da poesie tratte dal volume Le Scapitorne (1977-1987), un testo che invita a riconsiderare la visione (monca) di molti antologisti di poesia in dialetto e i criteri di sistemazione della materia. Scarne notizie, scarna presentazione su un poeta autore di pagine che hanno traversato gli anni, motivato i giorni e appaiono sul tavolo come geroglifici di una scrittura privata/ pubblica, come prezioso messaggio sempre da decifrare domani, nel respiro dello sguardo, nel gesto del segno.
Dell’opera intera bene ha colto il senso uno dei nostri più attenti critici letterari, Pietro Civitareale: “La poesia di Manescalchi ha mostrato sin dagli esordi di volersi muovere tra la prosecuzione rivisitata di un’idea novecentesca della poesia, è l’affermazione di unà diversa funzione, capace di farla uscire dall’ambito tragicamente solitario di una condizione espressa come topos assoluto di assenza, per attestarla sulla coscienza e conoscenza della realtà di tutti i giorni. ll discorso poetico di Manescalchi si configura come una lucida e compiuta esperienza del travaglio del nostro tempo, un’esperienza che tenta di sostituire all’uomo incerto o inerte (comunque negativo) d’oggi, l’immagine di un uomo consapevole delle direzioni del tempo e della necessità del suo impegno contro tutte le fenomenologie storiche e politiche degenerative “.

Achille Serrao

GENERAZIONI E RIGENERAZIONI
Da Il filo rosso, 34/2003

Con La neve di maggio, comprendente testi dal 1959 al 1995, Franco Manescalchi offre al lettore il suo itinerario poetico sìngolare, snodatosi dentro un lungo arco di anni, segnati da mutamenti profondi e da eventi che reclamano attenzione, facile da ottenere sul momento, ma destinata a consumarsi nel giro di pochi giorni. Sono, insomma, gli ultimi anni di un secolo, ma anche di un millennio, che solo la paziente scrittura in versi è riuscita ad attraversare e a sentire nella loro complessità. Prima Firenze e dintorni, poi altri luoghi, entrano nei versi, che a loro volta sembrano comporsi per ritornare nei luoghi di partenza e portarci il carico di un cuore che nei suoi battiti sembra volere registrare sussulti di verità, percepita all’improvviso come un bagliore, un suono. E dentro un mondo di figure umane che si muove nelle strade, nei campi, venendo a volte anche da lontananze, la parola sembra volersi piegare per cogliere il battito di un pensiero, un’attenzione.
Senza lasciarsi occupare da facili avanguardismi, Franco Manescalchi procede con rigore dentro una realtà che tende ad aprirsi da tutte le parti, senza timore di raccontare, di cercare il colloquio, di affondare le parole nella stessa realtà con l’intento di viverle; di dire il suo risentimento, le sue debolezze, i pensieri nascosti, la rabbia. E quindi l’impegno, le urgenze, i doveri, i bisogni dentro anni di passioni e di febbre. Per cui quest’opera è la storia di un viaggio con l’uomo e per l’uomo, lungo sentieri disposti su crinali, dove gli eventi si spezzano e si ricompongono, per aprirsi alla speranza e per chiudersi all’improvviso sopra delusioni e sconforti. Mille le occasioni di attesa e mille le sollecitazioni a riprendere il cammìno, anche con una lingua che usa la calata fiorentina, per andare dentro le cose stando accanto alla gente, nelle strade, nelle piazze; e quindi nei sogni, nelle attese e nelle urgenze di una folla capace di vivere con folle semplicità la vita. Questo il senso profondo di Le Scapitorne, querce private dei rami secchi da cui rinascono nuovi polloni, segni di una vita capace di rigenerarsi. E lungo questo cammino momenti struggenti segnati dalla presenza del padre “che legge certezze leggere / nel varco del tempo, raccoglie / millenni di leggi segrete / nel cuore che volge alla pietra / e sa quanto un uomo conosce / di bene e di male” (pag. 287), dalle parole ferme, dentro un verso, della madre: “Senza di voi la vita non ha senso”. I versi per il padre sono, in questo itinerario, uno dei momenti poetici più intensi. Manescalchi sembra essere sul punto di varcare il confine e di entrare nel segreto delle cose, che si aprono ad intermittenza per rivelarsi. Un percorso, dunque, verso il senso ultimo dell’essere, dove le generazioni si incontrano e la carne ch’è stata rivive in nuova carne il dramma dell’assenza, con parole e gesti che resistono al tempo.

Francesco Graziano

L’IMPEGNO EX IMO
Da Vernice n° 24/25 maggio 2003

Avviene sovente che un poeta, dopo anni di intensa attività letteraria, desideri fare il punto su quanto ha prodotto e quindi pubblichi una scelta antologica dai suoi precedenti libri. Ciò è accaduto anche a Franco Manescalchi, il quale ha dato alle stampe nell’ottobre 2000 un volume di 384 pagine, intitolato La neve di maggio, corredato di notizie bio bibliografiche e di giudizi critici, nel quale ha inserito una scelta molto significativa dei suoi testi prodotti dal 1959 al 1995. L’impressione che si ricava dalla lettura di queste poesie è innanzitutto quella di trovarsi di fronte ad un autore dotato di una grande perizia tecnica, il quale sa adoperare il verso, sia libero che tradizionale, con perfetta conoscenza delle leggi che lo regolano.
La seconda e più importante impressione scaturente dalla lettura delle poesie del Manescalchi è quella che esse siano opera di un poeta autentico, il quale scrive per una reale esigenza espressiva e non soltanto per la volorità dì condurre una sua battaglia ideologica o per il desiderio di farsi notare.
Tatto ciò è facilmente verificabile non soltanto per le poesie di stampo più schiettamente intimistico, come quelle giovanili di Città e relazione (1959-60); L’età forte (1960-62); La macchina da oro (1962-64), ma anche per quelle di Il paese reale (1964-70); La nostra parte (1970-77); Il delta degli anni (1976-81) nelle quali più marcato si fa l’impegno civile e politico del Manescalchi, come traspare dalla serrata polemica che egli vi conduce nei confronti dei mali del propno tempo.
Così, ad esempio, ne Il paese reale troviamo una poesia quale La fuga dei colori in cui, dopo questo verso: “quello che dico o scrivo nasce dal nostro male”, se ne possono leggere altri che suonano: “tu non vedi la rosa nel bicchiere / come gonfia si scioglie sulle mensole / di una povera casa proletaria”, di andamento certamente più musicale e disteso. Nel libro successivo poi, La nostra parte, s’incontrano versi quali: “finché il padrone vive / tu non avrai mai pace” (Lettura di quotidiano); ma se ne incontrano anche altri liricamente effusi, come: “Ora / un presagio di morte mi accompagna / in queste strade gonfie di colore / che approdano alle coste // sulle selci /l’ultime noci rompono dal mallo: / dilaga alle pupille un manto giallo. // Grida per noi l’infanzia la sua neve” (La velina sul pettine la bocca). Ancora. Ne Il delta degli anni può leggersi una poesia come Periferia che ha questo incipit: “non posso amare la fiat / i grandi capannoni / alzati sulla casa / sul podere / sul vino versato / sul bene pagato col male”, ma che così si conclude: “uscendo quando è buio le muraglie / sono fresche di vento / il fiume scivola come un bambino sui pattini / ed io sono leggero / per questo radicamento / di pensiero giovane / che finalmente mi riguarda”. E le citazioni potrebbero continuare a lungo.
Notevole valore hanno pure in quest’ antologia le poesie in vernacolo de Le scapitorne (1977-87), tra le quali se ne possono leggere alcune, come La treccia, La hasa, I’ vecchio che, nel recupero, sorgivo della lingua, raggiungono risultati di grande efficacia.
Da ultimo le poesie a noi più vicine, contenute ne La casa delle comete (1981-95). Manescalchi sembra aver qui raggiunto i suoi toni più alti, in poesie quali In morte di un poeta (dedicata ad Alfonso Gatto); L’albero; Altra lettera; Moneta di antiquarium; Antefissa (dedicata a Rosa Maria Fusco); La festa (dedicata alla madre); Lettera al padre; Ponte d’assi, etc., in cui la profondità del sentire e la nettezza del segno ci danno la vera misura delle sue doti di poeta, ampiamente riconosciutegli del resto, come appare dai significativi stralci critici pubblicati in appendice al volume.

Elio Andriuoli

LA GENERAZIONE ULTERIORE
Da Erba d’Arno, n° 84-85, primavera/estate 2001

La neve di maggio comprende l’intera produzione poetica di Franco Manescalchi compresa nell’arco degli anni che vanno, con bella, accorata e orwelliana inversione delle loro cifre, dal 1959 al 1995. I primi testi, già compatti e maturi anche se etichettati dall’autore come giovanili, sono quelli di Città e relazione (Bologna, Leonardi, 1960); gli ultimi appartengono a una raccolta intitolata La casa delle comete che, nonostante una serie di anticipazioni apparse in Aria di confine (Melfi, Libria, 1991), risulta tuttora inedita. Si tratta, come si può vedere, di un percorso che abbraccia più di quarant’anni di storia culturale e politica dell’Italia repubblicana e che attraversa il Novecento italiano come una parabola tesa e concentrata di passione e di riflessione, di critica e di lotta. Ma perché poi questo titolo, apparentemente ermetico ma, in realtà, perfettamente giustificato dall’evento che esso rappresenta? Le nevicate e il pulviscolo staminale che gli alberi e le piante producono a primavera inoltrata inondando l’aria e le acque con i loro inviti alla riproduzione gametica indicano la serrata volontà rigenerativa, fecondativa e partecipativa della scrittura presente nella Poetica implicita in Manescalchi. La poesia non è mai fine a sé stessa o serve a se sola; senza possibilità di generazione ulteriore non si dà nemmeno il fermento poetico della dimensione del presente. L’importanza di un testo poetico sembra indicare Manescalchi è nel suo essere grembo fecondo di ulteriore poesia; meglio, della comprensione razionale del presente che dall’apparente irrazionalità del verso scaturisce e si rovescia in sentimento ed emozione partecipata. Il taglio della prima produzione di Manescalchi è nettamente post-ermetico, anche se le dichiarate predilezioni dell’autore vanno più nella direzione della passione morale e politica che in quella dell’“ideologia” della poesia come pura trascrizione di sentimenti e di stati d’animo segreti ed assoluti. L’impegno appare un valore imprescindibile per lo scrittore e la scrittura deve essere conforme al progetto che manifesta. In una lirica appartenente a quella stagione (il libro di riferimento è La macchina da oro del 1964, non a caso pubblicato nelle edizioni fiorentine di Quartiere) si legge: “Perché uno da solo non può nulla / sono popolo / scrivo con mille mani: / leggetemi nella protesta murale / nel gesto schivo ribelle / nelle parole rullo amaro fuoco. / Questa vita in versi resisterà: / sono un popolo che detta/ nel vento dei figli la sua storia” (Franco Manescalchi, La neve di maggio, p. 36). La scelta di campo è netta, mancava forse ancora una prospettiva di rilettura delle contraddizioni del reale quale arriverà con La nostra parte, raccolta scritta parzialmente durante la fiammata collettiva degli Anni Sessanta e pubblicata poi nel 1977 dalle Edizioni Collettivo R di Firenze: “perché amo l’ inquietudine del sogno / il gesto il tratto il segno il muro l’osso / la pietra il corso (della storia) il filo rosso / che moltiplica gesti collettivi / dal magma profondo del panico / perché amo / non so andare da me per questo mondo / dove si conta per uno come fanciulli egoisti” (La neve di maggio, p.125). Emerge qui il concetto fondamentale che informa la prospettiva di scrittura di Manescalchi: l’esistenza di un magma primordiale delle emozioni e del dolore esistenziale nel quale la pratica poetica si cala per riportarla in superficie raggrumata e ricondotta ad unità attraverso il controllo della forma su di essa. Proprio l’idea di magma è centrale nella idea di poesia che Manescalchi coltiva e riconsidera. Grazie al gioco di prospettive diverse ma parallele che l’intreccio tra privato (irrazionale e magmatico) e pubblico (la razionalità della storia che si rovescia nella necessità di intervenire su di essa per modificarne il corso ingiusto e violentato), la poesia diventa in Manescalchi il luogo del conflitto aperto e della battaglia delle idee: un modello che lo sviluppo della poesia italiana del tardo Novecento sembrava aver accantonato ma che la lettura de La neve di maggio sembra riportare (e con drammaticità) davanti agli occhi di chi si prova ancora a leggere in profondità le contraddizioni del proprio tempo.

Giuseppe Panella

DI UNA POLIS INATTINGIBILE E IRRINUNCIABILE
Da Città di vita settembre/ottobre 2001

Per i tipi della Polistampa è ora disponibile in un unico elegante volume un’ampia scelta dall’ intero corpus poetico di Franco Manescalchi, uno dei maggiori protagonisti della cultura letteraria fiorentina del secondo Novecento, instancabile promotore di molte delle più interessanti iniziative che hanno avuto luogo nella nostra città negli ultimi decenni. Il libro offre l’opportunità di verificare la tenuta stilistica e l’evoluzione ispirativa dell’autore in un ampio arco cronologico di profondi e drastici, non di rado traumatici cambiamenti: il massiccio fenomeno dell’inurbamento, il tramonto della cultura contadina, il consumismo sempre più imperante, alienante, pervasivo, il ribellismo ideologico e la trasgressione contestataria; tutti eventi che hanno inciso aspramente sul mondo poetico di Manescalchi, da sempre animato da una passione civile che è urgenza utopica verso una polis avvertita come inattingibile e irrinunciabile allo stesso tempo, alla quale torna costantemente a contrapporsi, in drammatica dialettica, il luogo sofferente e sofferto dell’esistenza e della storia, con le sue dilacerazioni e le sue insuperabili aporie. Ne deriva un laicismo amaro e perplesso, una disposizione interiore acre e malinconica, spesso disperante e sarcastica, reiteratamente tentata da conclusioni nichilistiche, ma a tratti anche attraversata e interrotta da intermittenze ‘altre’; le parole e i gesti dei genitori, il mai tacitato rimorso/richiamo di un mondo agreste e ancestrale, i trasalimenti delle ore, delle stagioni, dei paesaggi, quasi lampi e barbagli in cui malgrado tutto traluce il senso dell’esserci, il presentimento di un significato.
Manescalchi resta comunque fedele a quello che lui sente come suo compito di poeta impegnato, di ‘poeta sociale’: un compito di testimone non esterno, ma sempre drammaticamente partecipe, fin dai testi più antichi: «Su questa calda cantilena annotta / e sperpera la luna adolescente / per poggi oscuri viscere e bagliori, // e perita è la sera inabissando / cascinali e vigneti, fuochi sorgono / nel verde ottenebrato, ai davanzali / per borghi periferici le donne / fendono d’urla i giochi dei ragazzi, / negli sterrati dove cresce sterile / erba in sterpi fra strepiti di camion / Una memoria si svena raggela / e dalla notte svetta qualche nascita.» (p.23).
In Manescalchi, come non sfugge a Giuseppe Panella nella succinta ma densa nota del risvolto di copertina, l’estetica non è mai gratuita, ma all’opposto sempre scandita dalle esigenze etiche che egli avverte e a cui sente la necessità di dare forma ed espressione. Nel repertorio tematico e nell’immaginario di Manescalchi, nel suo timbro linguistico-stilematico e nelle sue cadenze ritmiche e versali si avvertono gli echi della koinè poetica del Novecento letterario, soprattutto italiano, di cui l’autore è conoscitore espertissimo. Oltre all’exemplum brechtiano e all’archetipo di Machado, vi si riconoscono, infatti, Ungaretti e Montale, Saba e Penna e, più ancora, Sinisgalli e Bertolucci, Gatto e Caproni, Luzi e Fortini, e persino i crepuscolari (certe movenze corazziniane o gozzaniane, taluni scarti estrosi di sapore govoniano), nonche gli accenti provocatori, iconoclastici e destrutturanti delle avanguardie e delle neoavanguardie. Ma ciò che si impone è quell’unità di tono che ottempera ad un bisogno di autenticità, di rigorosa aderenza al proprio sentire e al proprio vissuto .
Nell’universo poetico di Manescalchi, che ha la Toscana e soprattutto la città di Firenze e i suoi dintorni, le sue periferie e le sue campagne, come principale referente spazio-temporale, storico-geografico, la mobilità e l’inquietudine dello sguardo si accompagnano sempre alla tensione dell’indagine, anche se quest’ultima non esclude talvolta l’epoche degli antichi, un distacco di ascendenza forse anche orientale (non sono ovviamente casuali la frequentazione dell’haiku e la presenza, evidenziata in titolo di sezione, di lessemi come «origami» e« ikebana»), che dà tregua alla mente mantenendo però il coinvolgimento emotivo: «ora brucio in silenzio / poche foglie d’alloro / e assaporo l’assenzio / di un ossimoro» (p.328).

Fornaretto Vieri

LA POESIA DELLA PRESENZA E LA DISATTENZIONE DEL PRESENTE
Da Il corriere del giorno, mercoledì 20 marzo 2002

Non ci sono scusanti è pur vero che sono cambiate le condizioni stesse del lavoro, mutati i rapporti, ma lasciare che un testo esemplare, per densità di stile e asperità dì contenuti, soprattutto a fronte dell’invasione dei pigmei che intorbidano il panorama poetico, è inaccettabile. Anche per questi motivi (personalmente recito un profondo mea culpa) ho ripescato dalla montagna di libri accatastati sul mio tavolo di lavoro, l’antologia poetica La neve di maggio di Franco Manescalchi, uscita per i tipi editoriali della Polistampa di Firenze. Ripeto non è soltanto un omaggio ad un amico, ma il doveroso tributo al fertile animatore culturale, al poeta di spessore, ad un intellettuale a tutto tondo che ha saputo dare alla sua vita un’impronta originale, vissuta sempre in prima linea, sia sul piano delle battaglie “civili” sia su quello delle novità “culturali”. A voler scorrere la sua biografia è facile rintracciare quel percorso attivo, che lo vede protagonista non marginale del rinnovamento della cultura fiorentina, dall’iniziale adesione al gruppo di Quartiere, poi il Collettivo R, ma in primis il suo impegno della creazione nelle scuole di corsi di scrittura creativa, oggi così in auge, e poi l’ infinita rete di collaborazioni a periodici e quotidiani nazionali (Il Ponte, L’Unità), nonché la direzione di riviste di cultura Stazione di Posta) o l’adesione a movimenti e gruppi poetici e niziative validissime come Ottovolante.
C’è, in Manescalchi, una sinergia forte tra il pensiero e gli atti culturali, nel senso che l’attraversamento delle situazioni si mescolano, si accolgono in unità d’intenti, quasi a conchiudere una condizione altrimenti non connotabile. Tutto questo determina e favorisce un progetto autonomo, com’è facilmente individuato dal corpus di questo volume antologico, che partendo dalle primordiali poesie Giovanili (1959-64) formate dalle raccolte di Città e relazione, L’età forte e La macchina da oro, s’incammina verso il riconoscimento de Il paese reale (1964-70), perché si reciti La nostra parte (1970-1977) ne Il Delta degli anni (1976-1981), attraversando la stagione dialettale de Le scapitorne (1877-1987) per chiudersi, provvisoriamente, nella folta sezione de La casa delle comete (1981-1995) che presenta non pochi inediti.
Si comprende bene che una pratica poetica lunga una vita, esigerebbe un accurato studio critico, e non una modesta partecipazione recensoria, pur tuttavia credo che la critica abbia sottolineato a più riprese le qualità scrittorie di un poeta “tra i significativi del secondo Novecento italiano”. Nessuno può ignorare o sottacere la complessità di un discorso palesato a confine “tra la musica del sogno e la scansione e aspra. e terribile della storia”, cioè al di sopra dei velleitarismi arbitrari rintracciabili nella melodia del canto intimistico o nelle pruderie di marca pseudo-avanguardistica, soprattutto a ragione di una limpida visione dei processi estetici, etici, sociali e culturali, di fronte ai quali Manescalchi è stato attore e mai comprimario. La sua aderenza agli sviluppi delle realtà culturali nasce dalla consapevolezza e dalla intima connessione fra pensiero e pratica, in una combinazione simbiotica che scardina perfino i ritmi prosastici, ne avviluppa i legamenti e dichiara la propria necessità nel dirsi e nel parteciparsi alla vita. La sua poesia è oltre i confini stabiliti, delimitanti, in una visione che scavalca l’effimero e si definisce da sé e per sé, a scandire il ritmo di una realtà che muove oltre per significarsi. La puntualizzazione critica porterebbe avanti, a capire il discrimine nel quale si attua e si determina la poesia di Manescalchi, ad approfondire quella “dimora vitale” di cui parlava Oreste Macrì, menzionando ancora un territorio evangelico nel quale il poeta fiorentino è affine a Caproni “per certa facilitas di gomitolo ritmico”. Qui l’analisi si fa più fitta, sposa i possibili campi della speculazione teoretica, si infittisce di rimandi e di esternazioni forti, ma quel che conta è la scoperta di una verità che non si piega agli enigmi della compiacenza formalistica. Tutto ruota attorno ad un” seme”, che denuncia quanto il vero sa sconfiggere il falso, nella continua dialettica della verifica quotidiana. Infatti, la poesia di Manescalchi, pur muovendosi e nascendo dalla “Prosecuzìone rivisitata di un’idea novecentesca della poesia”, da essa si distacca per “l’affermazione di una sua diversa funzione, capace di farla uscire dall’ambito tragicamente solitario di una condizione espressa come, topos assoluto di assenza, per attestarla sulla coscienza e conoscenza della realtà di tutti i giorni”.
Dentro questo immenso fluire c’è da rimarcare la perfetta aderenza fra stile e meccanismo interiore: nella logica di una catarsi che è sublimale diversità e si apparenta nella padronanza di un vissuto, di una condizione scandita da un verso sempre preciso, mai scomposto, dichiarando la sua ineccepibilità poetica e umana. E, di certo, questa “neve di maggio” saprà resistere alle bufere, alle tempeste della vita, perché il suo tempo è oltre il tempo degli scalpitanti umori dell’oggi.

Angelo Lippo

VIVERE/LA POESIA
Da Punto d’incontro, gennaio/aprile 2002

La neve di maggio è la testimonianza di un’esistenza che non si risparmia, ama comunicare, costruire, vive nel tempo ma sfugga dal tempo stesso perché si dimostra immutabile nel suo nucleo più intimo: l’umanità profondissima.
Il linguaggio è contenuto e non lascia spazio alla retorica anche quando sarebbe facilissimo cadervi: mi riferisco al momento della domanda, dell’interrogazione e della ribellione, evento dirompente che non si pone romanticamente nella forma di sdegno lanciato in faccia al mondo per scuotere le coscienze, ma come estremo invito alla comprensione, alla confidenza, alla condivisione forse impossibile di un’utopia che rimetta l’uomo “con i piedi per terra e la testa in alto”.
Se il centro di gravità delle prime sezioni del libro in cui sono racchiuse le esperienze umane e letterarie dal 1959 al 1980 si raccoglieva con eros/ioni profonde, con brividi di “ora ed ironia” nella problematica di una nuova koinè, nella terza stagione si sposta sul terreno critico-profetico del crollo delle istanze più alte del “secolo breve” anche con l’intervento della memoria attiva e futuribile.
Col capitolo della poesia in dialetto, Le scapitorne, si entra nell’interno di un’arca della cultura; sentimento, espressione, vivono nel cerchio magico della sacralità dei luoghi ancestrali della matrice “contadina” densa di significati e di apparizioni, fissata in una dimensione viva e concreta che si colora di una partecipazione emozionale.
Il linguaggio singolare, freschissimo, regala alla lingua italiana per la prima volta in ambito di poesia colta, la briosità e la sintesi del dialetto toscano memoriale, liberato da ogni incrostazione bozzettistica del vernacolo.
La neve di maggio è perciò, nella poesia italiana del secondo Novecento, un’opera che documenta attivamente un’epoca vissuta nel difficile discrimine di Firenze continuando l’azione umana e letteraria iniziata alla fine degli Anni Cinquanta dal gruppo di Quartiere insieme a Gino Gerola e Giuseppe Zagarrio.

Innocenza Scerrotta Samà

INTORNO ALLA CITTÀ
Postfazione a La neve di maggio

L’opera che raccoglie i componimenti poetici di un autore segue, straordinariamente, una sinopia interna, non prevista ma presente.
Non c’era progetto, ma le linee sono congruenti, chiare. C’è stato il tempo, c’è stata una personalità e una ricerca costante. E le tessere accostate negli anni si trovano a indicare un disegno, un percorso.
A leggerla una volta ricomposta, risaltano i temi, i tratti caratterizzanti. Si nota la ricorsività. Erano presenti fin dall’inizio gli elementi costitutivi della struttura poetica. Ma si tratta di un sistema di livelli diversi. L’immagine che può rappresentare il processo è una linea elicoidale: il percorso si muove verso l’alto, impercettibilmente, ma decisamente. A ogni passaggio si definisce sempre più il pensiero e l’espressione.
Succede anche con questa raccolta di Franco Manescalchi. Questa si presenta anche come un “dramma”: un conflitto (che, semplificando, si può definire come io-sociale, valori naturali-città, passato-presente, fiducia nel cambiamento-delusione) giunge a un punto di aporia insanabile, finché un recupero del passato personale e sociale, anche linguistico, non realizza una catarsi, forse momentanea ma profonda, dando un senso all’intero percorso. Il luogo da cui lo sguardo registra l’evolversi degli eventi è lo spazio intorno alla città. Questo spazio è anche un confine: tra campi e edifici urbani, tra valori della generazione precedente, e degli avi, e quelli della società che velocemente imbarbarisce in riti consumistici e alienanti, è un confine tra l’illusione di consapevolezza della sua irrealizzabilità, tra la pensosa e “religiosa” riflessione dell’io e una distratta e vuota dinamicità.
Per cui la città, da costruire, amata, diventa il centro delle riflessioni, degli slanci e delle delusioni. Qui e non altrove questi slanci e queste riflessioni possono trovare significato. Non c’è perciò vagheggiamento di una situazione edenica al di fuori o all’indietro: il passato, personale e degli avi, qui cerca accoglienza e valorizzazione (Un’ombra di speranza in La casa delle comete). Si chiede quindi una trasmigrazione dei valori, una trasmutazione cioè in moneta attuale, che però ne salvi la specificità e non tanto il valore di acquisto. Operazione difficile, per distrazione più che per ostilità preconcetta. Quello che era un progetto comune, la rivoluzione verso una società nuova, non riesce a decollare, si frantuma.
L’autore, dal suo luogo di partecipazione, rivendica una piena consapevolezza: «L’essere incosciente / …è una salvezza / una forma / diciamo / di salute / da cui rifuggo come da un vaiolo» (Neutroni in Il delta degli anni). Consapevole anche della solitudine e della necessità di intervenire di fronte ai molti problemi che l’esistenza propone: «a un certo punto ti trovi / solo con i tuoi nodi / e devi scioglierli tutti» (L’interno paese straniero in Il paese reale).
Testimone partecipe, il poeta è «un uomo…corso da troppe nervature» (L’interno paese straniero), un «cane / sciolto dietro gli odori di una pista / diversa» (Nel delta in La nostra parte). Il dibattito interno è serrato: non si può ignorare l’evidenza: «non è questa più la mia stagione – un estenuarsi di perché – / privi di risposta / …non è rimasto niente di certo» (Senza lari in Il delta degli anni).
La città è diventata «cubi radi tra erbe» e «torri di vetrocemento e strade mobili» (Per dopo in Il delta degli anni). La condizione personale e particolare diventa riflessione sulla umana condizione di tutti, per cui forse «reclusi in un cerchio di gesso / battiamo la testa contro muri invisibili» (enunciato galileiano in Il delta degli anni). La natura mostra, seducente e impenetrabile, il suo mistero. Nonostante le molte denunce, di un pessimismo virile: «dolce…amaro del mondo amaro-e-amaro» (Per dopo in Il delta degli anni) e «tutte le cose se ne sono andate / il guscio di cicala dell’ estate / giace al suolo: / adesso sono veramente solo» (Rame antico in La casa delle comete ), resta solida la figura del poeta ostinato indagatore dichiarata nella raccolta La nostra parte: «amo l’inquietudine del sogno / – il gesto il tratto il segno il muro l’osso /la pietra il corso (della storia) il filo rosso – …che rimane da fare / fra dati tanto sconfortanti (un fuoco / brilla ancora laggiù sempre più allargo / dove il suburbio turba la polis razionale / e allora non rimane che un sentiero segnato / fra sabbie mobilissime al nostro ceduo sperare».
Il sentiero viene percorso con una fede razionale, culturale e affettiva. È fiducia che riposa sulla storia dell’uomo, o almeno sulla sua parte migliore, la parte intellettiva e affettiva, sulla fantasia e sul desiderio di miglioramento personale e comune.
Di tutto questo indubbiamente l’arte è l’espressione più fedele. E l’arte, intesa anche nel sentire immediato della gente semplice, resta un valore, un punto di riferimento che non tradisce. Non mi pare un caso che a un certo punto questo percorso “drammatico” intervenga perciò una raccolta, sicuramente intimistica e familiare (come anche la scelta linguistica mostra), ma in realtà segno di una riappropriazione di un mondo umano senza tempo: Le scapitorne. In particolare nella poesia E Macchiaioli – nella scoperta di se stessi, gli abitanti della campagna, all’interno dei quadri degli «urtimi macchiaioli» – si produce quella sublimazione del reale, che diventa conciliazione con il mondo e senso della vita stessa. E in qualche modo il “dramma” esistenziale e poetico dell’autore trova la sua catarsi. Moltissimo si potrebbe dire sulle scelte stilistiche, sulla fluidità del ritmo, sulla padronanza del lessico che si mostrano, evolvendosi ma soprattutto via via definendosi, all’interno dell’intera raccolta. È un lavoro da fare con attenzione, con esiti certamente interessanti. Qui voglio solo indicare che in tutta la raccolta si nota un fluire musicale “naturale”, che viene, consapevolmente, frammentato, indirizzato, sospeso, per adeguarlo al dettato “drammatico”, alla riflessione interiore o dialogica. Crepuscolarismo gozzaniano, sperimentalismi, ironia, allusioni letterarie intervengono, quando intervengono, a contemperare (direi a difendersi da) proprio questa musicalità prorompente. In ciò, lo stile viene a corrispondere al meccanismo interno della razionalità che ora si scontra ora dialoga con la parte più affettiva e intuitiva. Ma questo discorso dovrebbe essere fatto con più ampiezza e più dati.
D’altra parte l’autore ha ancora molto da dire e noi, riprendendo l’immagine iniziale della linea elicoidale, lo seguiremo volentieri sul prossimo livello di riflessione umana e di espressione poetica.

Giuseppe Baldassarre

LA NEVE DI MAGGIO
Da Il Portolano, n. 47/48, luglio/dicembre 2006

È per dire grazie, un grazie minuscolo di mezzi ai maiuscoli meriti di questa poesia di Franco Manescalchi, che nella meditazione dell’immediatamente ad essa dedico così, a mio modo, questo “origami” “senza livree” di parole, fiorito nelle mani della mente che hanno bevuto sorso a sorso, centellinata nella quieta tensione del con-senso, l’ardente mitezza dei suoi versi. Maturata di asciutte lacrime, come frutto di malinconia in un cesto di primizie, alle domande di un “ragazzo dai capelli lunghi / troppo alto per stare con i piedi per terra / ma nel fondo triste / per perdere la testa fra le nuvole”, arditamente quella mitezza è entrata “nel mondo a pugni chiusi”, croce/ombra “sulla soglia” di tutte le sue domande: croce lunga-mente poi portata, sopportata e serbata in fondo al cuore come indurita e pur feconda attesa dei frutti maturati da quell’ombra. Sdoppiatosi “scaglia a scaglia”, come galestro, l’infinità di un futuro deprivato di confini da cui egli allora sperava “chi sa cosa”, quella scissile infinità, confinata nel dolore di ogni acuminata scissione, si è poi via via fluidificata, spandendosi in “dura malta”, “quasi fosse niente” “sull’asfalto del mondo” per resisterne al convulso – ed occulto – potere, uscito da se stesso in un “conato / di ruote celerissime”.
“Veramente solo”, apolide di “un’alba illividita” (al suolo “il guscio di cicala dell’estate”) pietra su croce quel ragazzo ha impastato con quella malta, fabbril-mente ri-con-posta con “ira ed ironia”, febbrili, definite domande per edificare tese, pro-tese, con-tese, in-definitive risposte: risposte curve di “libri sopra a libri per progetti / di libri” accatastati di parole dette “a mezza voce” e poi dis-dette “per stare con tutti e dunque con nessuno”, nell’ansia della comune fuga nell’“aria nuova, pulita”, intra-detta nel paziente segno-sogno d’un “vano gesto prometeico”. In inverni carichi di “neve nera” a corrodergli le “vene”, senza guscio in focolari sempre più freddi di parole “con la lancia nel costato”, egli ha cercato fin d’allora “un punto fisso, un segno dell’amore” nel nostos verso il “nido dell’assenza dell’essenza”, là, nel vigile silenzio dell’ombra abbandonata dove ancora stormiva, “ai confini del bene”, la frescura dell’infanzia.
Così, pronto a partire ripartendo “dalle sponde degli anni accatastati”, trascorsi, iterati e reiterati come quei libri, scaglia a scaglia uno sull’altro (“tutto preciso secco / arsa sul fuoco l’ultima speranza”), senza avere “messo insieme neppure un pugno di male”, “creatura da corsa e panorami”, poeta-uomo “con le dita bruciate in punta / dal fuoco dei tasti e del tabacco”, quella “creatura” se n’è dunque andato “per questo mondo” non più da solo “ma insieme a chi” – come lui – lavorava “a ciglia basse” “l’inquietudine del sogno / il gesto il tratto il segno il muro l’osso / la pietra il corso (della storia) il filo rosso / che moltiplica gesti collettivi”: e mai più da solo ha continuato poi ad andare finché, “ad un certo punto”, “il nodo alla gola il nodo degli anni” (libro su libro come croce su pietra) quella catasta di parole/libri/anni di progetti, dis-utilmente edificata a mezza voce e avvolta intorno alla propria solitudine (annodata come un cappio di “cravatte scarpe fibbie lacci”) si è disciolta, dissolvendosi, come la sua “neve di maggio”, nel mutuo incontro con ogni «altrità» impegnata nella reciprocità dell’ idem(tico) esercizio “a ciglia basse”.
Per “tradire” e “non tradire” quella diversa, inter-attiva «idemtità» nella responsoriale responsabilità conpartecipe della comune congettura, l’unisono dell’ uomopoeta Manescalchi ha così saputo e voluto deisolare la poesia dalle sue dis-utili crepuscolarità, assorte e incardinate a celebrare la decostruita solitudine dell’uomo (veste-compenso-prezzo delle sue narcintimistiche ferite) per investirne ereticamente (fra Gramsci,Popper e Feyrabend) né patetiche, né paritetiche, né ottative, ma pragmatiche e progressive le sue sortite risorse: per viverla davvero quella poesia, e “sentirla vivere” nell’avvento della sua organica verità di “fatto vero che vuole accadere”. Così, con-dividendo la sua mensa sensibil-mente imbandita di parole (quelle parole che la storia artata-mente consuma nella dicotomia fatto-valore) Manescalchi ne compone il corrispondente jato politico-culturale, attuando la storia stessa nell’attualità dell’azione creativa. Consustanziata all’imo del suo tempo, quel tempo che la memoria, cercando ed aggregando senza dimenticare, con-muove nell’impegno a-vocato dall’“assenzio” ossimorico del suo “interno paese straniero”, questa poesia può (e sa) permettersi dunque anche l’alleanza con la prosa delle parole contaminate-animate dalla/nella libera circolazione quotidiana, per costruirne poietica-mente responsabile e matura una responsorialità “di schiena dritta”, critica e inter-indipendente “contro la civile ipocrisia del potere”, e(s)ternandosi in “laica comunicazione di speranze”. Con un ludo “colpevole” di lingua, di quelli magistralmente azzardati e pro-posti dal suo con-senziente impegno-ingegno, Manescalchi dispone e propone così il “carapace” della sua poetica (“tra-dire per non tradire”), insolita come una “tartaruga capovolta” e, come una “hoperta su ‘i tetto”, distesa “a ‘i’ limitare delle stelle”: poetica che, convertendo inter-convertite le contra(d)dizioni di quell’intimo “assenzio” dell’ essenza coscienziale (“disagio / di cambiali scadute di rancori”), de-duce e tra-duce “fuori dagli specchi” di ogni sterile, compiaciuto intimismo, l’intimità del suo “sentiero-pensiero” con-ducendola fra le mani del sentire della mente, verso la fluida manifestazione/conversata nella fonte dell’amicizia. Defluendo di umane intenzioni e inter-azioni, per con-fluire nel delta della resistenza, è infatti e sempre l’amicizia che, nella poesia di Manescalchi, scrive al plurale “con mille mani” di “popolo” ribelle, per esistere e dettare alla storia la storia dell’avvento della sua buona novella “con una rosa a sinistra del costato”, per “vivere / come davvero si deve”, dividendo “l’amore dalla morte” nella scelta del primo per il riscatto del ricatto della seconda dalla heideggeriana / cioraniana gettatezza nel mondo: impari, improvvida, dismorfica “scacchiera”, ove per guadagnare la partita, spesso anche i cari compagni ringhiano come….cari / cani.
Fragilmente caparbio nella confessata consapevolezza della “pròtesi” di coraggio che ardentemente si aderge protesa alla possibilità di un con-possibile futuro, la poesia di Manescalchi maiuscola s’intrattiene sostando con le minuscole per cambiare “verso e recto” i connotati alla dentata chiostra della prepotente «solitarietà» umana nel chiostro di una dimessa, in-positiva solidarietà, abitata e praticata nel “viceversa” dell’appartenenza. Sul “rame antico” di quell’appartenenza, in bilico fra passato e presente, Manescalchi tiene qui e ora in pugno il gesto per in-scrivere nel segno del senso il sogno di un tempo che, empio, ritorna pio nel tempio collettivo di una memoria impegnata ad affidarsi alla fiducia del suo futuro, professandoli entrambi. È dunque per appartenere protéso, senza pròtesi, a quel tempio-tempo che “non ha ed è” “impaginato in fogli intensi d’oro”, che nel nido doloroso, ma talora anche argutamente ironico dei suoi versi (cito in proposito la solitaria, intima cena con “’i’ gatto” ove, ambedue “sdigiunati” con una scatoletta “senza cipolla e senz’olio”, si miagolano “sazi”: “a domattina!”) il poeta si annuda s-nidandosi in bergsoniano fluire d’anima.
Attraverso le contraddizioni del conporre per opporre e de-costruire per ri-costruire la primigenia innocenza di quelle dizioni-contro, egli scompone luminosa come una cometa in transito, in eleganza di lingua scelta e sperimentata nel continuum del progress (ergo, dialetticamente), la sua trasparente volontà di mostrarsi dirompendo dall’ermetismo fumoso della incomprensibilità/incomprensione che si appella soltanto alla ragione delle ragioni senza ascoltarne il sentire: quel sentire che funzionando opera, agendo unisce, e consentendo può anche dissentire proprio in virtù di quella stessa fiducia richiesta, già implicitamente contenuta e concessa nella volontà di esporsi con chiarezza ed onestà alla critica «costruttivattiva». Ecco allora che le “troppe nervature” dell’albero ramificato / ante del confessato sentire del poeta, espanse “nel respiro dello sguardo nel gesto del segno” (proprio così, sempre senza punteggiatura, per creare la possibilità di stimoli, ove ognuno è direttamente coinvolto nella personale decodifica dell’elicoidale dna dei versi) si concentrano confermando la volontà centrifuga per arrivare “alle soglie degli altri”. E’ lì che, insoddisfatta nell’incertezza del senso, il segno della onesta azione creativa si conforta nel confronto con la presenza del suo oggetto di desiderio, già disegnata nella sua interiorità dallo sguardo dei suoi stessi occhi: come la ‘perfetta similitudine’ di cui scriveva il buon Dante a Cangrande della Scala, la ‘fonte cristallina’ di Giovanni della Croce, la ‘carità che crede tutto’, richiamata da Agostino dalla lettera di Paolo ai Corinzi.
Confrontandosi con quel conforto di oggettivata interiorità la poesia di Manescalchi approda così, fieramente dimessa, alla convincente sua certezza etica/estetica, irrompendo e dirompendo nell’“eppure” che ‘ditta’ fuori avocato dall’ efficacia di quella interiorità scoperta e riconosciuta nel plurale progetto di un “interiore futuro” conversato fuori dal suo cerchio/centro: colloquiale progetto che responsabilmente responsoriale, “con tu lucidi di vento”, “nonostante£” ed “eppure” continua ad insistere resistendo per abbattere “le parole dello speaker” nella rivoluzionaria pro-posta dell’ ”oppure”.
Pudicamente generosa, devotamente laica, fraternamente plebea, politicamente mistica, eticamente estetica, liricamente pedagogica, intimamente pubblica, nella sua vocativa sineciosi per l’accoglienza e l’interazione attraverso la confessione/comunicazione, con questa sua “neve di maggio”, scavata di sole a scontare il dolore dell’errore e dell’orrore “a ciglia basse” e di “schiena dritta”, da caro compagno sempre “alle soglie degli altri”, poieticamente Manescalchi ha fatto – e continua a fare – una schiva ma strenua militanza per ri-condurre il prepotente potere della vita, uscita dai suoi cardini, “ai confini del bene” dell’origine, intra-dicendo nel suo testimoniale passaggio/messaggio di poetica scrittura, i pensieri di Abele: quei pensieri che, traditi sui sentieri di un mondo caina-mente manipolato e deprivato del suo paziente stupore senza carità, risuonano nelle sue “cataste di parole” edificate in modulata, relazionale sinfonia, per conpartecipare alle aspirazioni/intenzioni di un destino comune ad ogni singolo “interno paese”, non più “straniero” se manifestato e condiviso nel tempo/tempio bene-dicente dell’amicizia, che seducendo senza seduzioni, solidalmente può, sa, e vuole tra-durre e condurre il mondo verso l’amore per amore del mondo.

Anna Maria Guidi

LA SELVA DOMESTICA
Prefazione al libro

Potrebbe apparire una formula retorica a sfondo celebrativo o una pura banalità dire che Franco Manescalchi ha fatto coincidere la sua vita con la poesia. In effetti questo è l’irrinunciabile ed implicante «stato di fatto» da cui partire per intraprendere qualsiasi ricognizione sul percorso artistico-letterario che Manescalchi nel corso degli anni ha effettuato e che questa selva domestica, con i suoi numerosi testi selezionati, organizzati e chiamati riassuntivamente a fare paesaggio, ricompone e disegna.
Un suggello antologico che – notiamolo subito – non è per il poeta né l’unico né il primo, e che quindi, venendo dopo un’opera come La neve di maggio, di dieci anni fa, deve essersi presentato all’attenzione dell’autore con i caratteri di un’operazione, per il fatto stesso di essere nuovamente tentata e prima ancora concepita, fortemente originale: diciamo pure integrativa, nella sua misurabile originalità rispetto al libro del 2000, ma nel contempo, appunto, dotata di autonomia, viva di proprie motivazioni e necessità, rispondente ad altri impulsi ispirativi e ad altre forme di testimonianza, al di là della evidente funzione aggiornante espletata. Una «sinopia» della silloge precedente, come l’autore stesso definisce in esergo l’attuale La selva domestica, accompagnando alla definizione versi incoativi che recitano, poetici come la metafora pittorica adottata e taglienti come un epigramma pronunciato alla presenza del proprio «io»: «Al profondo silenzio delle cose / Sto ritornando / Ma il viaggio per strade tenebrose / Lo faccio amando» (VS LA FINE).
Un mobile e imprevedibile viaggio continua, un percorso si fa di nuovo strada, continuando un cammino, ma recuperando e riconsiderando a ritroso anche ciò che è stato: mettendo in luce, magari, pure sentieri secondari, scorciatoie, tappe dimenticate e passaggi un po’ restati in ombra, che però hanno costituito anch’essi quel protratto procedere. E aggiungiamo anche, preliminarmente, per cercare di mettere bene a fuoco e di capire, che in Franco Manescalchi la poesia non ha costituito mai una privilegiata condizione abitativa protetta da anima stanziale e solitaria, ermeticamente circoscritta dai propri confini e in quelle segnate pertinenze autosufficiente, felice di sé.
Una «città scritta» – dapprima Firenze, e insieme, fin dai tempi più antichi, con Firenze e con la poesia, il mondo – si è al contrario immediatamente parata all’orizzonte, consentendo all’esercizio poetico complesso di Manescalchi le giuste coordinate ambientative di tipo societario, secondo un irradiamento che ha presupposto nel poeta, costantemente, accanto ad un lavoro creativo di scrittura in proprio, a tu per tu con la pagina bianca e con la formalizzazione di testi, l’attenzione alle parole degli altri e ai significati profondi a quelle parole delegati. Una poesia multiforme e disponibile, poco importa se talora perfino solo un conato di poesia o un suo desiderio rimasto irrealizzato, rintracciabile con molta umiltà e con molta pazienza positivamente presente e incentivabile in un microcosmo di relazioni e quotidiani rapporti, pronto giorno dopo giorno ad assurgere a valori allargati: valori a loro modo confortanti e stimolanti, e nel contempo di verifica nei confronti di quella necessità espressiva e comunicativa che la pratica della poesia porta sempre con sé.
Strane creature i poeti: strane soprattutto in un mondo come il nostro, in cui la poesia risulta ferocemente smentita, misconosciuta e negata, e insieme drammaticamente desiderata, in segreto anelata e rimpianta; i poeti come l’invisibile e invece quasi sempre operativamente presente, generosamente applicato e impegnatissimo «uomo di fumo» del secondo Novecento fiorentino e della contemporaneità che non si chiama Perelà ma Franco Manescalchi. Strane e paradossali creature, i poeti, che vivono sulla propria pelle – proprio come il fantastico ed allegorico protagonista del Codice palazzeschiano – un sempre rinnovato trauma della separazione e della nostalgia di pienezza, alimentando con la loro insoddisfatta ed operosa presenza tra disagio e incanto, trasgressione ed obbedienza a richiami incoercibili, spaesamento e rivendicata centralità, una casistica storicamente resistente collocabile tra umano e universale, voglia di «altrove» e struggente desiderio di contatti.
Sta di fatto che Manescalchi ha seguito da sempre con vigile e appassionata attenzione la storia (le sue evoluzioni, le sue contraddizioni, le sue speranze e le sue delusioni, le sue sottese ragioni), ma anche la storia della poesia, con le sue vicende specifiche di tipo linguistico-culturale, con le sue molte tradizioni e i suoi molti percorsi di vicenda della civiltà, nata al crocevia di ricorrenti esigenze espressive in cui spazio e tempo sembrano talvolta convergere e rifondare la storia stessa dell’uomo. Diciamo meglio e con assoluta sicurezza: la poesia di Manescalchi non ha mai rinunciato – dai tempi delle prime collaborazioni giovanili dell’autore a «Quartiere» a quelli maturi di «Novecento» e «Pianeta Poesia» – a seguire un andamento storiografico e, nell’originalità che ovviamente la connota e la rende unica, duttilmente rappresentativo. E tuttavia diverse modalità e diverse «maniere» di questa imprescindibile contestualizzazione incontrata, di volta in volta compartecipata, stimolata, diffusa e accresciuta, si lasciano ora cogliere.
In questo senso l’odierna La selva domestica ci si presenta quasi subito come un agglomerato lirico di tipo più tradizionale (le fonti letterarie presenti nel titolo stesso coprono un territorio davvero sterminato, che va da Dante e al Medioevo, al Novecento e a Zanzotto), laddove le poesie dell’altro libro quasi subito si presentavano spesso più esibitamente sperimentali, deliberatamente di rottura, più, per così dire, pensate, strategicamente e tatticamente coscienzializzate. Queste, al contrario, si dimostrano più libere e impreviste, vorrei dire più anteriori e primigenie, fuori da ogni zona di controllo, con l’ispirazione che, incurante di ideali prese di posizione a latere e di punti fermi, soffia all’unisono sull’onda del canto e di cogenti richiami archetipici, da mitico poeta-essere alato platoniano: versi, prima e al di là di ogni intervenuto investimento intellettivo e pensante di tipo storico, all’insegna della consapevolezza e della responsabilità, sganciati da ogni forma di programmazione e calcolo da storia della cultura: da ogni diretta intenzione. E chiediamo a Franco: è mera casualità o deliberata ricerca di simmetrie titolativo-periodizzanti il fatto che nella datazione prevista da La selva domestica il principio risalga, arretrando e accogliendo, al 1956 e non al 1959 della La neve di maggio?
Dicendo questo si torna a chiamare in causa un tratto saliente, del tutto distintivo e irrecusabile, della figura di Manescalchi nel quadro della cultura del secondo Novecento cui è stato giocoforza fin dall’inizio di questa nota riferirsi. Una cultura che, smentendo menzogne spacciate per verità e pregiudizi singolarmente pertinaci e duri a morire, ha avuto in Firenze una valida, articolata e resistente piattaforma di lancio: un contesto – come ci è capitato di rilevare in altra occasione – profondamente «marcato» da quel passato, in grado di consentire ad ogni sviluppo enucleabile, nella vasta gamma di possibilità che si situa tra la continuazione di un discorso e il perentorio, avanguardistico azzeramento di quel che è stato, caratteri di assoluta specificità.
Il discorso, dai lontani Anni Ottanta di un secolo trascorso in cui notavamo questi fenomeni, non è sostanzialmente cambiato: per tutti noi che a Firenze e da Firenze abbiamo continuato da allora ad operare, convinti di contribuire, ciascuno a suo modo e secondo le proprie forze, al farsi della cultura per via letteraria, Manescalchi come molti altri. E non è certo adesso, ricapitolandosi e dando di sé un ritratto a tutto tondo, che l’autore rinunci alla storia, auspicando in luogo di essa, per via di equivoci e malintesi, una sorta di salutifera, magica e suggestiva conciliazione dei conflitti, suoi come di epoche e luoghi attraversati. Tutt’altro. Non a caso, anzi a riprova di quanto vogliamo sostenere, proprio internamente al libro odierno una doppia comportamentistica si lascia cogliere e commentare per via di precisi, distribuiti ed eloquenti segnali.
Da un lato, infatti, ecco le date (persino, come nel precedente La neve di maggio, visibilizzate ad accompagnamento del titolo), le prime pubblicazioni, le riviste e le esibite occasioni dei testi che, cronologicamente scandendo ed ordinando, ci rimandano – come in una sorta di cahier dell’anima fra precisione contabile e già ibrido e contraddetto diarismo lirico alla Ungaretti – al dato storiografico-militante: a quella medesima passione documentaria e prima ancora maieutica di Manescalchi che di continuo ha trovato modo di specificarsi, nel corso di tanti anni, in capillari e mai dismesse collaborazioni assistenziali (uso l’aggettivo in accezione strettamente sabiana, e dunque sommamente specifica) al farsi della poesia, alla promozione di risultati e prima ancora alla valorizzazione di attese ad essa, come fenomeno culturale, esistenziale e societario, rapportabili. Una militanza poetica del quotidiano, in esso immersa e in esso alla ricerca dei suoi riscontri più validi, dei suoi traguardi umanamente riconfermabili da perseguire, sempre ulteriori, sostanziamente mai placati e sempre rinascenti. E in fatto di segnali che acquistano davvero significato orientativo, si pensi anche alla voluta tripartizione strutturale del libro, secondo la quale Epos, Pathos ed Eros autonomamente di impongono e insieme convivono.
Ma neppure qui la poesia di Franco Manescalchi conosce, spregiudicatamente riconfermandosi anche in testi del tutto inattesi e sorprendenti, la soluzione vanamente salutifera e confortante di una scrittura paga di sé, dell’esercizio fine a se stesso. Ogni verso da lui scritto e in questo libro promosso e sottoscritto sottintende una sorta di consuntivo di volta in volta affrontato che riconduce all’origine dell’umano. Un consuntivo che, oltre che scavare nel passato, alla ricerca delle origini più motivanti e connotanti dell’atto linguistico tentato, aggetta sul futuro: interessato ad offrire una direzionalità a quelle parole, o meglio ancora a ritrovarla implicita in esse, a mettere dinamicamente quei segni e quei suoni su di una strada, su un cammino naturale. Che sia questa la «dimora vitale, prima radice della poesia» indicata con grande acutezza da Oreste Macrì in epigrafe della raccolta, nel siglare così l’appartenenza del poeta ad un «territorio evangelico e tribale» che definirei preconfessionale, a un cristianesimo di valore sociologico, «anteriore a Cristo» o, per dirla ancora con Macrì, «protoetrusco»?
Valgano da unico, privilegiato esempio i versi elementari quanto veridici e del tutto risolti della poesia intitolata Personae, sapientemente posizionata ad inizio della sezione Colophon: versi che, dedicati da un poeta a un poeta, dicono: «Basta poco per essere felici: / Un cuore vivo fervido di nuovo / Ove i bambini siano i primi amici / Nel mondo che per loro si rinnova. / Ai bambini ed agli ultimi il poeta / Pensa con pena, pensa con speranza / Ripercorrendo, come una cometa, / I suoi giorni nel chiuso di una stanza; / Mette insieme i bisogni con i sogni / Al fuoco azzurro della sua utopia; / Voce levata contro la menzogna / Eretta a legge illumina la via».
Una quintessenza di verità rese plurali e già spartite, che sfocia senza alcuna forzatura o volontaristico passaggio di registro nel canto, in fraternità, condivisione e ringraziamento: «Ringrazio, Idana, per questa tua traccia / Aperta su cui posso camminare / A passi lunghi, oltre ogni minaccia, / In un disegno di pupille chiare. / Domani è il tempo che abbiamo sognato / A patto che già nasca un poco oggi / Nel mondo antico e nuovo profumato / Alla corolla limpida dei poggi». E come suona giusta ed esemplare la quartina conclusiva! Lo stupore e un’intima, riconquistata e sorgiva saggezza esemplarmente si bilanciano. Emozionare e far ragionare, obbiettivo unitario dell’arte e sua grande ricompensa, è qui pienamente certificato, dato concretamente per possibile, tra presente e futuro, «sogno» e suo rintracciabile avveramento. E c’è perfino in controluce, in questi versi promossi ad indice emblematico di un’opera, una sorta di storiografia recuperabile: storiografia concentrata in quella locuzione conclusiva, «Alla corolla limpida dei poggi», che a ben vedere supera nel contempo, facendosi verso originale e nuovamente originario, una suggestione metaforica ungarettiana come la celebre «corolla di tenebre» e uno vago stilema di tipo ambientativo-aggregante come «Alla», usato ed abusato, come si sa, dall’ermetismo.
È un nodo e sono accertabili risultanze con cui ha dovuto a suo tempo fare i conti anche Giuseppe Panella, in occasione della silloge di Manescalchi di dieci anni fa, allorché ha scritto: «La poesia di Franco Manescalchi si confronta da sempre con la musica del sogno e la scansione aspra e terribile della storia. I temi e i tempi più significativi che vanno a costruirne in sinergia il respiro lungo trovano la loro più consona modulazione d’onda nel momento in cui la musica che risuona nelle profondità dell’uomo interiore si congiunge alla polifonia della costruzione di una possibile polis per gli uomini a venire». Il poeta che, propiziando e alludendo, cita Esenin o torna a dedicare a Lorca un suo componimento potrebbe benissimo, a questo punto, citare anche Rilke («Adesso la mia mano scriverà qualcosa che io non sono in grado di capire») e magari, utilizzando il rimando come un efficace collante, Roland Barthes («Non si può descrivere ciò che si ama»).
Rileggiamo i già citati versi dell’esergo: «Al profondo silenzio delle cose / Sto ritornando / Ma il viaggio per strade tenebrose / Lo faccio amando» (VS LA FINE). Poeti in viaggio, uomini in viaggio. Il lettore sta ora per addentrarsi in una «selva» definibile, da qualsiasi punto la si intenda accostare ed esplorare, pulsante di necessità, in cui tutto ciò che non serve a chi cerca la poesia e ad essa aspira è già stato preventivamente scartato ed abolito: sostanzialmente una nuova Selva d’amore, a voler condividere in senso storiografico pieno, mediante un titolo già scritto e stampato sulla copertina di un libro, possibili condivisioni e corali convergenze.
Ma la ricerca di Franco Manescalchi, pur ampiamente ricapitolandosi e lasciandosi rileggere, non si arresta, e neppure un altro libro così impegnativo ed amato dal suo autore come questa La selva domestica basterebbe a contenerla, a soddisfarla e a darne in qualche modo ragione. In realtà è un libro multiplo, collettivo ed infinito, quello a cui la poesia di Manescalchi tende e insieme già si inscrive, alimentando giorno dopo giorno ogni sua scrittura, conferendole attendibilità e prima ancora gioia di significare: aprendo – come negli intenti di chiunque alla poesia si rivolge – ad una comunicazione con il mondo.

Marco Marchi

LA SELVA DOMESTICA DI MANESCALCHI
Da Erba d’Arno, n. 124/125, primavera/estate 2011

“Con una scrittura ‘a selva’ modernamente rivisitata – con l’intento di rendere aperte le forme chiuse – ho cercato di registrare e di restituire i momenti epici ed elegiaci, romantici e drammatici che ho vissuto nella selva domestica del mio (forse nostro) pagus. Un doppio viaggio, nella vita e nella poesia. L’opera rappresenta in qualche modo la sinopia de La neve di maggio”.
Così l’autore stesso definisce in esergo la sua ultima opera, giunta a noi a distanza di dieci anni dalla raccolta La neve di maggio (Polistampa, 2001), dove sono riuniti tutti i testi principali apparsi tra il 1959 e il 1995 e che sintetizza tre importanti fasi nel percorso poetico e umano di Franco Manescalchi: dal “tema dell’inurbamento e della sua problematica individuale e storica” a quello della “resistenza dall’interno all’alienazione del sistema neo-industriale” fino alle “dissolvenze di un mondo che si rigenera e si motiva nell’azione poetica”. Tre fasi diverse seppure strettamente collegate, specchio di altrettante stagioni del nostro secondo Novecento.
Un lavoro, sottolinea Marco Marchi nell’ampia introduzione, caratterizzato da un’originale impronta integrativa nei confronti della silloge precedente e tuttavia contemporaneamente dotato di autonomia e motivazioni proprie. Se consideriamo che la poesia di Franco Manescalchi è frutto di un costante lavoro linguistico mai disgiunto dalla storia, è facile intuire quanto inevitabili e inscindibili siano i legami tra le due raccolte.
In La selva domestica – significativo, ossimorico titolo (da selva deriva selvatico, contrapposto a domestico) – confluiscono alcune opere già pubblicate in rivista e numerose altre inedite, alcune delle quali rimaste nei cassetti rispetto all’opera omnia La neve di maggio, in un periodo che va dal 1956 al 2006. Si può notare che La neve di maggio comprendeva poesie fino al 1959, a conferma della ideale continuità, ma sarebbe più corretto dire accoglienza tra i due testi, quasi l’autore intendesse offrire al lettore l’altra faccia della medaglia della sua scrittura.
La raccolta, dai toni più delicati e distesi della precedente, si presenta come una sorta di biografia in versi, immersa e radicata in ogni aspetto della vita quotidiana dove grandi e piccoli eventi procedono appaiati, ma anche nutrita dalle numerose presenze di autori della nostra letteratura, a cui si fa costantemente riferimento in esergo e nello spirito dei versi stessi, un evidente omaggio ai Maestri del Novecento. Il soffio di queste grandi anime si accompagna naturalmente e liberamente alle presenze familiari evocate dal poeta e a struggenti, personali ricordi, a momenti ritagliati nell’intimità. Così spesso si sovrappongono armoniosamente due diverse visioni dell’immagine poetica: “La tua casa era un lampo visto dal treno. / Curva sull’Arno come l’albero di Giuda / che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o / non è che una rovina. Tutta piena, / mi dicevi, di insetti, inabitabile” (E. Montale, L’Arno a Rovezzano, Satura); “Alta sulla pescaia come una nave in secca / la casa di mia madre rivolta verso oriente / fu granaio e deposito in minime derrate / […] è rifugio e traghetto nella notte toscana / al villaggio-viaggio da sempre sconosciuto. / Lì è vissuta mia madre negli anni del ricordo” (F. Manescalchi, La casa-nave, La selva domestica).
L’opera è suddivisa in quattro sezioni: Fogli di guardia (epos), La selva domestica (ethos), Eros/Ioni (eros), Personae (logos) a cui si aggiungono, come conclusione, Brevi note di viaggio e Sarmenti (anagrammi). Già da questa partizione, così dettagliatamente definita ed accompagnata in ogni sua sezione da un sottotitolo, si può intravedere l’ampiezza di respiro e la direzione che intende prendere questo percorso poetico: “la necessaria presenza della storia che comporta la dimensione dell’epos; la partecipazione solidale al dolore del mondo che chiede di dare voce all’ethos; e, in subordine, al pathos; la libera distensione del canto dell’eros; la ricomposizione di questo trinomio nella sintesi del logos. Segrete forze che regolano la parte razionale e irrazionale dell’animo umano, “corde vibranti dell’intelligenza del sentire dove è anche possibile individuare il binocolo di giustizia e verità”, sottolinea l’autore.
Un’intelligenza del sentire in perfetta sintonia con i grandi Maestri citati nell’opera, e che, al contempo, mette in luce la sua naturale disposizione alla poesia. Non è banalità né retorica, come giustamente ricorda Marco Marchi nella prefazione, affermare che per Franco Manescalchi la vita coincide con la poesia, ma necessaria condizione di partenza per capire pienamente la sua scrittura.
Un’attenzione particolare va rivolta alla “veste” di questa poesia, liberamente formalizzata anche in sonetti, ballate e forme chiuse che però tendono sempre all’apertura, dove rime, assonanze, consonanze e giochi con le parole padroneggiano ovunque. Inseguendo una musica antica Franco Manescalchi, corteggiando e sfidando continuamente la sua amata lingua, dà vita a nuovi, personalissimi ritmi, svincolandosi da ogni costrizione alla quale l’odierna poesia tende a condurre chi l’abbraccia. Seppure fortemente datato sempre valido rimane un commento sulla sua poesia a firma di Emilio Isgrò:
“Manescalchi predilige i ritmi aperti e variabili della ballata, per calare in essi tutta la sua esperienza del mondo”. (Gazzettino veneto, 5 ottobre 1965)
Mettendo in campo con nonchalance la profonda conoscenza letteraria acquisita non solo per la passione che da sempre lo anima, ma anche con il quotidiano impegno, oserei aggiungere artigianale, nella scrittura e nella critica, sempre aperta all’ascolto e al confronto con ogni voce poetica, l’autore riesce così a raggiungere il suo obiettivo di condivisione con l’altro, a porgergli la sua verità, affidandosi all’imperitura luce dell’arte. Come gelido un blocco di vulcano / sigillerà per sempre le mie carte / così la vita – un palpito lontano – / riposerà nel mistero dell’arte. (da Sarmenti, pag. 271)

Annalisa Macchia

QUEL CHE RESTA DEL VERSO 90.
Intus et in cute: il tempo secondo di Franco Manescalchi.
Dal portale online Retroguardia

La selva domestica è il tempo secondo della produzione poetica di Franco Manescalchi: secondo in ordine di tempo (anche se raccoglie testi che vanno dal 1956 fino a tutto il 2006), secondo nel senso etimologico del termine in quanto felice ritorno alla scrittura poetica dopo l’apparente chiusura delle pagine liriche presentata in La neve di maggio, la precedente raccolta che chiude il secolo che è trascorso o forse apre il secolo che viene. La selva domestica è, dunque, ancora un libro di sintesi ma nel senso peculiare in cui il termine può avere per un poeta come Manescalchi.
Non si tratta, infatti, di scandire un percorso temporale ma di scaglionare spazio per spazio i tempi del sentire aggregandoli in mannelli non legati dalla fune feroce del tempo ma racchiusi e stretti dalla mano pietosa della ricerca poetica di una situazione nuova, di un ubi consistam che non sia acquiescenza al vecchio e al logoro ciò che è stato.
Selva domestica è, in realtà, un tentativo di ridare vigore ai temi che erano già presenti in La neve di maggio ma provando a saggiarli non più e non soltanto sul versante della poesia civile e dell’impegno militante quanto su quello di una domestica pietas per le cose e le frequentazioni del mondo circostante (le poesie sul gatto di casa, tra cui una – assolutamente deliziosa – in vernacolo, vanno in questa direzione). Libro intimo ma non per questo meno civile, “politico”. Libro intenso ma non per questo incapace di uno sguardo largo sulla vita e sul mondo. Libro autobiografico ma privo di quell’impossibilità a comprendere gli altri esseri umani che troppo sovente carpisce la voluptas dolendi della lirica della profondità spirituale (o presunta tale). Libro, infine, capace di rendere conto della verità del tempo che passa pur non essendole soggiacente e schiacciata in maniera esorbitante. Libro, in conclusione, di una vita ancora in divenire e che ha ancora tutto da dire come se le parole e le cose che la costellano non fossero combacianti ma inseguissero due strade o due destini diversi e spesso configgenti.
Manescalchi è poeta lirico ma il suo lirismo è stretto, composto, dilavato – come se ciò che è sovrabbondante o superfluo venisse di volta in volta raschiato o rimosso.
La passione che lo abita si risolve in modi composti (anche se commossi e rilucenti di empatia) e non c’è praticamente mai un aggettivo di troppo o un eccesso di bravura o una sbavatura retorica che potrebbero tradirla. Scrivere poesia, per Maniscalchi, significa confrontarsi con il passato che dirupa nel presente senza troppe speranze per il futuro: è un gioco difficile da condurre ma fatto di azzardi calcolati. Dice bene Marco Marchi nella sua lunga Prefazione alla raccolta:
«Una “città scritta” – dapprima Firenze, e insieme, fin dai tempi più antichi, con Firenze e con la poesia, il mondo – si è al contrario immediatamente parata all’orizzonte, consentendo all’esercizio poetico complesso di Manescalchi le giuste coordinate ambientative di tipo societario, secondo un irradiamento che ha presupposto nel poeta, costantemente, accanto ad un lavoro creativo di scrittura in proprio, a tu per tu con la pagina bianca e con la formalizzazione di testi, l’attenzione alle parole degli altri e ai significati profondi a quelle parole delegati. Una poesia multiforme e disponibile, poco importa se talora perfino solo un conato di poesia o un suo desiderio rimasto irrealizzato, rintracciabile con molta umiltà e con molta pazienza positivamente presente e incentivabile in un microcosmo di relazioni e quotidiani rapporti, pronto giorno dopo giorno ad assurgere a valori allargati: valori a loro modo confortanti e stimolanti, e nel contempo di verifica nei confronti di quella necessità espressiva e comunicativa che la pratica della poesia porta sempre con sé» (p. 6).
Difficile separare anche questa La selva domestica da Firenze, dal suo contesto di città antica e sempre attraversata da conflitti e scontri e contrapposizioni spesso brutali e irricomponibili; difficile separare la poesia di Manescalchi dal suo impegno culturale, rifiuto insieme della turris eburnea e della facilità affabulatrice della “poesia di strada” e di riporto linguistico. Difficile ancora leggere questa poesia come un commiato al tempo che fu – piuttosto un appello ai posteri, una “lettera” – leopardianamente indirizzata – “ai giovani del XXI secolo” o una sorta di J’accuse senza appello.
Certo Manescalchi è poeta eminentemente novecentesco, teso al rifiuto di certe modulazioni romantico- ottocentesche che ancora affliggono talvolta il pur amato Betocchi o gli ermetici minori della “seconda generazione” ma neppure proclive a uno sperimentalismo fine a se stesso che rifiuta la passione o il sentimento umile e profondo in nome di un tecnicismo ostico e, nello stesso tempo, im-poetico. La volontà di scrittura lirica permea tutto il suo percorso dal ’56 a oggi – un lirismo fatto di cose però e non solo di impalpabili linee di frattura tra realtà e sogno, una liricità densa, ferrosa e implacabile, tenera e terribile ad un tempo (da “ladro di ciliegie” – per citare insieme e Brecht e Fortini). La Musa di Manescalchi è di quelle che vanno affrontate a muso duro: democraticamente dà spazio a tutto, ma molto aristocraticamente ne concede davvero solo a pochi.
Non è poesia facile anche se apparentemente lo sembra: musicale e musiva, tende drammaticamente al diapason dello scacco tra parola e immagine, tra tentazione descrittiva e sprofondamento lirico.
«Sono stanco davvero: ho visto il mare / nelle pendici fra volterra e cecina / dove il tempo si scioglie in mille pieghe / e i fantasmi camminano sull’acqua / del passato remoto che ritorna / ho visto il mare della preistoria / alzarsi sulle crete lavorate / e rianimare i fossili / sono stanco davvero: a populonia / ho sentito le acque ritirarsi / e riemergere il golfo di baratti / coi bastioni murati dove adesso / le alghe ricominciano il percorso / precario dei millenni verso casa / uscendo da quel gioco di colline / e di lingue di terra senza tempo / dove Firenze appare oltre le balze / del chianti ogni apparenza ha preso il volo / e sono stanco d’essere nel vero» (Cartolina postale, p. 31).
Difficile non pensare a quel “tra Cecina e Corneto” di Dante del canto tredicesimo dei suicidi che qui si evoca ma è altrettanto facile sbarazzarsene: Manescalchi non cita (al massimo ruberà – come scriveva T. S. Eliot dei “veri poeti”). La profonda malinconia di questi versi non esclude la gioia di vedere attraverso le parole e di descrivere il passare del tempo, narrare la storia che nasce da antichità remote (“il mare della preistoria”), rinnovellare il percorso antico in nome di una possibile uscita dal cul-de-sac della contraddizione tra la verità e l’apparenza del mondo.
La carte postale spedita è un ricordo di ciò che è stato, l’approccio riuscito a una memoria che non vuole scomparire e che, invece, si dilegua (“prende il volo”) nel momento in cui le parole ne prendono possesso definitivo. Più tardi lo dirà esplicitamente nelle sue Contro-pagine per Guido:
«Questa la casa dove sono nato / dove il presente si è fatto passato / e la gente / era felice / di incontri da niente // dove sono morti / e risorti / i miei vecchi / e io / coi calzoni corti / mi perdo per gli orti // Questa la casa che / tocco vedo percorro / a passi lievi ma / non c’è. // Non ci sono / tutte le cose / che han dato un senso alla vita / i conti fatti a matita / su quaderni dimessi / e che alla fine del mese / erano sempre gli stessi // l’odore buono / del pane appena sfornato / e le lacrime amare / di mia madre. // Cose così dette a caso / appena a lume di naso / per finire / nelle spire di fumo / del presente. // Mio padre mordeva limoni / interi, con tutta la buccia. / Adesso appesi a una gruccia, / son statue i suoi abiti buoni» (pp. 87-88).
A differenza di quanto dice e sostiene ed enfatizza tutta la migliore (e più esemplificata) tradizione romantica e simbolistica, Manescalchi non si sente “in esilio”, non vuole mettere in scena e/o metaforizzare l’albatro di Baudelaire o il fazzoletto sventolato da Mallarmè in chiusura di partita. Si sente con i piedi nella terra (la sua terra di sempre) e si vede a casa a riflettere sulla difficoltà di vivere qui e ora, in quella casa e su quella terra. Il suo posto è quello di sempre e la sua “domesticità” ne è la prova e la sfida insieme. Non vuole essere lo straniero ma il cantore di qualcosa che ancora c’è (a differenza – solo per fare l’esempio opposto – di Pasolini o Luzi).
«Rimani, non c’è niente da spartire, / Ora il tavolo è nudo, nudo il legno. / Si legge il tempo, le sue dure spine, / A nodo a nodo, come in un disegno. / Metti la giacca alla spalliera e siedi, / Anche la gatta tace nel suo regno, / Regno che tu mutissima presiedi. / I fogli sono bianchi nel cassetto, / Alto sui tetti il sole arde Rifredi. / Forse il tempo è compiuto, ma di getto / Un volo di piccioni al cornicione / Scompiglia l’orizzonte ed io rimetto / – Con un gesto improvviso – in discussione / Ogni certezza, l’ultimo copione » (p. 256).
L’invito, dunque, è a restare ancora, di non smettere di resistere e/o di sognare: in bilico, in difficoltà, a cavallo tra il buon Antico e il cattivo Nuovo, ma a rimanere legati alla propria vita e alla propria storia non perché sia la migliore o la più bella di tutte ma perché è pur sempre l’unica che c’è. A pagare i propri debiti e a morire – dice un antico ma strepitoso proverbio della vecchia napoletanità – c’è sempre tempo…

Giuseppe Panella

FRANCO MANESCALCHI, LA SELVA DOMESTICA
Da Nuova Antologia, giugno 2011

Nella magnifica prefazione a La selva domestica Marco Marchi scrive, tra l’altro, che Franco Manescalchi «ha fatto coincidere la sua vita con la poesia» e che egli è sempre stato attento alla «storia della poesia», al «farsi della cultura per via lettera­ria». Credo che di più giusto, e di più preciso, non si potesse dire per storicizzare questo importante autore e questo attento critico e storico della poesia del secolo scorso e di questo scorcio di nuovo millennio e collocarlo al posto che gli compete. Senza tema di smentita, infatti, si può dire che l’intera esistenza di Manescalchi te­stimoni una seria, appassionata democratica e altruistica fedeltà alla poesia.
La selva domestica comprende opere già apparse su riviste e altre inedite, tutte suddivise per stagioni poetiche. Schematicamente parlando, il volume è quadripar­tito. La prima parte, Fogli di guardia, nel segno dell’epos comprende testi sulla formazione civile dell’autore degli anni Sessanta, Ottanta, Novanta; la seconda par­te e più corposa, Selva domestica, quasi del tutto inedita, nel segno dell’ethos com­prende testi degli Anni Novanta in cui si è dissolto il pagus d’origine del poeta; la terza parte, Eros / ioni, compone a sua volta un poemetto sull’eros: la quarta sezio­ne, conclusiva, raccoglie una continua interlocuzione con scrittori della generazione di Manescalchi a cui è dedicata una «corona» di sonetti acrostici, prima delle finali riflessioni in versi.
Dicevamo, fedeltà. Leggiamo, nella sequenza dedicata ad Alberta Bigagli: «An­ni sono trascorsi, amica mia. / Retti da una immutabile obbedienza». Obbedienza a una vocazione ma anche a un impegno morale e civile, sì civile, dalla parte della poesia, identificandovi il destino del poeta. Leggiamo ancora, emblematicamente, nel componimento Per un libro di Fiabe: «In un mondo che rischia il suo futuro, / E rende intollerabile il presente, / Leghi magicamente il tutto e il niente /[…] Nella favola bella ci sta tutto / E tutto si trasforma in bella favola / leggera come al buon tempo degli avi». Delicata metafora della vita segreta dei poeti. Nel quadro di una visione della vita e della creatività umana intese come un grande puzzle che cerca, trova di volta in volta e tesse l’onesta unità dell’Essere. Con una confessione di po­etica e di una metafisica laica e kantiana: «ma non è giusto qui dico e disdico / perché il giorno e la notte non esistono / ma una grande conchiglia d’ere e d’echi / dove non è possibile mentire». Mi viene in mente il titolo dell’opera di un altro grande poeta scomparso qualche anno fa, Mario Luzi: quel suo il giusto della vita. Perché la poesia è anche verità, emendamento dal male di vivere; in definitiva pietas, charitas ma anche scelta morale, rifiuto dell’ingiusto.
Giustamente Manescalchi. in un’ampia intervista dedicatagli sul numero 43 della rivista «Vernice», dice: «La mia poesia e frutto di un work in progress linguisti­co e di una presenza nella storia»; e ancora: «La mia opera nasce sul confine tra real­tà e scrittura». Che significa affermare che la poesia, nella cultura moderna, rappre­senta un valore conoscitivo e interpretativo del mondo. Perché – sono sempre parole sue – «la evitica poetica è un’attività anche creativa». E non solo quella poetica.

Renzo Ricchi

LE QUATTRO “CASE”
Inedito, 19 maggio 2011

Abbiamo già avuto la piacevole occasione di leggere un’ampia selezione delle poesie di La selva domestica, l’antologia di F. Manescalchi che raccoglie poesie dal 1956 al 2006, in occasione della presentazione a Firenze del n°43 della rivista Vernice, numero dedicato al poeta, con un’intervista a cura di Sandro Gros Pietro, accompagnata da una copiosa anteprima dell’Antologia stessa.
L’autore fa derivare la scelta del titolo del suo libro da Pietro Della Valle, e precisamente da una delle 56 lettere indirizzate all’amico Mario Schifano e che formano la raccolta completa dell’opera in tre parti, intitolata Viaggi.
Il giardino del Paradiso che il colto viaggiatore/scrittore del ‘600 chiama giardino selvatico precisandolo poi come selva domestica, è, forse, per Manescalchi, il giardino dove dimora la poesia che non ha bisogno di lunghi viaggi in oriente, come quelli del citato pellegrino, per dare i suoi frutti : bastano quattro vie e quattro case, uno sguardo fondo e un’agile penna, e il miracolo si compie […] Una selva domestico/letteraria, quella di Manescalchi che, in questa prestigiosa sala della Polistampa, la casa editrice con la quale dal 1995 il poeta critico collabora curando le collezioni di poesia Sagittaria e Corymbos con un catalogo di circa cento autori, offre l’opportunità d’un ascolto privilegiato, quello d’una ulteriore selezione di poesie tratte dalla sua Antologia.
A questo repertorio poetico che sarà letto dagli attori Sonia Coppoli e Andrea Di Martino, l’autore ha dato un titolo, quasi una canzone:

Quattro vie quattro case quattro età
Il quattro è un numero concreto, legato alla Terra, alle sue stagioni, ai suoi elementi fondamentali, ma simboleggia anche il Tetragramma sacro, le quattro lettere che compongono il biblico nome di Dio. Rimanda, quindi, anche all’infinito e allo spirito da cui la poesia trae alimento…
Da non dimenticare, poi, che il quattro è il primo numero non primo e può lasciar intravedere quindi, per chi lo fa suo o comunque per motivi vari lo sceglie,una personalità composita che trae idee da fonti diverse per elaborare poi un creativo e personalissimo modo di pensare.
Il numero quattro ha voluto Manescalchi per titolare il recital di questa sera, dandoci, forse, al di là di facili psicologismi o numerologie, una ulteriore pista di lettura per comprendere la sua selva domestica che, come ben ha sottolineato Marco Marchi nella prefazione, potrebbe anche essere chiamata selva d’amore. Una selva dove l’autore ha mosso i suoi passi di vita e di poesia, d’incontri e d’impegno culturale, civile e umano sempre aperto, affettivo e solidale con tutti, e dove brama alfine abitare un giorno, sperando che in quella regione del non essere continui a palpitare la brace / Di una casa di parole e dove a conforto e carezza di chi è stato uomo e poeta vi sia l’odore dei limoni / Ed un eco di mare.
1) via della torre
La prima via dove incontriamo l’autore ragazzo è Via della Torre con la casa natale e presenze buone come il pane appena sfornato: il nonno che rassicura, le donne dal sorriso fiorito, il padre goloso di limoni, la madre in mezzo al grano…
Il rosso percorre tutta la sequenza poetica colorata dal garofano, dall’uva matura, dal fuoco antico di paura e dal fazzoletto della mamma: un colore/amore a tingere un tempo aspro e felice.
2) via bizzecca
Ci troviamo ora in Via Bezzecca e i vent’anni sono esatti, hanno passi di vento, febbre di città e ali alla finestra.
Il nero invade il muro di fronte e, se non ci sono alberi a chiamar primavera, un volto di donna la dischiude e incanta…
3) via edimburgo
In Via Edimburgo si festeggia un Natale di domande e di gelo, mentre una neve incerta invita al raccoglimento che volentieri viene interrotto dalla gatta Nina, da consueti piccioni alla fame, da un gatto screanzato, da una cagna forestiera e dall’amico extracomunitario…
A sera, la luna illumina cose care e forme che diventano sogni, come la cartolina da Pisa, quella strana domenica d’aprile, un segreto chiuso nel cassetto, un disegno mai terminato, un ricordo, un esame dall’esito bizzarro, le voci bianche non gradite, e una preghiera che fa vera l’età pensosa e forse la rinfranca…
4) via di villamagna
È a pochi passi dall’attuale abitazione, la casa di Via di Villamagna degli anziani genitori.
Lo sguardo vi si posa ogni giorno a rianimare il ricordo della prima traversata d’emozione forte, un’avventura bambina da sponda a sponda…
L’odore del vaso di ruta che accompagna l’ultimo saluto , l’amata voce di nuvola, tutti i volti di chi s’è perso in altre contrade, fanno di questa via un fiume di vita dove affiorano, onda emotiva dopo onda, gesti, sguardi, smarrimenti…
5) dialogando
Quattro donne a segnare quattro momenti della vita dell’autore.
Donne vere, non simboli, ma che del simbolo contengono la valenza. Donne concrete cui l’autore deve riconoscenza, ma soprattutto persone che significano e assumono tutta l’alterità femminile, la cui ricchezza e differenza ha accompagnato e accompagna il sensibile tragitto del poeta.

Un tragitto, la cui nuvola d’orizzonte lontano porta con sé la risoluzione del puzzel in un eterno presente, cullato dall’eco infinita del mare….

Maria Grazia Carraroli

IRIS AZZURRA

 

Anna Vincitorio – Da Erba d’Arno

L’IRIS AZZURRA Nella Luce degli Anni Vita in versi ( quaderni inediti) 1974-2016

PIANETA POESIA

L’Iris fiorentina o giaggiolo, già fiore simbolico degli Etruschi, dà nome alla raccolta che si tinge essa stessa d’azzurro dal viola originario se una nube ne incrina il sole. Tale mutazione avviene anche negli umani “iridescenti, per virtù d’amore,/ finché lo stelo e la corolla dura”.

Ai poeti è caro l’azzurro; il suo colore definito freddo è però iridescenza di vita, luce nello scorrere veloce degli anni; apertura per un infinito oltre: memoria che cesella ogni attimo.

A lungo, col testo tra le mani: 250 pagine. È stato impegnativo leggerlo, ma avvincente come la corsa su un immaginario treno che scorre su “assonanze, consonanze, rime nella sequenza d’endecasillabi, settenari, quartine, sestine, le forme chiuse del poetare”. (1)

Il mondo, la vita nel suo dipanarsi visti con gli occhi di Franco: il suo angelo dalle ali raccolte, vivo e vigile nel sogno e, al risveglio, il poeta in nuce è già grande. Scivolano sotto occhi attenti le sue storie, rivoli di un’acqua immaginaria. I ricordi giovani legati alla terra etrusca, ai grandi pioppi e sussurrìi di antiche voci. Lo studio nella città ma il cuore legato al podere, alla terra alla madre che coglie fiori nel giardino, Lui guarda. Compagno il suo sentire e l’infanzia che muore.

È un uomo immerso nei ricordi antichi di Kore vagheggiate, di amori vissuti o solo immaginati, di amici amati e poi perduti. La lettura prosegue e ci sono versi tenerissimi dedicati all’infanzia e alla figlia Laura, ma non solo; poesie per bambini di tutte le età; tra le voci infantili prevale quella della figlia: “c’è tutto lo stupore/ tutta la meraviglia,/ per l’aprirsi di un fiore…”. Un susseguirsi di filastrocche; i piccoli animali della casa, il passerotto grigio. Ancora: poesie per Mary; dense e colorate dal comune amore per l’infanzia. La vita scorre tra le rime come in una moviola: tanti i nomi degli alunni mai dimenticati. I versi che seguono sono dedicati a Chiara, l’altra figlia della quale non ha conosciuto l’infan­zia e per lei forgia un sonetto, una ninna-nanna “che verso te come un gabbiano vola”. “Ninna-nanna a bassa voce come di un fiume che giunge alla foce e poi si perde dentro a un vasto mare…” Franco, padre e poeta ha ricostruito in versi, tempi ignoti colmandoli d’amore pregresso. Il racconto riprende e acquista forza. Si staglia la figura del padre con la P, maiuscola, sempre presente in vita e dopo: Guido – “in Te ho fiducia Padre”. Ricordi legati alla casa antica, abbattuta, ricercata come un paradiso, il paradiso del padre bambino e le veglie, i lunghi inverni, le semplici cose che affollano la memoria del poeta. La povertà era un vanto perché dava essenzialità alle cose: “Com’era buona la patata lessa/ in mezzo al piatto con l’olio e col sale/ era buona da sola, per se stessa…” Ancora: il ricordo dei campi e nella vecchia Firenze il vecchino delle caldarroste e quel vivere sano “ai margini di un’aia/ insieme agli animali da cortile”. Questo andirivieni di ricordi, la malinconia quand’è solo nella sua casa e lo consola un colombo, ospite frusciante che lui ringrazia “con tre molliche e un po’ di riso”.

L’amore vero affiora dai piccoli gesti, dal volo di un uccello, barlume di sole che d’improvviso traspare. Nel dipanarsi della vita, forti in Franco affiorano i ricordi lunghi della degenza in ospedale. Lui guarda il mondo dalla vetrata del sesto piano. Come piccoli tasselli le vite degli altri. La sua è ferma in una gabbia di gesso.

Dalla sua visuale l’altro acquista sapore di pane; un ciclista, forse lo stesso che passa “a quest’ora della mattina/ con la maglietta turchina”, e le rondini e il ricordo dei bucati tesi al sole. Poi i “Giorni del sole bianco” e le infermiere, tutte, ricordate. “Silvana livornese erba di mare”; “Fiorella, Fiorellina apparizione, sfuggente come un’anima che ride e irride, poi si ferma nell’azione…”; “Vispa voce nel coro Nicoletta/ pagine aperte e franca nella vita…”. “…Simonetta è ragazza maremmana”,”Renata luna semplice ospitale,/ voce che parla con il cuore in mano/ sulla lettiga lascio l’ospedale: il suo saluto?/ Un albero lontano”.

In lui vivo il ricordo e i nomi dei suoi più cari amici nell’ora del passo “L’ora del passo: viene gente mia/ come in volo, felice accanto a me/ poi resta solo la malinconia/ che si era invitata da sé”. (2)

Di ognuno degli amici ricordati, uno spicchio di vita. Nell’ultima parte del libro il ritorno alle origini: la casa di Guido e Bruna.

Luci. “Dalla finestra/ ancora il fresco fresco dell’inverno/ ed il profumo della primavera…/ Anche se il vento scuote le persiane/ noi siamo forti per radici antiche/che serbano le linfe per capire./

Una finestra fiorita di cielo; la madre che tende al filo un lino, il padre che versa il vino, la nonna che intreccia una maglia e, di supporto, superba la natura ” dove gli alberi sono cattedrali”.

Cosa resta dell’uomo? La parola.

Il libro si chiude col ricordo del padre, arcaica divinità familiare. La tenerezza del ricordo di un aquilone “a forma di stella,/ fatto di canne, di carta velina/…è memoria di un tempo lontanissimo/ rifiorito una sera per incanto/ dalle mani di Guido “fanciullino”/ per la nipote presa da stupore.”.

Il poeta col pensiero rivolto alla morte, pensa al suo incontro con Dio al quale restituirà tutti i doni ricevuti,” dai suoi lontani amori di adolescente senza aver peccato/ dal pane, gli antichi sapori/ che dalla terra buona ho assaporato/ e dalla mano dei miei genitori/ che in questo mondo mi hanno avviato”.

Nella lettura ho percorso nelle parole di Franco la sua intera vita; ho assaporato le sue gioie e sofferto i suoi dolori. Le parole autentiche prendono il cuore e prevaricano la sua abilità di poeta. Il suo messaggio semplice è universale e i suoi valori: quelli di un cielo che a tutti appartiene e ha i colori dell’ lris.

Nota (1)- pag.250- postfazione di Giuseppe Baldassarre

Nota (2) – Citazione da Intermezzo di Ardengo Soffici.

Giuseppe Baldassarre

POSTFAZIONE

“I poeti maggiormente da sottolineare sono quelli che, con un lavoro culturale assiduo e una lettura dall’interno di maestri e modelli, riescono a esprimere appieno un carattere, una condizione, una maledizione forse, o una benedizione, un modo di essere totale dove l’uomo e l’artista si incontrano e si fondono in una parola che si fa linguaggio personale, originale, vivo e attivo”. Scriveva così Franco Manescalchi nella presentazione della Poesia del Novecento in Toscana, da lui curata nel 2009. Ebbene, questa condivisibile ratio metodologica ben si attaglia alla sua stessa fisionomia di autore di versi, per cui siamo autorizzati a sottolineane la ‘genuinità poetica’. Non si tratta di essere poeta grande o minore (“poeta minore / della prima metà del Novecento. / Ah no, questo poi no!” esclamava divertito e ironico Marino Moretti, riferendosi al tentativo di classificazione di qualche critico nei suoi confronti), ma semplicemente poeta, appunto.

L’opera antologica uscita nel 2000, La neve di maggio, ne è documento oggettivo e ineludibile. Come ne è testimonianza riconosciuta l’attività critica e culturale instancabile e l’attività laboratoriale di confronto e stimolo con amici e compagni di viaggio nell’esercizio poetico per oltre un cinquantennio. In un contesto temporale di cambiamenti epocali, di valori artistici e di modalità comunicative, e di progressiva frammentazione e individualizzazione, sociale ed espressiva. In una scenografia di nobilissima tradizione quale è sempre stata Firenze, poliedrica e, pur attivissima a livello cellulare, quasi incapace e impossibilitata ad assumere forme specifiche, riconoscibili e feconde. Ecco, l’esercizio della poesia, con sensibilità e intelligenza, da parte di Franco Manescalchi, in questa Firenze è stato ed è segno di amore e fiducia, nell’arte e nell’uomo.

Nella luce degli anni ne è conferma ulteriore. E la peculiarità di questa nuova opera è di permetterci di entrare nel quotidiano e nel laboratorio del poeta. Al discorso pubblico delle raccolte precedenti si aggiunge il lato più intimistico, quello legato agli avvenimenti e agli affetti di tutte le vicende e degli eventi del quotidiano. Un filo rosso che percorre tutta la vita del protagonista, focalizzando sentimenti ed emozioni e riflessioni, ‘nella luce degli anni’, appunto. Le figure care costituiscono un album personalissimo, a cui la parola poetica fa da didascalia, aggiungendo sfumature e significati, sempre più chiari con la distanza del tempo. Mary, Laura, Chiara, moglie e figlie, e Bruna e Guido, i genitori, sono le figure che più si stagliano. Accanto a queste stanno tante altre: la Kore ispiratrice di un tempo passato, i nomi di alunni, amici, di gatti entrati nella famiglia e di animaletti vari, di luoghi cari. Immediatezza del tempo e rielaborazione nel tempo è ciò che più risalta alla lettura: immediatezza e profondità, colore e bidimensionalità (emozione e riflessione).

La parola poetica è plastica e musicale, delinea ed evoca, sempre in modo efficace e profondo.

Versi ne hai tu che dalla bella mente / ti vanno al cuore e scendon sulle carte, mi sia permesso di citare questi versi (ancora) di Marino Moretti (Disse ancora la madre, 1905) per definire la situazione manescalchiana in questa nuova opera: il sentimento, la riflessione, la fluidità poetica.

Risalta soprattutto quest’ultima, la perizia tecnica, nella scelta della parola, nella presenza così apparentemente spontanea di assonanze, consonanze, rime, nella sequenza di endecasillabi, settenari, quartine, sestine, le forme chiuse del poetare, della tradizione e tanto efficaci, a saperle usare. Per scelta consapevole dell’autore: il linguaggio poetico come strumento espressivo che coglie la vitalità delle cose e cerca di renderla, questa vitalità, se non eterna, emblema nel tempo, per il lettore, qualsiasi lettore.

Molti sono i momenti nel libro in cui chiarissima emerge la consapevolezza autoriale di Manescalchi, in dialogo con la tradizione poetica, italiana e non solo. La più scoperta è il poemetto iniziale Alla Kore, costituito da 18 parti di 6 sestine di endecasillabi, in cui l’emulazione con il modello gozzaniano diventa quasi un percorso di iniziazione del poeta che porta alla definizione di un sentire e di una voce individuale, in una storia ormai nuova, sostanziata da quella del secondo Novecento e dalla propria vicenda personale.

Allo stesso modo si offre alla lettura Amors de terra lonhdana, poemetto in versi sciolti dedicato alle Muse, in cui la tensione verso un mondo altro diventa simbolo della ricerca poetica stessa, e dell’essere uomo ‘ulisside’, alla maniera di quello dantesco.

Veri poemetti moderni sono anche L’appello, rievocazione nominativa di alunni, piena di partecipazione affettiva, non spoonriveriana, ma ostinazione nella validità del ricordo da sottrarre alla consunzione del tempo, e L’ora del passo, la sequenza di sestine dedicate agli amici che vengono a trovare l’autore in ospedale in occasione di un lungo ricovero. Notevoli sono la struttura compositiva, l’acume intuitivo, la tavolozza a disposizione in questi esperimenti poetici.

I momenti più scoperti sono quelli familiari, in modo particolare quelli in cui c’è il dialogo con le figure genitoriali, in cui oltre all’affetto emerge la consapevolezza di un passaggio di eredità inalienabili: momenti pieni di pathos e, come già nelle Scapitorne, di possibile catarsi. Al padre: Eri per me lo spirito che parla / che viene da lontano: / eri il gene del verbo familiare: / ora / chi mi darà la forza di capire? Alla madre: Dormono i fiori nel giardino, è inverno, / e quando a primavera sbocceranno / senza l’iridi tue reclineranno / le corolle in un lutto alto, fraterno.

Di indiscutibile valore personale ma anche di scrittura sono anche le apparentemente semplici filastrocche e soprattutto le ninnananne, dedicate a Laura e a Chiara: occasioni in cui la perizia tecnica del poeta si associa alla conoscenza del mondo infantile e al mondo degli affetti.

Nella luce degli anni non è un diario né poesie nel cassetto, ma bisogno espressivo e conservazione di lasciti, preziosi a saperli cogliere: Chicco a chicco e diviene farina, premette all’inizio del libro l’autore, consapevole che l’animo umano, pur razionalmente laico, si stella di luce Divina.

Nella luce degli anni è il completamento del Canzoniere di Manescalchi: è un libro prezioso che permette di intravedere all’interno delle stanze dell’animo ed entrare nel laboratorio del poeta, in un percorso che si sviluppa lungo tutta la sua formazione ed esistenza: perché anche noi, come il giaggiolo, siamo nella luce degli anni creature / iridiscenti, per virtù d’amore, / finché lo stelo e la corolla dura.

 

 

Annalisa Macchia Per Gradiva (entro il 30 maggio)

FRANCO MANESCALCHI, L’iris azzurra nella luce degli anni – Vita in versi (quaderni inediti) 1974-2016, Firenze, Pianeta Poesia, 2017, pp. 256, euro 10,00.

Il “pane quotidiano” di Franco Manescalchi

« A Annalisa dedico questi versi nati dal pane quotidiano ». Una dedica da vero poeta, penso sorridendo. In verità è limitante definire questo Autore, legato a doppio filo alla sua Firenze, solo “poeta”. L’inesauribile e variegata attività critica e culturale per la diffusione della poesia e l’etica profonda che ha sempre caratterizzato ogni suo lavoro delineano una personalità colta e complessa, felicemente versatile e profondamente umana. Inevitabilmente amato dalla sua città, non meno di quanto egli la ami, poiché in questa terra, più che altrove, la lingua italiana, a lui tanto cara, si è andata letterariamente formando. A ulteriore conferma di questo ricambiato affetto, la Biblioteca Marucelliana di Firenze ha recentemente accolto il Fondo Franco Manescalchi, che raccoglie il copioso e prezioso frutto di tanti anni di lavoro dell’Autore. Franco Manescalchi si profila attento testimone e interprete della cultura non solo cittadina, ma di tutto questo nostro tempo, a cavallo tra il Novecento e i primi anni del nuovo millennio, spesso così letterariamente confuso. Mai confusi o contorti sono invece i suoi versi, sempre fedeli alla sua idea di poesia, che unisce la tradizione letteraria all’attualità, mai disgiunta da riflessioni politiche e civili. Mite e riservato nel privato quanto incisivo e perfino rivoluzionario nella scrittura per certe sue scelte controcorrente, seppure manifestate con estrema dolcezza di forma, ha dedicato tutta la vita all’arte, ad una letteratura che spesso sconfina allegramente nella musica (canti e tradizioni popolari soprattutto) e nella pittura. Delicati acquerelli, ritratti e disegni di ogni genere, come si può notare anche tra le pagine di questo volume, arricchiscono e completano le sue opere. L’Iris azzurra, quell’iris florentina che « È dagli Etruschi che muta colore. / E forse questo riguarda noi pure / esattamente come avviene al fiore: // nella luce degli anni creature / iridescenti, per virtù d’amore, / finché lo stelo e la corolla dura.», in cui sono confluite numerose opere inedite e disegni accantonati nel tempo, coglie con autenticità la sua visione interiore ripercorsa nella luce degli anni. I versi di questa raccolta delicatamente intimistica si concentrano sul “pane quotidiano” ripescato tra i tanti ricordi di una vita vissuta come un dono. . Il libro, suddiviso in sezioni in cui riaffiorano le varie stagioni della sua vita, parte dall’adolescenza del poeta, dove, sullo sfondo, campeggiano le figure di Bruna e Guido, genitori e struggenti simboli di passaggio tra due epoche. La maturità è invece accompagnata dalla nuova famiglia, con le sue tre Muse ispiratrici: la moglie Mary e le figlie Chiara e Laura. I ricordi legati alle figlie piccole si traducono sulle pagine a loro dedicate in raffinate filastrocche e ninnananne in cui – non inganni l’apparente semplicità del linguaggio – egli teneramente dispiega una rara abilità poetica. Se i momenti in cui l’animo del poeta maggiormente si svela sono quelli familiari, non mancano rievocazioni che, nell’arco del tempo trascorso, hanno ugualmente segnato quel prezioso vissuto: Dissolvenze in uno specchio di rame, lungo poemetto sulla sua adolescenza; Sull’aia e nei campi, gustosi flashes di vita popolare campagnola tra animali e paesaggi di un’epoca ormai sparita; Amors de terra londhana, poemetto in versi sciolti dedicato alle Muse (chimerico approdo come la Melisenda di Jaufré Rudel); L’ora del passo, un susseguirsi di sestine raffiguranti amici, “sprazzi” di luce verso la vita, in visita durante una triste degenza in ospedale. I testi de L’iris azzurra, caratterizzati da musicale e virtuosa fluidità di scrittura in un continuo gioco con la tradizione poetica, rivivificano le nostre desuete ma sempre gloriose forme chiuse, innestandole con naturalezza e originalità in un contesto di modernità e ininterrotto dialogo con la Poesia, nella convinzione che la Poesia odierna può vivere e crescere solamente se mantiene salde le sue radici. Si coglie in questo dialogo un certo spirito caproniano, talvolta turoldiano per la sensibilità al rapporto poesia-religione, l’ombra luminosa di alcuni suoi «modelli di riferimento» come Saba, Ungaretti, Quasimodo, Luzi, Palazzeschi, Sinisgalli, Scotellaro e la memoria delle più recenti, fondanti amicizie con Oreste Macrì, Gino Gerola e Giuseppe Zagarrio. Questo linguaggio pieno di pathos conduce il lettore in uno spazio di condivisione al contempo sereno e pensoso, leggero e profondo, ironico e malinconico, colloquiale e ricco di richiami letterari, mai esibiti. La poesia di Franco Manescalchi si avvicina in punta di piedi al Mistero e, grata, si affida ad Esso, consapevole che i versi più autentici e universali si nutrono del “pane quotidiano”.

Annalisa Macchia

Mariagrazia Carraroli

Appunti di lettura ( quasi una lettera )

Franco Manescalchi

L’IRIS AZZURRA NELLA LUCE DEGLI ANNI Vita in versi (quaderni inediti ) 1974-2016

Pianeta Poesia Edizioni 2017

Un fior di poeta

 

Non è un caso che la copertina del tuo libro dipinga l’Iris … Sei tu, Franco, quel fiore d’aria, d’acqua e luce : lui fiorisce e dice, come te, bellezza ed emozione, anche soltanto avendo a disposizione un piccolo sorso di vita.

Basta un profumo in una via, un’ombra alla finestra, un viottolo del parco, ed i tuoi pensieri s’accordano in parole e giocano alle rime.

Basta un sorriso di bimba per infilarli in collane/filastrocche e un lampo della memoria per comporre rosari familiari. Sono “ le semplici cose” che ti dettano farfalle e il silenzio della notte, così colmo di presenze e dei battiti del cuore, che ti apre i cancelli dell’Arte e dell’Assente.

Sono i sogni a incoronarti Kapitano, a darti ali d’Angelo guerriero che suggerisce voci per dire l’eterno che non muore, così come la riconoscenza per gli amici, cui dedichi affetto di ricordo e di poesia. E sono le radici a spalancarti il portone di casa, riportandolo, come l’albereta, al suo profumo di legno dentro i tuoi versi e i disegni di Laura ( brava Laura nel “ritrarre” con maestria anche la finestra sul fiume…) .

I battenti antichi odorano pure di sparagina e di un’infanzia tenuta per mano da Guido e Bruna, divenuti stella per mantenere la rotta e non perdere la forza dentro al pugno, mai dimenticando la carezza. E questa è nobiltà che emana dalla tua Iris, Franco, dritta nello stelo come spada, e tenera d’azzurro nel suo fiore.

Per questo, concludendo i miei brevi cenni di lettura emozionata, e riallacciandomi al detto iniziale ( Sei tu, Franco, quel fiore… ) , mi sento di dedicarti piccoli versi da me scritti nell’antico 1982 :

IREOS

Lungo i fossi/ tacendo pretensioni/ eppure così nobili// fecondi/ a ogni aprile/ sol d’acqua piovana.

 

Ringraziandoti del dono della tua poesia, ti confermo amicizia, stima sincera e riconoscenza che spesso timidezza e pudore trattengono nel silenzio del cuore.

 

Mariagrazia C.

Campi Bisenzio, 26 aprile 2018

 

 

Liliana Ugolini

Carissimo Franco Manescalchi, Dicembre 2017

Solo oggi ho avuto da Giovanna il tuo libro “ L’Iris azzurra” ed ho potuto così iniziare a leggerlo. In un armonioso basso/continuo di poesia sono entrata nelle tue vive memorie, nell’odore della terra, nella delicatezza dei sentimenti, nel profumo delle caldarroste, portata per mano da parole lievi cariche di vita.

E’ stato per me ritrovare una dimensione umana che ci somiglia ma che solo poche persone sanno esprimere. Il dire il piccolo delle piccole/grandi cose in un quotidiano vissuto e fermato in appunti è conservare la presenza e l’immediatezza. Una vita tra le persone, con dediche che le rivivono per segnare storie e tappe di formazione di sé e degli altri. Gli affetti che abbracciano i rapporti emanano dalle pagine e ci scaldano.

E poi le ninne nanne per Chiara e Laura sono piccoli preziosi luoghi di luce dove la voce si dichiara e la delicatezza del dire ci accompagna in altri mondi. Mondi contadini, fatti di piccole cose dove anche una sedia è incarnato testimone del passare del tempo. Le poesie in vernacolo poi sono così genuine che ci riportano ad una dimensione ( sognata?) autentica e carica di profumi e poi il pane con la soppressata era davvero meglio di un banchetto. Leggendo si entra nella consapevolezza di qualcosa di perso.

E poi il mare, nonostante tutto, fonte di ispirazione e di ricordi.

Ritrovarsi poi tra i tuoi scritti tra gli amici venuti a trovarti all’Ospedale è stata una sorpresa toccante. Grazie. Il tuo parlare onesto ti fa uomo, caro Franco, non ci sono dubbi. Ancora grazie del dono dell’oggetto/libro che contiene anche tue pregevoli opere grafiche e per la lettura che mi ha emozionato con trasporto del lettore che vive quello che legge. E’ un libro bellissimo, pieno di significati. Grata, ti abbraccio con stima e affetto anche a nome di Giovanna.

Liliana

P.S. Lontano forse dal tuo sentire ( o no?) ti invio la mia raccolta/ miscellanea di scritti sul tema “ La marionetta vivente” forse una mia ultima summa di pensieri e testimonianze. Una fiabola per augurare a te e alla tua bella famiglia, tante cose buone e un ottimo 2018 e tanti anni avvenire. Chissà se potrò avere un tuo parere scritto?

 

Sonia Salsi – Pegaso – Gennaio aprile 2018

Per Iris azzurra

 

Nella dedica è il cuore del Libro: a Laura, Chiara, Mary, ai miei genitori e alle Muse ; nel sottotitolo, “Vita in ver­si”, è l’immagine in parole della vita di FRANCO MANESCALCHI (1). Stim­ma di affetti familiari e di cultura, ecco la sintesi del percorso artistico intrapreso da uno dei più interessanti intellettuali del nostro tempo, che da sempre coglie la poesia della vita e la vita della poesia, in coerenza di ricerca, di sperimentazio­ne, di impegno nella società.

E’ una sua creazione del 1992 Novecento-Libera Cattedra di Poesia- divenuto, pochi anni dopo, Centro di Studi e di Documentazione, sono sue creature questi versi e queste prose: rievocano, ricordano affetti, speranze, emozioni di una giovinez­za lieve e pensosa, in un antan che non è crepuscolare- anche se sullo sfondo vi sono Gozzano e Cardarel­li- nel ritmo della rima, fra le sesti­ne in Dissolvenze in uno specchio di rame . E fra i ricordi evocati con rit­mo quadriennale, come ne L’ultima Olimpiade, in cui i nomi degli atleti scandiscono, tra scenari di Iliade e di Odissea, vicende cruciali di ‘sto­ria contemporanea’ , quali lo spopo­lamento delle campagne. Vicende epiche, epocali non solo nella vita del protagonista, ma di una intera società, cui Manescalchi dà voce, in condiviso sentire : “Quell’anno del­lo sgomento/lasciammo la cascina/ con la polvere di quelle voci/ dive­nuta/ atroce/ e muta”. (2)

E le commoventi rime dedicate all’infanzia descrivono un mondo “piccino” di filastrocche, di balocchi, di tutta quella minuteria che si cela Nel cestino della scuola materna, dove si cela anche il cuore del Poeta che, con parole leggere e “umili”, con pa­role del parlare quotidiano, ci svela un mondo di sentimenti che ci con­solano, ci rassicurano. Le pagine di Franco Manescalchi sono “piene” di amici, di affetto, di generosa atten­zione verso tutti coloro che fanno parte della sua vita; nessun incontro è effimero o fine a se stesso, nemmeno quello con il Personale medico in un momento delicato e doloroso: pagi­ne di prosa, alternate a rime svelte e musicali, ci disvelano tutta una rete di umana e reciproca comprensione, che sembra “scardinare” i “ruoli ob­bligati”: è il paziente ora che, con la sua sensibilità e la sua arte, sembra curare crucci e fragilità delle infer­miere.

E i panorami, i bei luoghi della Toscana, il gatto di casa, le nevica­te… tutto accoglie la Poesia di Franco Manescalchi, perché egli la sua gior­nata la usa, come sempre “pensando agli altri, alla loro bellezza, saggezza e bontà” (3).

1 – Franco Manescalchi – L’iris azzurra, nella luce degli anni. Vita in versi (quaderni inediti). 1974 – 2016. Edizioni Oianeta Poesia, maggio 2017. Quaderni dell’Altana.

2 – ibidem p.37

3 – ibidem p. 60

 

Sonia Salsi – Pegaso – Gennaio aprile 2018