Un falegname se ne stava in ozio
Seduto su una panca, nel negozio;
un falegname? Che dico! Un maestro
che modellava il legno in modo destro.

Ripreso fiato pensò cosa fare:
con un legno si mise a lavorare.
Ma quel legno sembrava spiritato,
già faceva più versi di un dannato
così che Mastrantonio, il falegname,
finì per terra insieme al suo legname.

Geppetto, un falegname a lui vicino,
voleva costruire un burattino.
Voi direte: “qual era la sua meta?”
Girare il mondo e guadagnar monete.
Cercava un legno adatto, dunque andò
da Mastrantonio ed a lungo bussò.

Niente. Nessuno rispondeva e allora
Geppetto entrò dicendo: “Alla buonora!”
E che vide? Per terra Mastrantonio
come se avesse perso il comprendonio.

Il buon Geppetto ci restò di stucco,
Mastrantonio non era un mammalucco;
ma fu solo questione di un momento
che il vecchietto s’alzò dal pavimento
e alla richiesta di compar Geppetto
si liberò del legno maledetto.

Quel legno era un demonio veramente,
colpì Geppetto e ancor non era niente:
con una voce camuffata, egregia
a Mastrantonoio urlò: “Mastrociliegiaaa!”
per il suo naso rosso, porporino
dal bere fischi interi di buon vino,
e “Polentinaaa!” Urlò al buon Geppetto
per la parrucca a modo di zucchetto;
e i due vecchi, incolpandosi a vicenda,
si picchiaron, la lotta fu tremenda.

Infine, terminata la tempesta,
rimessa la parrucca sulla testa,
Geppetto prese il legno e andò al bancone
e si mise a scolpirlo con passione.

Lavorando, seduto allo sgabello,
costruì un burattino molto bello,
ma non appena disegnò la faccia
il burattino fece una linguaccia

e cominciò a guardarlo così storto
che Geppetto rimase mezzo morto.

Pinocchio allor, con una mossa lesta,
gli strappò la parrucca dalla testa,
usc1 di casa svelto e , detto fatto,
fuggì di casa come fosse un matto.

In strada lo bloccò un carabiniere,
mentre la gente stava lì a vedere
giunse Geppetto con il fiato in gola
e gli promise “tempesta e gragnuola”.

Il popolino gli si fece intorno,
come fanno i curiosi perdigiorno
e il buon Geppetto, nella confusione,
fu arrestato e condotto alla prigione.

Pinocchio tornò a casa e sull’istante
fu brontolato dal Grillo Parlante
(era un Grillo sapiente e molto saggio:
come dire? La voce del villaggio)
ma il burattino con un gesto duro
lanciò un martello e lo schiacciò sul muro.

Che fame aveva…nella spazzatura
Trovò un uovo, lo prese con gran cura,
era un uovo pesante, un uovo bello:
Pinocchio accese il fuoco nel fornello,
ma all’improvviso, col suo becco fino,
dal guscio sbucò fuori un bel pulcino
che volò ringraziando. Ahimè, Pinocchio
dallo stupore si trovò in ginocchio
con una fame forte da svenire.

A questo punto, decise di uscire
nella notte e suonare campanelli
chiedendo da mangiare a questo e a quello.
Il risultato: non un po’ di pane
ma un secchio d’acqua giù dalle persiane
così che il burattino mogio mogio
ritornò in casa ad asciugarsi al fuoco.

I piedi ad un braciere si scaldò,
vinto dal sonno non li ritirò
così che la mattina eran carbone
quando Geppetto tornò di prigione.

Come piangeva forte il burattino
Chiamando a lungo: “Babbino, babbino!”
Geppetto i piedi gli rifece ad arte
e Pinocchio saltava da ogni parte.

Restava la questione della fame;
per fortuna in saccoccia il falegname
aveva della frutta, un po’ di pere

che gli aveva donato il carceriere.
Pinocchio prima fece le boccucce,
ma alla fine mangiò…pure le bucce.

Sfamato, si specchiò dentro a un catino:
era nudo, si vide assai bruttino.
Il babbo lo vestì di carta a fiori
(Pinocchio rimirava i suoi colori)
e per comprargli il libro per la scuola
il buon vecchio rimase in camiciola.

Andando a scuola, miei cari bambini,
Pinocchio si imbatté nei burattini:
era un teatro giunto lì da poco
che apparteneva a un certo Mangiafuoco.
E per entrare, quella banderuola,
senza indugi vendé il libro di scuola.

I burattini, vedendo Pinocchio,
gli fecero gran festa e intorno a crocchio
gli si misero allegri come in gioco
quando giunse infuriato Mangiafuoco.

Prese Pinocchio, voleva bruciarlo,
nel caminetto voleva gettarlo.
Serviva proprio al caso, all’occasione
Per cuocere alla fiamma un bel montone.

Potete immaginare che lamento
Alzò Pinocchio per il gran spavento.
Pianse con tanta forza il Burattino
Che al fuoco destinarono Arlecchino.

Allora si che Pinocchio piangeva:
il compagno sul fuoco non voleva
e si mise a pregare Mangiafuoco
come un grand’uomo, non uno da poco.

Nel sentirsi chiamar… con tanto onore
Mangiafuoco si sciolse…in raffreddore
e starnutendo forte, a più non posso,
quell’orco si trovò perfin comosso.

Chiese a Pinocchio dov’era diretto
E s’informò del babbo suo, Geppetto,
poi gli donò cinque zecchini d’oro
e lentamente ritornò al lavoro.

Correva verso casa il burattino,
ma incontrò Gatto e Volpe nel cammino,
due canaglie che stavano a aspettare
qualche sciocco viandante da imbrogliare.

Quando vider Pinocchio andar di corsa
con gli zecchini d’oro nella borsa
gli si fecero incontro sulla via

fuor dal paese, ad una trattoria:
insieme all’oste del Gambero Rosso
pensarono di fare il “colpo grosso”.

Gatto e volpe, per fare uno spuntino,
divorarono pure il tavolino,
Pinocchio invece, che era affamato,
con un canto di voce fu saziato.
Dopo pagò per tutti, lo sciocchino,
vitto ed alloggio con uno zecchino.

Di notte, risvegliato da un rumore
scese dal letto, aveva il batticuore,
chiese dei due compare, eran partiti,
così prese la strada…dei banditi.
Nel cuore della notte i due briganti
stavan nel bosco fitto, poco avanti
a pochi passi dalla trattoria
incappati di nero sulla via.

Quando vide i briganti sul sentiero
come due mostri vestiti di nero
in fuga pazza il nostro burattino
s’arrampicò di corsa su un grande pino
che fu dato alle fiamme sull’istante,
ma lui saltò veloce fra le piante.

Presto raggiunto, dopo aver lottato,
fu dai compari ben bene legato,
con gli zecchini in bocca, stretti i denti,
fu impiccato ad un ramo, ai quattro venti.

Lì vicino abitava una fatina,
una fanciulla, quasi una bambina
che vedendo Pinocchio ciondoloni
chiamò a raccolta i picchi, un can barbone
ed altri animalini del suo tetto
che sciolsero dal cappio il poveretto
e lo portaron come un gran signore
in casa della fata. Lì i dottori,
tre illustri scienziati in sanità
lo davan morto o vivo, per metà.

Uno di questi era il Grillo Parlante
Che disse che Pinocchio era un birbante
(si ricordava della martellata
nella vecchia bottega di borgata).

Dopo un lungo consulto, in conclusione,
fu segnata per cura una pozione,
ma il burattino, una gran testa dura,
non voleva inghiottire quella cura;
voleva solo zucchero e confetti
così giunsero quattro coniglietti,
muti, sornioni, vestiti di nero
volevano portarlo al cimitero.

Pinocchio fu così terrorizzato
Che la pozione trangugiò d’un fiato.

Poi cominciò a narrare la sua storia,
ma certo non seguiva la memoria,
diceva un’accozzaglia di bugìe
ed altre molto sciocche fantasie
così che prese ad allungargli il naso:
sembrava un pescespada. A questo caso
si sciolse in pianto allor dallo sconforto:
voleva un naso giusto, un naso corto;
perciò la fata i suoi picchi chiamò
e il naso in breve corto ritornò.

Lasciata la fatina il burattino
Ritrovò Gatto e Volpe nel cammino,
due mariuoli, due ladri senza pari
che volevan rubare i suoi denari.

Parlavan “tondo”, proprio come oracoli,
narravano di un Campo dei Miracoli
dove i soldi si posson coltivare
ed anche un buon raccolto si può fare:
“A seminare un campo di monete
c’è da raccoglier soldi con la rete.”

“Povero gnocco – disse un pappagallo –
tu resterai gabbato senza fallo:”
Infatti fra la semina e il raccolto
Rimase un po’ di terra…e fu già molto.

In quei terreni selvatici e brulli
c’era il paese di Chiappacitrulli,
lì Pinocchio infuriato andò in pretura
ma fu messo in prigione addirittura,
perché ci son paesi a questo mondo
dove non è permesso esser “giocondo”.

Uscito di prigione, il poveretto
si ritrovò un destino maledetto:
un serpente gigante lo fermò
e solo la fortuna…lo salvò
perché fuggendo andò a gambe levate
e il serpente morì…dalle risate;

dopo rubò dell’uva a un contadino
che lo sbagliò per ladro di faine
e lo mise per cane alla catena
a far la guardia (pensate che scena!).
La notte giunse un gruppo di faine
che da tempo rubavan le galline,
eran d’accordo con il vecchio cane
che divideva con loro il pollame,
ma Pinocchio si mise ad abbaiare
e al contadin le fece catturare.

Così fu dal collare liberato
e dopo tanti errori, disperato
tornò a casa, la casa era sparita
e al suo posto una lastra scolorita
portava scritto che la buona fata
era morta di pianto, addolorata
per Pinocchio che, leggendo, cadde al suolo
e bianco diventò come un lenzuolo.

Piangeva forte il povero Pinocchio
piegato in due, col viso alle ginocchia.
Un colombo lo vide triste e solo
e scese presto rallentando il volo.

Questo colombo gli si mise accanto
e chiese la ragione del suo pianto:
“la Fata, gatto e volpe, gli zecchini,
il babbo solo…”, che storia, bambini.

Era grande, la taglia di un tacchino
e sulla groppa prese il burattino
che gli chiese del babbo suo Geppetto.
Il colombo sapeva che il vecchietto
s’era messo sul mare all’avventura
alla ricerca della sua creatura.

Quando Pinocchio giunse sulla sponda
vide la barca lontana sull’onda.
Il mare era in tempesta, molto mosso,
e Geppetto remava a più non posso.

Il burattino con grande coraggio
Si gettò a nuoto nel mare selvaggio,
ma fu preso dai gorghi e poi sbattuto
sfinito sopra un lido sconosciuto
dove un pesce parlante assai cortese
gl’indicò che più su c’era un paese.
Questo pesce parlante era un delfino
che raccontò allo stanco burattino
come in quel mare vivesse un immane
pesce dalla gran bocca: il Pescecane
e che suo padre forse era finito
nel ventre di quel mostro, impaurito.

Pinocchio, camminando senza posa
giunse al paese dell’Ape industriosa,
lì cercando qualcosa da mangiare
si rifiutò però di lavorare,
quando incontrò una povera vecchietta
che portava una brocca senza fretta.
Dette da bere al nostro giramondo
che intanto la guardava molto a fondo.

Lungo la strada le portò la brocca,
quando gli uscì una frase dalla bocca:

“Ma voi, ma voi, (guardava la vecchina) ,
voi siete…siete la buona Fatina”.

Era davvero la sua buona Fata
che per amor di lui era tornata.
Per farla breve, con una parola,
il burattino prese a andare a scuola
e dopo tanti errori era deciso
a fare il bravo e, invero, per inciso,
il suo comportamento era perfetto,
già sembrava di essere un bimbetto.

I suoi compagni presero a parlare
di un mostro che era apparso in riva al mare:
un grande mostro dalle forme strane
da tutti definito Il Pescecane.

Così Pinocchio marinò la scuola
e coi compagni in una corsa sola
giunse sul mare, ma non c’era niente.
Era uno cattivo scherzo, solamente
perché Pinocchio lasciasse la scuola.

Ecco, nasce una rissa, un libro che vola
e colpisce un ragazzo in modo grave
alla testa, come fosse una trave
e due carabinieri, in conclusione,
voglion portare Pinocchio in prigione.

Ma lui fuggì veloce e, dunque, loro
sciolsero un cane di nome Alidoro
che lo inseguì feroce fino al mare
dove finì rischiando di annegare.
Soltanto l’intervento di Pinocchio
lo salvò dalla fine di un batocchio.

Ma Pinocchio finì – come sapete –
con tanti pesci in una grande rete,
nella grotta di un mostro: un pescatore
verde di una bruttezza (quale orrore)

che preparava un fritto sopraffino
infarinando… il pesce – Burattino;
quando Alidoro attratto dall’odore
s’avventò contro il brutto pescatore.

Prese Pinocchio in bocca e lo portò
a terra e lì, da solo, lo lasciò.
Pinocchio avea perduto i vestitini,
a un vecchio chiese un sacco da lupini,
se lo infilò dal capo e malvestito
tornò dalla Fatina assai pentito.

Bussò, bussò,ma la sua buona Fata
era nella sua casa addormentata
ed una molto lenta Lumachina

lo lasciò fuori fino alla mattina.
Quando lo fece entrare fu sfamato
con pietanze…di gesso colorato.

La Fata, terminato il …pisolino
riprese in casa il nostro burattino.
Dopo questa avventura salutare
era obbediente, si mise a studiare,
era talmente bravo che la Fata
una gran festa aveva preparata
per trasformar quel legno birichino
in un vero, bellissimo bambino.

Ma i burattini molto duri sono
e alla fine non meritan quel dono.
Invitò alla sua festa un ragazzaccio
nemico della scuola, un discolaccio
alto e sgarbato chiamato Lucignolo,
non era il nome ma solo un nomignolo.
Stava aspettando, lì, una diligenza
per un paese senza scuole, senza
maestri ne scolari, solamente
fatto di giochi e lavorare…niente.

Pinocchio, si può essere più sciocchi,
lo seguì nel paese dei Balocchi,
fra giochi e passatempi dei più belli
s’intrecciavan bambini e…somarelli.
Dopo le Feste infatti al burattino
vennero grandi orecchie di ciuchino,
voleva lamentarsi dello sbaglio
quando dalla sua bocca uscì un gran raglio.

Come ciuco da circo fu venduto:
era bravo, faceva anche il saluto,
insomma un somarello ammaestrato
che divertiva il pubblico accalcato,
ma quando vide la dolce Fatina
fra la gente a guardarlo, poverina,
dall’emozione al suolo stramazzò
e una zampa di colpo si spezzò.

Allora fu venduto a un contadino
che lo gettò nel mare lì vicino:
la pelle del somaro di sicuro
era buona per farci un bel tamburo.
Ma la Fatina gli aveva mandato
tanti pesci che il ciuco avean mangiato
e alla riva del mare, il contadino
tirò la fune, venne un burattino.

Quell’uomo disse: “Non la passi a ufo,
ti venderò come legna da stufe”
ma Pinocchio d’un balzo saltò in mare
e di gran lena cominciò a nuotare
quando avvistò una piccola isoletta

sulla quale belava una capretta
e lo chiamava con la sua vocina.
La sua lana era splendida, turchina.
Per farla breve, era la buona Fata
che in capretta si era trasformata
e l’avvertiva che in quelle acqua strane
si aggirava il feroce pescecane.

Ma in pochi istanti il gran mostro marino
inghiottì pure il nostro burattino
che con un grido risvegliò dal sonno
un altro prigioniero, era un bel tonno,
mentre un lumino piccolo dal fondo
sembrava illuminare un altro mondo.

A quella luce sedeva un vecchietto
che sembrava…sembrava il buon Geppetto,
anzi, era lui e Pinocchio emozionato
rimase per un poco senza fiato,
poi con un gesto lo scavezzacollo
al suo babbo gettò le braccia al collo
e raccontò le sue disavventure.
E Geppetto, con voce stanca, pure.

Era vissuto lì, nella balena,
mangiando le vivande, a pranzo e a cena,
inghiottite dal mostro in un vascello
con tutta la sua stiva. Ma era quello
l’ultimo resto: solo una candela
e per magiare…uno spicchio di mela.

Il grande pescecane respirando
spalancava la bocca, a quando a quando,
perché soffriva d’oppressione al petto,
così Pinocchio, guidando Geppetto
si portò lentamente al limitare
della bocca del mostro e da lì in mare
si gettò a nuoto spingendo con lena
col suo babbo stremato sulla schiena.

Nuotava svelto, levava la fronte,
non si vedeva niente all’orizzonte
così pian piano si sentì perduto
e cominciò a gridare: “Aiuto, aiuto!”

Per fortuna, anche il tonno era fuggito
dal vecchio mostro e lo aveva seguito
così li prese sulla schiena tonda
e lì portò vicino, ad una sponda.

Quello era il luogo della verità
dove ognuno che vive infine ha
ciò che merita: e lì il Gatto e la Volpe
spelacchiati scontavano le colpe.
Disse Pinocchio: “Ma che brutta fine
avete fatto, brutte mascherine”.

Parlò a se stesso e tirò via diritto
mentre Geppetto lo seguiva zitto.
Il buon vecchio, ragazzi, era assai stanco,
curvo, malato, con il viso bianco.

Lungo la spiaggia, non molto distante,
viveva l’ombra del Grillo parlante.
Il Grillo accolse il babbo col figliolo
E cambiò tutto in un minuto solo:
il burattino prese a lavorare
con molto impegno, cominciò a girare
da un contadino la leva di un bindolo
mossa da un ciuco chiamato Lucignolo
che nella stalla vinto dagli stenti
stava vivendo gli ultimi momenti.

Si mise pure ad intrecciar panieri,
così finiron, bimbi, i giorni neri.
Con le poche monete guadagnate
lavorando giornate su giornate
Pinocchio al babbo poteva portare
un po’ di latte a farlo sostentare.
Un giorno seppe che la buona Fata
era priva di soldi, era malata,
allora, preso da rimorso, in pianto
portò alla buona fata tutto quanto
aveva guadagnato: poche lire
costate una fatica da non dire.

Dopo si mise a letto, era contento,
ed il sonno lo prese in un momento.
Così che Pinocchio, il burattino,
per il suo impegno, come un buon bambino,
permise al babbo, falegname destro,
di produrre lavori da maestro,
salvò perfino la sua buona fata
che era povera, debole e malata.

Alla mattina quando si svegliò
si sentiva diverso, si guardò
nello specchio e – stupore- era un bambino
(su una sedia giaceva il burattino),
un bambino preciso come siete
voi che mi avete letto e mi leggete,
un bambino felice per davvero
col suo buon cuore, con il suo pensiero.

CIUFFO

C’era un bimbo molto buffo
Chi si chiamava Ciuffo.

Ruzzolava le scale
Senza farsi alcun male,

saltava come un matto,
tirava la coda al gatto

che gli strappava i panni.
La mamma lo chiamava “recadanni”.

Un giorno che stava seduto
Fece uno starnuto

Così forte che batté il mento
E si prese un grande spavento

E da quel giorno Ciuffo si calmò
E più buono e studioso diventò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SIGNOR PUZZO

Un uomo pignolo dal naso aguzzo
Dovunque andava sentiva puzzo.

In tram apriva i finestrini
Perché sentiva degli “odorini”.

In visita dai parenti
Gli controllava unghie, orecchi e denti.

Al cinema diceva “Qua
C’è odore di baccalà”.

Apriva pure gli abbaini
E diceva “Aria, bambini”.

A quel tipo con aria da padrone
La gente decise di dare una lezione

E quando vedeva apparire il suo naso aguzzo
Diceva “Venga avanti, signor Puzzo”.

In tram gli dicevano: “Caro signore,
lei ha davvero un cattivo odore”.

A al cinema gli dicevano contriti:
“Sa signore, è esaurito”

Nessuno vuole il prepotente
Che rimane in casa senza far niente

E la moglie gli dice: “Vatti a lavare
Qui c’è cattivo odore, non ti pare?”

LA BIMBA CAPRICCIOSA

La bambina malaccorta
Gioca a palla contro la porta,

ma la palla vola a caso
contro il muro e rompe un vaso

e la mamma la sculaccia
poi la prende fra le braccia,

poi le mette il cappellino
e la porta nel giardino.

Contro il freddo e il venticello
La bambina ha un bel cappello,

ma la bimba non lo vuole
e lo pesta con le suole.

La mammina con affetto
Le rimette il bel berretto

E la porta nel giardino
A giocare a nascondino.

Soffia soffia il venticello
Ma la bimba ha il suo cappello.

Corre e salta con ardore
E non prende il raffreddore.

Torna a casa con la mamma
Che le fa la ninna nanna.

IL RICCIO NERVOSO

C’era una volta un ricico
Dai modi molto spicci

Sia grandi che a piccini
Scagliava aguzzi spini

Così rimase nudo ed indifeso
E da un viandante fu preso.

Non sarebbe stato più intelligente
Se fosse stato buono con la gente?

Tanto più che il viandante
Lo fece arrosto sull’istante.

LA STORIA DI MAGO MAGONE

Questa è la storia di Mago – Magone
Che è molto brutto cattivo e birbone.

Se vede un bimbo che gioca contento
Lui lo rincorre per fargli spavento,

tira le trecce della bambina
che strilla e piange, la poverina,

ruba le mele dalla fruttiera
anche se sono mele di cera,

poi apre i ruibnetti
ed allaga anche i cassetti.

Allora la mamma prende il bastone
E rincorre Mago – Magone.

Il mago fugge per le scale
Ma ruzzola e si fa male.

Mago – Magone va dall’ortopedico
Che gli dice: “Ora ti medico.

Si è rotto la testa addirittura,
gli ci vuole l’ingessatura

e così, col capo ingessato,
Mago – Magone è ritornato.

Il bambino, un po’ birbone,
ora lo chiama Mago – Capone.

Ed allora Mago – Magone
Non dà più noia alle persone.

UNA MARACHELLA

Un bimbo prese un uovo
Di mano gli scivolò,

batté sul pavimento
e l’uovo si spaccò.

La mamma inviperita
Col battipanni in mano

Rincorse il suo ragazzo
Che fuggì via lontano.

Ma dopo qualche istante
Il bimbo ritornò

Si scusò con la mamma
Che stretto l’abbracciò.

LA BIMBA RAFFREDDATA

Se la bambina non fa bizze
Le mamma prepara polenta e pizze,

ma la bambina birbona
sta fuori mentre piove e tuona.

Tutta molle ed infangata
La bambina è ritornata.

La mamma la mette nel lettino
E le cambia il vestitino.
Ma la bimba era bagnata
E si è tutta raffreddata

E la mamma in tutta fretta
Chiama il medico Barbetta.

Ma la bimba si è nascosta
Perché non vuole la supposta.

Cerca un poco in qua e in là:
se ne sta dietro al sofà

ed il medico le dà
medicine a volontà.

Poi guarisce e torna fuori
Sotto al sole e in mezzo ai fiori.

Ma se piove e tira vento
Chiude la porta e resta dentro

E la mamma arcicontenta
Le cucina pizze e polenta.